Tra autoritarismo e default l’Ungheria è sull’orlo del baratro

Il 2011 non è stato un certo un anno favorevole all’Ungheria. Prima la delusione del primo semestre di presidenza ungherese della Ue, iniziato tra le polemiche e concluso senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prefissati. Poi la svolta autoritaria del governo Orban (qui un resoconto dettagliato) attraverso una riforma costituzionale congegnata in modo tale da marginalizzare ogni tipo di opposizione. Infine il probabile default in seguito all’interruzione delle trattative con il Fmi per il salvataggio del Paese.

È questo il bilancio di un anno all’insegna di un neoconservatorismo che ha cercato di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridimensionando sia la libertà di espressione che le forme di controllo, e condizionando ogni diritto sociale ai voleri del governo in carica. Qualche esempio? La legge contro la libertà di stampa, la revoca dell’immunità ai leader dell’opposizione e il progetto di legge sulla nomina politica dei magistrati, che cancellerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario.

Finora l’Unione Europea non ha fatto granché per impedire questa involuzione. Mentre nel 2000 stabilì un pacchetto di sanzioni contro l’Austria nel momento in cui Haider entrò nel governo di Vienna (peraltro senza ritoccare la costituzione), al contrario Bruxelles non ha mosso un solo dito nei confronti di Budapest. A ridestare le istituzioni internazionali è stata l’intenzione di Orban di abrogare di fatto la Magyar Nemzeti Bank, ovvero la Banca centrale di Budapest, indipendente dal governo, per fonderla con l’authority di controllo dei mercati finanziari, direttamente sottoposta all’esecutivo. In questo modo la politica monetaria del Paese sarebbe appannaggio del primo ministro. Decisione che ha indotto il Fmi ad interrompere i colloqui per concessione di 15-20 miliardi di aiuti finanziari.

Secondo un sondaggio, la metà della popolazione sarebbe disposta a rinunciare alla democrazia in cambio della prosperità economica. Il problema è che gli ungheresi stanno perdendo la prima senza conquistare la seconda. Anzi, la situazione è sempre più drammatica. Senza il denaro del Fmi e del Mes difficilmente l’Ungheria potrà evitare il default, visto che S%P’s ha già degradato i titoli di Stato di Budapest a livello spazzatura.
La ragione principale è che oltre il 50% dei mutui immobiliari contratti in Ungheria sono denominati in Franchi svizzeri. Dal 2008 la moneta elvetica si è apprezzata di oltre il 20% rispetto al fiorino ungherese (qui alcuni grafici al riguardo). Per il sistema bancario si prospettano grosse perdite, col rischio concreto di un possibile contagio ad altri Paesi membri dell’Unione europea, sia nell’Europa centrale che in quella centro-orientale. L’Ungheria potrebbe così rappresentare il primo caso di default sia pubblico che privato.

In nome del suo sfrenato nazionalismo, Orban aveva cercato di fare tutto da solo, senza aiuti esterni. Aveva anzi promesso di dimettersi nel caso in cui si fosse rivolto al Fmi; promessa ovviamente non mantenuta quando la trattativa è iniziata. Ma un governo autoritario, quando è in difficoltà, tende a diventarlo sempre di più. Messo alle strette dall’emergenza economica e da un’opposizione che ne chiede la testa, l’esecutivo sta scivolando verso una mal celata tirannia – oltre a strizzare l’occhio a Jobbik, movimento di estrema destra, xenofobo e antisemita, in teoria all’opposizione ma considerato da alcuni una propaggine di Fidesz Su Jobbik vale la pena dare uno sguardo al documentario di Roberto Festa e Claudio Maggiolini, “Il cuore dell’Europa”.

Ora l’Ungheria si trova di fronte a un bivio: cedere alle richieste di chi presta i soldi o rispondere no grazie ed avviarsi serenamente verso la bancarotta. Anziché fare la fine della Grecia, Budapest sembra volersi avviare sulla strada islandese, rifiutandosi di abbassare la testa di fronte alle istituzioni internazionali – e guadagnandosi le simpatie di indignados anche dalle nostre parti. Ma così Orban rischia di soddisfare solo il populismo senza provvedere alle reali necessità del Paese.
Usando il proprio debito come arma di ricatto (“se cadiamo noi, cadono tutti”), Orban pensa di avere il coltello dalla parte del manico. Se vincerà sarà il salvatore della patria. Se perderà, com’è probabile, porterà l’Ungheria nel baratro. E forse non solo essa.

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