Per salvarsi dalla guerra civile la Libia manda i ribelli in Siria

Dalla morte di Gheddafi la stampa italiana non si è più occupata della Libia, ignorando del tutto la realtà di un Paese ormai ad un passo dalla guerra civile. I violenti scontri scoppiati martedì 3 gennaio nel centro di Tripoli tra le forze fedeli al CNT e le brigate di Misurata sono solo l’ultimo episodio di questa escalation. Non proprio una buona notizia, considerato che Mario Monti sarà in visita nella capitale libica tra due settimane.
Anche la stampa estera sembra sottovalutare la gravità della situazione, se pensiamo che l’Economist mette la Libia al terzo posto nelle stime di crescita economica per il 2012. Ma a due mesi dalla fine della guerra, il governo provvisorio non è ancora riuscito a mettere sotto controllo le milizie rivali che ha riempito il vuoto di potere lasciato dalla caduta del qa’id. Jalil parla anche di infiltrazioni dei lealisti di Saadi Gheddafi all’interno del CNT. Senza sicurezza non potranno esserci crescita e sviluppo.

In attesa che i denari provenienti dai conti esteri di Gheddafi congelati contribuiscano a rabbonire i contendenti, il governo libico sta studiando alcune soluzioni per evitare che la situazione esploda.
La prima è quella più ovvia: una missione internazionale di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite, invocata da Jalil per irrobustire un apparato di sicurezza insufficiente – e comunque instabile, perché da mesi soldati e poliziotti non prendono il salario.
La seconda è integrare le milizie all’interno dello stesso apparato. Lo testimoniano due visite ufficiali. Quella di Jalil a Baghdad nello scorso novembre per studiare il modello Iraq, che all’indomani della caduta di Saddam ha tamponato l’emergenza di migliaia di combattenti assorbendoli nelle proprie forze armate. E quella più recente del presidente sudanese Bashir a Tripoli, il quale si è detto disponibile a collaborare col governo libico per disarmare i ribelli. Incontro, quest’ultimo, che ha provocato molte polemiche alla luce del mandato di cattura internazionale che pende sulla testa di Bashir. Se Tripoli si era impegnata a garantire un giusto processo sia a Saif-al-Islam Gheddafi che all’ex primo ministro al-Mahmoudi, l’ospitalità offerta ad un Capo di Stato ricercato per genocidio lascia più di un dubbio sull’attenzione che la nuova Libia riserva al tema dei diritti umani.

La terza soluzione è la più inquietante: quella di spedire le milizie in Siria, per coltivare lì la propria passione per gli scontri a fuoco. Già in novembre era stata segnalata la presenza in Siria di 600 combattenti libici, per stessa ammissione di Jalil. Sul posto c’è anche Mehdi al-Hatari, l’ex comandante della Brigata di Tripoli, molto vicino all’ormai celeberrimo ed enigmatico Abdelhakim Belhadj. Lo stesso Belhadj ha di recente incontrato i vertici del Free Syrian Army ad Istanbul e al confine tra Siria e Turchia, a testimonianza del sostegno offerto dalla Libia all’opposizione siriana.
Benché i siriani neghino l’afflusso di “centinaia” di combattenti libici nel Paese, è ormai accertato che questi stanno fornendo armi, addestramento e uomini ai loro omologhi impegnati contro le forze di Assad.
D’altra parte, anche l’Occidente invia armi e aiuti ai ribelli siriani. Con una sottile differenza: per noi fomentare la rivolta serve a rovesciare il regime senza sporcarci direttamente le mani; per la Libia alimentare una guerra civile tremila chilometri più in là rappresenta forse l’unica soluzione per evitarne una in casa propria.

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