Mauritania, prossimo obiettivo del Qatar

Venerdì 6 gennaio, Qatar e Mauritania hanno firmato una serie di accordi e protocolli d’intesa al fine di rafforzare le relazioni bilaterali a seguito di un round di colloqui ufficiali tra l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani e il presidente mauritano Sidi Mohamed Ould Abdel Aziz a Nouakchott.
Ma l’incontro si è rivelato meno cordiale del previsto quando l’emiro ha iniziato a esortato il presidente Mohamed Abdel Aziz ad aprire un dialogo con i movimenti islamici nel Paese, in particolare con quello guidato da Sheikh Mohammed al-Hassan (qui il suo sito. Ha inoltre chiesto il sostegno del presidente affinché faccia pressione sul presidente siriano Bashar al-Assad per fermare lo spargimento di sangue.
Il presidente Aziz, visibilmente stizzito, ha respinto tali richieste, criticando l’atteggiamento del Qatar contro la Siria ed esprimendo il suo pieno appoggio ad Assad. Rifiuto che la delegazione del Qatar ha preso come un insulto.
Ora, lo scorso anno anche la Mauritania è stata scossa dal ciclone della Primavera araba, uscendone tuttavia indenne. Le manifestazioni di piazza hanno avuto scarso seguito e in breve tempo la situazione si è normalizzata. Il Paese è povero, afflitto dalla schiavitù (ufficialmente abolita, di fatto ancora praticata), indebolito dalla corruzione e governato dal dittatore Aziz con la compiacenza della Francia, ex madrepatria e principale investitore estero.
Nel vortice della disperazione e delle rivendicazioni sociali, il fondamentalismo trova sempre un fertile terreno. Nella regione del Sahel, da mesi divenuto il nuovo feudo di Al-Qa’ida, i jihadisti avrebbero già iniziato a reclutare nuovi membri in località tranquille e isolate. Il fenomeno sta attirando l’attenzione delle forze di sicurezza di Nouakchott, le quali intendono intensificare i controlli ai confini per prevenire ulteriori infiltrazioni.

La domanda se si tratti di un pretesto del Qatar per inaugurare un nuovo scenario libico da quelle parti dovrebbe farci riflettere. Benché la Mauritania appaia lontana e marginale rispetto a noi, il suo destino si intreccia strettamente col nostro.
Nel luglio 2006 l’Unione Europea ha sottoscritto con Nouakchott il Fisheries Partnership Agreement in base al quale a 200 navi europee la pesca lungo le coste dello stato africano. In cambio la Ue versa ogni anno 86 milioni di euro, di cui 22 pagati dalle compagnie. Per l’Europa è l’accordo più esteso mai firmato con un Paese terzo; per la Mauritania la somma ricevuta corrisponde ad un terzo del reddito nazionale. Ora, il trattato scadrà in giugno e le parti sono ben lontane dal raggiungere un accordo. L’ultimo incontro del 15 dicembre si è concluso con un nulla di fatto perché, a detta del governo mauritano, l’offerta economica è al di sotto delle sue aspettative. Tutto questo dopo che un altro accordo, quello col Marocco, si era arenato il giorno prima sullo scoglio della questione del Saharawi, al che Rabat aveva ordinato l’uscita delle navi della UE dalle sue acque. Un doppio colpo durissimo per un settore ittico europeo già in profonda crisi.
L’imponente flotta europea, che a largo della costa maghrebina si dedica soprattutto alla pesca dello sgombro, lascia dietro di sé delle acque troppo sfruttate per assicurare il sostentamento anche ai pescatori del posto.  I quali da tempo dicono che il pesce appartiene a loro e che l’Europa non ha il diritto di pescarlo. Tanto più che popolazione non ha beneficiato praticamente per nulla degli oltre 305 milioni di euro sin qui versati da Bruxelles, finiti nelle casse della Presidenza della Repubblica. Pertanto anche se un accordo dovesse arrivare da qui a sei mesi, il suo destino sarebbe legato a doppio filo all’instabilità politica di Nouackchott: se il governo dovesse essere rovesciato, c’è da credere che l’eventuale nuovo trattato di pesca, e forse le stesse relazioni bilaterali con la UE, saranno messo in discussione.
La domanda non è se, ma quando.

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