Quello che i media non dicono sull’Egitto

1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

2. Sono dunque stati gli islamisti a vincere le prime elezioni libere del post Mubarak? No, sono stati il Qatar e l’Arabia Saudita, i quali hanno svolto un ruolo attivo offrendo supporto logistico e finanziario sia alla Fratellanza Musulmna che ad Al-Nour. Così come in Tunisia.
L’uomo d’affari egiziano Naguib Sawiris rivela che il Qatar avrebbe inviato 100 milioni di dollari ai Fratelli Musulmani. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita avrebbe sostenuto i salafiti con 4 miliardi, nonostante la smentita dell’ambasciatore saudita al Cairo, Ahmed Abdul Aziz. Tuttavia, a confermare la voce è stato proprio un leader salafita, che in un’intervista al quotidiano Al-Akhbar, ha ammesso l’invio di aiuti non direttamente dal governo saudita, ma da organizzazioni salafite e wahabite attive presso gli Stati del Golfo.
Grazie a tale sostegno l’islamismo cerca di muovere i suoi passi in riva al Nilo. E’ il caso di segnalare questo sermone del religioso salafita Adnan al-Khtiry, di ritorno da una recente visita in Egitto, che nella cerimonia del Venerdì di preghiera ha affermato: “E’ impossibile stabilire uno stato islamico in Egitto o in qualsiasi altro Paese [islamico, arabo] fino a quando ci sarà gente che balla, canta e tratta con le banche … Questa è una grande opportunità per il popolo d’Egitto per stabilire un Stato islamico, per non lasciare il Paese a coloro che non vivono secondo una vita religiosa“. egiziano residente in Qatar Suprema chierico e il Padrino della Fratellanza musulmana internazionale
Inoltre, poche ore dell’apertura dei seggi, il religioso egiziano al-Qaradawi,  residente in Qatar e legato alla Fratellanza Musulmana, scriveva su  Twitter: “Sì, è nell’interesse del nostro Paese l’arrivo dei Fratelli musulmani e il Movimento islamico per governare! Questo è il loro posto, e questo è il loro ruolo e dovere.”

3. Spostiamoci a qualche centinaio di chilometri dal Cairo, dove tutti sembrano trascurare la realtà di un’intera zona dell’Egitto ormai totalmente fuori dal controllo dell’autorità centrale: il Sinai. Il 70% della popolazione del Sinai è costituita dalle tribù beduine, ostili allo Stato e legate solo a chi le sostiene finanziariamente. Ad esempio al-Qa’ida, che grazie alla copertura offerta dalle tribù ha potuto diffondere le sue metastasi su tutta la penisola. Il Sinai è diventato il vero feudo dell’organizzazione terroristica, ben protetta e asserragliata in un luogo dove il controllo dello Stato non arriva. Ai qaidisti è probabilmente legato anche il gruppo fondamentalista‘ Al Takfeer Wal Hijra’, autore di otto attentati dall’inizio dell’anno contro il gasdotto diretto ad Israele. La notizia del massiccio afflusso nella regione di armi provenienti dagli sguarniti arsenali libici getta pesanti ombre sul futuro della regione. In margine, non va dimenticato il dramma dei profughi in transito nella regione, provenienti soprattutto dal Corno d’Africa, in fuga da guerre e carestie. Il mondo sembra ignorare la tragedia di questi disperati, i quali vengono rapiti per ottenere un riscatto oppure uccisi per alimentare il traffico clandestino di organi.

4. La prospettiva di un’al-Qa’ida rinnovata e più forte deve aver convinto gli USA della necessità di muoversi dietro le quinte. Lo scorso 6 novembre il quotidiano libanese Al-Diyar ha rivelato l’esistenza di negoziati segreti tra Stati Uniti e Fratellanza Musulmana affinché Washington sostenga l’ascesa del movimento alla guida dei Paesi arabi a condizione che questo si impegni a contrastare al-Qa’ida. I primi contatti risalirebbero a quattro anni fa, poi l’esplosione della Primavera araba avrebbe costretto gli USA ad accelerare il raggiungimento di un accordo, accettando l’ascesa politica degli islamisti.
La Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Frateli Musulmani. Le elezioni lo hanno dimostrato. Pertanto gli USA dovranno adottare una strategia che tenga in conto la realtà del movimento come principale forza politica in Egitto e nel resto del Medio Oriente. Beninteso, purché sia garantita la sopravvivenza delle petromonarchie del Golfo (Arabia Saudita in primis, dove le contestazioni non mancano), alla cui stabilità sono legate le speranze di ripresa dell’economia mondiale.
Inoltre, l’ideologia settaria dei Fratelli Musulmani li rende intrinsecamente ostili ai movimenti sciiti (come Hezbollah), ismailiti e alawiti. Washington potrebbe sfruttare l’appoggio della Fratellanza per contribuire ad isolare l’Iran, sostenendo i movimenti salafiti presenti al suo interno in Balucistan e Khuzestan, notoriamente nemici di Teheran.

5. In questo clima, è possibile che gli scontri di piazza tra i giovani della rivoluzione e i sostenitori della giunta (e degli islamisti) possano riprendere o addirittura peggiorare.
Inoltre il coinvolgimento dell’America nel marasma egiziano potrebbe essere già in atto. A parte il fatto che diversi manifestanti sono rimasti feriti o contusi da armi made in USA (come denuncia anche Amnesty), vi è il sospetto che gli americani siano direttamente sono coinvolti nelle sparatorie di fine novembre. Un video trasmesso dalla Tv egiziana mostra tre stranieri che gettano bottiglie molotov. Più inquietante (e da verificare) è una testimonianza riportata dall’Islam Times, secondo il quale alcuni security contractors (della Xe Services, ex Blackwater?) avrebbero aperto il fuoco presso l’Università americana del Cairo su manifestanti e polizia.
Come se una mano nascosta stesse cercando di esasperare una situazione già  intricata. Più che altro, a vantaggio di chi?

2 thoughts on “Quello che i media non dicono sull’Egitto

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