Obama vince sulla cricca del petrolio: la Keystone XL non si farà (per il momento)

 

Alla fine il controverso oleodotto Keystone XL non si farà. Scaduto il termine ultimo imposto dal Congresso, il presidente Obama ha scelto di respingere il progetto in quanto non di interesse nazionale. Nella legge che prorogava gli sgravi fiscali sui prelievi in busta paga approvato lo scorso 30 novembre, la maggioranza repubblicana aveva inserito una clausola che imponeva al presidente di assumere una decisione entro 60 giorni. Ma Obama ha detto no. Una mossa probabilmente dettata dalla voglia di procrastinare la decisione a dopo le presidenziali di novembre. Sindacati e ambientalisti sono soddisfatti; repubblicani e TransCanada (colosso petrolifero canadese), manco a dirlo, infuriati.
In breve, il progetto Keystone è un sistema di oleodotti ideato per trasportare petrolio e bitume diluito (ditbit) dall’Alberta (Canada) verso gli Stati Uniti. Operativamente, il progetto si sviluppa in quattro fasi: due realizzate (verso le raffinerie di Illinois e Oklahoma) e due proposte (verso il Texas). Il pomo della discordia è proprio questo prolungamento: 2.700 km che tagliano in due gli Stati Uniti, e che dovrebbe trasportare il petrolio prodotto dalle sabbie bituminose (fonte di petrolio non convenzionale), di cui il Canada è particolarmente ricco. Capacità totale: 500.000 b/g. Investimento previsto: 7 miliardi di dollari. Profitti per le companies, smisurati

I gruppi ambientalisti rimarcavano il pesante impatto generato dalla realizzazione dell’opera. L’estrazione delle sabbie bituminose (tar sands) nell’Alberta è considerata come la più vasta operazione industriale del pianeta. L’estrazione avviene su una superficie grande quanto la Florida e sta provocando la distruzione di un’area di foresta boreale di 740.000 acri. <Il procedimento prevede poi l’asportazione della sabbia e il successivo lavaggio con acqua calda per strizzare fuori il petrolio di cui è impregnata, ricavandone un barile ogni due tonnellate di rena. Se le sabbie bituminose giacciono in profondità,l’acqua calda viene iniettata sottoterra. In totale, il processo comporta l’emissione in atmosfera di 86-103 kg di CO2 (il petrolio convenzionale ne produce “solo” 27-58 kg) e il consumo di 172 miliardi di galloni di acqua all’anno. Senza contare la necessità di gestire materiali di scarto variamente velenosi. In parole povere, si tratta della tecnica più distruttiva in circolazione, bocciata senza appello anche dalla NASA.
A ciò va messo in conto l’ulteriore rischio ambientale legato alla possibilità di sversamenti da parte dell’oleodotto.

I fautori della Keystone XL sostenevano che la linea avrebbe consentito agli USA di ridurre la sua dipendenza (10 mln b/g) dal petrolio straniero, accusando Obama di curare più gli interessi dell’Arabia Saudita che quelli degli Stati Uniti. Inoltre, sia i repubblicani che TransCanada non hanno perso tempo a rinfacciargli il mancato sviluppo occupazionale (20.000 posti) legato al rifiuto della costruzione dell’infrastruttura.
In realtà le cose stanno diversamente. Uno studio indipendente condotto dal Cornell Global Labour Institute ha stabilito che mentre la XL Keystone avrebbe creato dai 2.500 ai 4.650 posti di lavoro (temporanei), tale impatto sarebbe stato comunque ridotto da una generale riduzione dell’occupazione a livello nazionale dovuta al verosimile aumento del prezzo del petrolio nel Midwest, da 10 a 20 cents al gallone, proprio in conseguenza della costruzione. Il fatto che i sindacati si siano schierati a fianco del presidente la dice lunga sulla consapevolezza che i proclami dei repubblicani non fossero altro che fumo negli occhi.

C’è un altro aspetto. Nel 2011 gli Stati Uniti sono tornati ad essere esportatori di carburanti per la prima volta dal 1949: questo significa che il Paese non soffre dell’insicurezza energetica lamentata dai repubblicani. Allora perché la Keystone XL è così importante?
Secondo USA Today, l’idea di convogliare il petrolio fino al Texas per essere raffinato in loco sottende la possibilità di una successiva esportazione, considerato che la vendita all’estero genera profitti maggiori di quella sul mercato interno. Inoltre, come ha rivelato Sarah Hodgdon, direttrice per la conservazione di Sierra Club, “il petrolio delle sabbie bituminose è destinato all’esportazione in Europa ed in America Latina dalle raffinerie della zona di libero scambio del Texas in una zona, cioè senza riscuotere tasse.
Ecco allora l’obiettivo della destra del Congresso: la solita, infinita ricerca di profitti a scapito della salute e della prosperità degli americani, ammantata dalla retorica populista sulla mancata creazione di posti di lavoro. Salvo poi respingere le numerose opportunità di sostenere i programmi occupazionali proposti da Obama.
D’altra parte, il connubio tra repubblicani e lobbies miliardarie è noto da tempo. Secondo una ricerca della Northwestern University, segnalata sull’Economist, all’interno dell’1% più ricco della popolazione la percentuale di chi vota è altissima, il 68% fa donazioni per le campagne elettorali, quasi la metà è entrato in contatto con un membro del parlamento statunitense e un quinto ha aiutato attivamente a raccogliere fondi per un candidato. E non dimentichiamo che il candidato favorito alle primarie repubblicane, Mitt Romney, proviene dal mondo dell’alta finanza.

Tuttavia gli ambientalisti non possono ancora cantare vittoria. TransCanada avrà la possibilità di ripresentare la richiesta dei permessi per continuare nel suo progetto, probabilmente dal prossimo anno. E per allora l’inquilino della Casa Bianca potrebbe non essere più quello che alla Keystone XL ha detto no.

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