Ci sono cose (come l’Iraq) che non si possono comprare, per tutto il resto c’è il Qatar

Ufficialmente gli Stati Uniti non inizieranno una nuova guerra in Siria; in compenso hanno già ingaggiato una guerra psicologica contro i Paesi limitrofi per farli ad intervenire al loro posto. Le pressioni su Giordania, Libano e Iraq non hanno finora sortito effetti.
Il Primo ministro di Amman ha giustificato il rifiuto di imporre sanzioni economiche a Damasco perché questo avrebbe delle ricadute negative l’economia giordana. Inoltre ha la Carta delle Nazioni Unite dalla sua: “se si invoca l’art. 7 per imporre sanzioni alla Siria, noi invochiamo l’art. 50 che eslude i Paesi limitrofi,” ha dichiarato.
Il Libano è legato alla Siria a doppio filo sia dal punto di vista economico (tutte le merci transitano attraverso il territorio siriano) che della sicurezza (la Siria sostiene Hezbollah, che in Libano ha la sua base operativa), per cui Beirut non può assumere decisioni che finirebbero per avere un effetto boomerang.
Ma è sull’Iraq che gli USA hanno concentrato i maggiori sforzi. La visita del vicepresidente Biden, il quale si è recato a Baghdad con un elenco di richieste in 9 punti non è servito a cambiare la posizione del governo di al-Maliki. L’Iraq, che ha già votato due volte contro le sanzioni proposte della Lega Araba, rifiuta di fare il lavoro sporco per conto degli americani.
Washington ha ancora delle carte da giocare. Dal momento che l’Iraq è ancora sotto l’imperio dell’art. 7 della Carta ONU, dal quale potrà affrancarsi solo dietro il necessario benestare degli USA, il governo iracheno non potrà ignorare all’infinito le esigenze dell’amministrazione americana. Per riacquistare la propria sovranità senza compromettere i rapporti con il proprio vicino, al-Maliki si è detto disponibile a mediare tra l’opposizione siriana e il regime di Assad.
Il problema è che complicato dalla presenza di un terzo incomodo, la cui influenza in Iraq è ben più profonda di quella esercitata dall’America: l’Iran. L’asse Damasco-Teheran pesa come una spada di Damocle sui destini di Baghdad, la quale svolge un ruolo di “ponte” tra i due stretti alleati. È per questo che l’Iraq non potrà mai recitare un ruolo di primo piano nella strategia americana in Siria.
Inoltre ci sono diversi altri fattori, compresi quelli di natura sociologica che escludono la prospettiva di un Iraq antisiriano. Nelle zone di frontiera tra i due Paesi vivono molti gruppi legati da relazioni familiari e tribali, ideologici e religiosi che costituiscono di fatto un’entità unica a prescindere dal confine che li separa. Un’eventuale, improbabile partecipazione dell’Iraq contro la Siria non avrebbe altra conseguenza che la disintergazione di uno Stato già profondamente diviso al proprio interno.

Per un governo (quello americano) che preme senza successo per un’azione in Siria, ce ne è un altro che invece riesce ad essere molto più persuasivo: quello del Qatar.
Pochi giorni fa è scoppiato un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidenteall’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscena: la Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.
Tuttavia, il Qatar sa di poter ottiene sempre ciò che vuole: basta pagare. Così il piccolo emirato, che “compra” atleti stranieri per vincere qualche medaglia in più nei Giochi asiatici (così come ha comprato l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022), per accelerare gli eventi in Siria pensa adesso di mettere mano al portafoglio per convincere membri del governo siriano a passare dall’altra parte della barricata. Il giornale giordano Baladna afferma che a margine della conferenza islamica in Arabia Saudita della scorsa settimana, il Ministro degli esteri del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani avrebbe incontrato segretamente a Jeddah il suo omologo siriano Walid Muallem per offrigli 100 milioni di dollari più una residenza permanente in un complesso di palazzi di Doha della sua defezione dalla leadership siriana. Muallem ha rifiutato.

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