Droni e terroristi nelle sabbie del Sahel

Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

Anche il Niger ha rafforzato le sue forze armate per resistere alla minaccia terroristica, soprattutto nelle aree del Nord, ricca di giacimenti di uranio dai quali la Francia si approvvigiona.
Ai primi di novembre, Parigi ha offerto forniture militari a Niamey. Nel contempo il governo nigerino ha spostato un gran numero di personale nelle zone a rischio, in particolare Tillaberi e Tahoua (a ovest) e Agadez (nel nord), entrambe vicine a Libia e Mali.
Fino ad oggi, le pattuglie militari al confine con la Libia hanno sequestrato circa 100 armi di vario calibro, grandi quantità di esplosivi e munizioni, attrezzature di comunicazione altamente sofisticate e più di 5.000 kg di resina di cannabis, così come alte somme di denaro.

Obiettivo di Aqmi è trasformare la regione del Sahel, e poi tutto il Maghreb, in “una nuova Somalia” ai margini dell’Europa meridionale. Compito favorito da tre fattori: l’orografia del territorio, che allontana il controllo statale e nasconde i traffici loschi; le insanabili rivalità tra gli Stati regionali (in primis tra Marocco e Algeria), che ostacolano qualunque programma di cooperazione; la crescente crisi alimentare nel Nord Africa, che in mancanza di soluzioni garantisce ampie masse di disperati alla manovalanza del terrorismo.
Per contrastare la minaccia, pare che Francia e Stati Uniti abbiano stabilito una base segreta per i propri droni a Katroune, nel deserto libico, allo scopo di sorvegliare le attività di Aqmi e svolgere missioni in Niger, Mali e Mauritania (qui un video di al-Arabya segnalato su In 30 secondi). Per quanto si sa, l’Algeria ha rifiutato di aprire il proprio spazio aereo ai velivoli.
Dimenticando forse che istruzione e aiuti allo sviluppo potrebbero essere un deterrente più efficace della tecnologia militare che l’Occidente sbandiera.

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