Guerra Fredda e guerra civile. I conflitti in Siria sono due e li sta vincendo la Russia

Dall’inizio di febbraio il precipitare degli eventi in Siria ha offerto due drammatiche conferme.
Da un lato, dopo l’ultima mattanza di Homs la crisi siriana può di fatto considerarsi degenerata in guerra civile.
Dall’altro, il nuovo veto di Cina e Russia – il secondo dopo quello di ottobre – davanti al Consiglio di Sicurezza ci riporta indietro di vent’anni, all’epoca della Guerra Fredda.

Un voto contro l’Occidente: così il Ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito il veto di Russia e Cina, ma onestamente non potevamo aspettarci un esito differente.
La Cina giustifica la propria scelta in base al principio di non ingerenza negli affari altrui e alla necessità di non concedere un pericoloso precedente alla comunità internazionale (rectius: alla NATO). Se il mondo si muove per i siriani oggi, pensano a Pechino, c’è il rischio che faccia lo stesso per uiguri e tibetani domani: comodo pretesto per soppiantare con le armi quel crescente potere che la Cina sta guadagnando col commercio.
Più complessa la posizione del Cremlino. Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.
Dichiarandosi nel pieno rispetto del diritto internazionale, Mosca aveva chiesto a Washington, e di riflesso ai Paesi arabi, di rispettare la sovranità della Siria per facilitare una soluzione politica della crisi, ma tanto non poteva ovviamente bastare per indurre le controparti a rinunciare alla proposta di risoluzione. I russi contavano sul fatto che l’America non poteva permettersi una nuova avventura militare proprio ora: si è appena ritirata dall’Iraq, è ancora impantanata in Afghanistan ed è concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove le tensioni non sembrano smorzarsi. Ma tutto ciò non è bastato per scalzare il dossier siriano dal tavolo di Obama.
Per la verità, le previsioni russe non erano del tutto errate. Obama non vuole impegnarsi in un nuovo conflitto a pochi mesi dalle elezioni ma non può neppure restare a guardare, con la Lega Araba che continua a tirarlo per la giacca. Pare che la Casa Bianca abbia chiesto all’Egitto di inviare proprie truppe in Siria.
Per ostacolare ogni iniziativa contro Damasco, la Russia aveva dunque cercato di mettere le mani avanti presentando una propria bozza di risoluzione al CdS. Ma tale piano ha ricevuto le pesanti critiche di Occidente e Lega Araba perché ammetteva comunque la permanenza di Assad al potere in vista di una presunta transizione democratica. Nel frattempo si è affrettata a ribadire che darà esecuzione ai contratti di vendita di armi fintantoché le Nazioni Unite non pronunceranno un pacchetto di sanzioni che li vietino. Inoltre ha espresso il proprio disappunto per la decisione della Turchia di schierarsi con la Lega Araba e ancora di più ha criticato la decisione di quest’ultima di ritirare i propri osservatori,(le cui conclusioni, peraltro, mostrano una realtà sul campo alquanto diversa da quella propagandata dai media ufficiali), vedendo tale mossa come un alzare le braccia della diplomazia con conseguente ricorso all’intervento straniero come extrema ratio. In effetti è stato proprio dopo il ritiro della missione che la Lega Araba ha rimesso la questione sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. L’intenzione era chiara: lasciare il lavoro sporco agli altri (cioè a noi) per concentrarsi sul dopo, ossia le successive elezioni che nei piani di Ryadh e Doha avrebbero consegnato il potere agli islamisti sunniti.

Mentre Mosca era impegnata ad offrirgli un ombrello diplomatico, Assad non ha risparmiato tuoni e fulmini contro la stessa Lega Araba e in particolare contro il Qatar, decisi a far cadere la sua testa per riportare al potere alla maggioranza sunnita.
Il regime ha categoricamente rifiutato qualsiasi progetto di inviare truppe arabe in Siria, come pure il piano proposto dalla Lega Araba. Inoltre i media siriani e l’ambasciatore di Damasco a Washington hanno accusato il Qatar di armare e finanziare gli oppositori del regime.
L’intensità degli scontri cresce in misura esponenziale rispetto all’avanzata dei ribelli sul terreno. Il Free Syrian Army va espandendosi è ora presente in molte località. In particolare ad Aleppo, seconda città del Paese e lontana dagli scontri fino al 27 gennaio, e nella stessa capitale Damasco, i cui sobborghi sono stati sotto il controllo dell’opposizione per due giorni. A questo punto le cose non potranno che peggiorare. Il dissidente e capo tribù Nawaf al-Bashir aveva avvertito che la lotta contro il regime si sarebbe intensificata nel caso in cui il CdS non avesse agito per fermare le violenze.
Chiuso nel suo fortino, Assad può contare sul sostegno della comunità alawita (circa il 10% della popolazione), di quella comunità cristiana (un altro 10%, che vede nel regime alawita laico la migliore difesa contro la maggioranza sunnita), e una piccola ma influente élite d’affari sunnita, che teme la perdita della prpria rendita di posizione con la fine di Assad. In totale, un quarto o un quinto del Paese è ancora dalla parte del regime. Il problema è che il carattere multiconfessionale del Paese ha risvolti oscuri. Episodi come il massacro di un’intera famiglia (14 persone), eliminate in un quartiere di Karm al-Zaitoun – secondo i vicini – semplicemente perché sunniti, testimoniano la pericolosa deriva settaria del conflitto. La Siria sta scivolando sempre di più verso un nuovo Iraq, o peggio ancora verso una nuova Algeria.
Per quanto riguarda il Free Syrian Army si segnalano una conferma e una novità.
La conferma viene da questo servizio di al-Jazeera che mostra come tale formazione non sia composta soltanto da disertori dell’esercito regolare – in realtà sono una minoranza e questa ne è una prima parziale ammissione. Ricordiamoci come mai in Libano il FSA è stato chiamato la “Brigata Feltman”. A proposito di Libano, questa eccellente analisi su al-Akhbar racconta le attività di un gruppo del FSA localizzato a Wad Khaled.
La novità, sempre da al-Jazeera, è che il FSA avrebbe sequestrato un gruppo di iraniani in Siria (ingegneri, secondo Damasco e Teheran). Avrebbe, perché ufficialmente il FSA smentisce. È interessante notare che pochi giorni prima l’esercito governativo aveva arrestato 49 agenti dei servizi segreti (civili, non militari) della Turchia. Questo suggerisce il seguente scenario: gli ingegneri iraniani sono stati rapiti per essere poi girati alla Turchia come merce di scambio per la liberazione degli agenti turchi. Un caso analogo c’è già stato: quello di Alexander Rybkin giornalista russo scomparso in Siria e poi ritrovato in Turchia pochi giorni dopo.

Incassato il veto sino-russo, USA e Lega Araba continuano a premere per una soluzione della crisi. Ora che la risoluzione è stata bloccata, Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti , Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale. Come volevasi dimostrare.
Quanto alla Russia, il Ministro degli esteri Lavrov si è recato in visita in Siria per discutere una nuova soluzione diplomatica. Quello che pochi hanno notato è che il capo dell’intelligence Mikhail Fradkov (ebreo russo ma anti-israeliano) lo ha accompagnato nel viaggio. Secondo Assafir, esperti militari russi hanno iniziato a formare l’esercito siriano al fine di ripristinare il controllo su aree ora cadute in mano al FSA, predisponendo anche un piano di prevenzione in vista di un possibile colpo di Stato orchestrato dall’Occidente. Sarà un caso, ma i militari di Damasco hanno drasticamente intensificato le proprie operazioni contro i ribelli proprio dopo il veto russo, e al-Jazeera parla già di escalation militare in molte zone del Paese.
Per il momento sia le potenze occidentali che i Paesi del Golfo hanno richiamato i propri ambasciatori a Damasco per consultazioni, ma entrambe le parti non sanno al momento come gestire la partita siriana nel tavolo da gioco del nuovo mondo multipolare. Ciò che gli uni non vogliono ammettere e gli altri faticano a capire è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno al perno dei BRICS, di cui Cina e Russia sono la spina dorsale. Ora sono queste ultime a decidere le regole del gioco, ma per i media nostrani rimane difficile  spiegare che l’oligopolio della potenza di Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo un eco del passato. Valga un episodio buffo: il capo della Fratellanza Musulmana in Giordania ha invitato le nazioni islamiche a boicottare i prodotti russi e cinesi. Evidentemente gli sfugge che anche il suo copricapo tribale (e la sua biancheria) sono made ​​in China.
Gli analisti si aspettavano che il passaggio dell’Arabia Saudita al fianco dell’opposizione avrebbe convinto Mosca a fare altrettanto. Ryadh avrebbe permesso ai russi di investire nelle regioni petrolifere saudite come indennizzo per le perdite economiche conseguenti alla caduta di Assad. Idem per la Cina. Invece Mosca ha smentito tutti confermando il proprio no ad ogni proposta di risoluzione. Se una nuova Guerra Fredda è in atto, la Russia la sta combattendo con i Paesi arabi, non con l’Occidente. L’ambasciatore russo all’ONU ha perfino dovuto smentire le voci di presunte “minacce” al Qatar a causa delle continue insistenze di Doha.
La domanda e: per quanto tempo ancora la Russia resisterà alle offerte della Lega Araba?