Quello che i media non dicono sulla Siria/2

Nel suo ultimo discorso pubblico, il presidente Assad ha dichiarato che un intervento arabo in Siria sarebbe peggio di un intervento occidentale. Ormai anche lui si è reso conto che il vero nemico da fronteggiare non è la NATO, bensì la Lega Araba, sempre più istigata dal Qatar. Lo stesso emiro di Doha ha deciso di giocare a carte scoperte invocando pubblicamente un’operazione militare per porre fine alle violenze.
Anche gli Stati Uniti sostengono la necessità di un’iniziativa armata contro Damasco, come ribadito nella recente conferenza stampa tra il Segretario di Stato H. Clinton e il Primo ministro qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani. I due Paesi sono ufficialmente allineati nella destabilizzazione della Siria.
Tempo fa un quotidiano kuwaitiano ha perfino anticipato un piano miitare indicando gli obiettivi di possibili bombardamenti. La domanda è: chi condurrebbe questo attacco? Non certo gli USA, sia per le ragioni che avevo spiegato qui, sia per la precaria situazione economica negli States e sia perché, dopo le due guerre scellerate in Iraq e Afghanistan, avventurarsi in un nuovo conflitto sul campo sarebbe un suicidio politico – soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di avere le prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).
Si va dunque verso una deriva settaria del conflitto in corso, anticamera di una guerra civile che porterebbe allo sfaldamento della società siriana.

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran.
Il Qatar, al contrario, vuole porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

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