La minaccia nucleare dietro il flirt tra l’America e l’ex Birmania

1. Il mondo plaude allo storico incontro tra Hillary Clinton e Aung San Suu Kyi. Per la prima volta si incontrano due tra le donne più influenti del Pianeta. Nulla è trapelato di quanto si sono dette.
La visita della Clinton in Myanmar (ex Birmania), annunciata da Obama due settimane fa, è stata salutata come il primo passo verso una nuova era nelle relazioni tra i due Paesi, teso a trarre il paese fuori di mezzo secolo di isolamento globale. L’unico altro Segretario di Stato americano a visitare il Myanmar è stato John Foster Dulles nel 1955.
Nelle intenzioni, gli USA non si opporranno più alla cooperazione della Birmania con il Fondo monetario internazionale, nè ai programmi ONU in materia di salute e microcredito. Ma per arrivarci e rimuovere le sanzioni applicate dagli anni Novanta, mossa sollecitata anche dalla Cina, ha fatto capire la Clinton, occorre troncare i legami con la Corea del Nord che continua a violare il consenso internazionale contro la proliferazione delle armi nucleari.
Pare che qualcosa nel Paese asiatico si stia muovendo davvero, se pensiamo che di recente stati liberati 300 prigionieri politici (ma altri 1700 restano ancora in carcere) tra cui la stessa Aung San Suu Kyi, e la censura è stata allentata. Anche i legami con la Cina non sono più così indissolubili: il progetto della diga sul fiume Irrawaddy, è stato sospeso dalla giunta militare fino al 2015. La diga avrebbe un impatto devastante sull’ambiente e nessuno sull’economia locale, posto che l’energia prodotta andrebbe alla Cina.

2. In concreto, cosa ha innescato questo nuovo livello di impegno degli Stati Uniti verso un Paese che l’allora presidente Bush aveva bollato come un “avamposto della tirannia”? E come mai quel riferimento così esplicito alla Corea del Nord?
Innanzitutto l’approccio al Myanmar rientra nel quadro della strategia obamiana di containment della Cina. Oggi, l’ex Birmania è un perno della politica economica di Pechino. La crescita cinese dipende anche dallo sviluppo di vie commerciali più brevi e più sicure, e il transito attraverso il Myanmar consentirebbe la crescita delle province cinesi del Sudovest, oltre ad aprire un importante sbocco sull’Oceano Indiano, crocevia delle rotte energetiche globali. Non a caso, analisti e accademici cinesi non nascondono il timore che la politica statunitense verso il Paese del Sudest asiatico sia volta ad isolare la Cina. Pechino ha chiesto alla giunta militare di fare chiarezza sul futuro dei propri investimenti in Myanmar, promettendo in cambio massicci investimenti in scuole e infrastrutture.

3. C’è un’altra ragione. In maggio un cacciatorpediniere della marina statunitense ha intercettato un cargo della Corea del Nord nel Mar Cinese Meridionale, sospettato di trasportare componenti di missili in Myanmar.
Ufficialmente gli Stati Uniti non hanno rinvenuto alcun riscontro di un presunto programma nucleare birmano. Gli stessi vertici del Myanmar ammettono che il Paese è troppo povero per avviare un progetto in tal senso. Ma Washington non vuole abbassare la guardia. Lo sviluppo di una tecnologia missilistica è una preoccupazione primaria per gli USA.
Perché il Myanmar sta(rebbe) pensando di dotarsi della tecnologia nucleare? La bomba moltiplica per mille il peso politico di chi la possiede, ma l’idea che la giunta militare punti a dominare il Sudest asiatico non sta proprio in piedi. La stessa giunta non ha mai mostrato segni di apertura come in questo momento: liberazioni, meno censura, dialogo con gli Usa. Mossa alquanto sospetta, se pensiamo che nel 2005 la giunta militare trasferì la capitale da Rangoon a Naypydaw, la nuova città eretta nell’interno, spinta dalla paura di una prossima invasione americana.

4. L’equazione di rapporti birmano-americani può essere sciolta allargando lo sguardo più in là, in Corea del Nord. Pyongyang è retta da una dittatura socialista come Naypydaw; ha sviluppato un piccolo arsenale nucleare e all’inizio del 2011 ha riannodato il dialogo con gli USA per negoziarne la possibile dismissione. Ovviamente, in cambio di un generoso tornaconto. Il regime della famiglia Kim ha stremato l’economia, al punto che oggi la Corea del Nord è uno dei Paesi più poveri del mondo. L’unico modo per sostenere una situazione sempre più disperata sono gli aiuti internazionali, i quali però sono visti con diffidenza perché normalmente condizionati dalla promessa di riforme e di aperture democratiche. A meno che la parte più debole non abbia un asso nella manica che le garantisca maggiore forza contrattuale. Ed ecco che entra in gioco l’arma atomica, brandita da Pyongyang come strumento negoziale e assicurazione sulla vita. Di fronte al collasso economico e ai travagli della successione tra il “caro leader” Kim Chong’Il e suo figlio Kim Chong’Un, il regime gioca la carta bombe al plutonio in cambio di grano. Un vecchi trucco che può ancora funzionare.

5. Il Myanmar si trova in una situazione analoga. Ridotto allo stremo e riluttante agli aiuti esteri (come di fronte alla catastrofe dell’uragano Nargis, che causò 138.000 tra morti e dispersi), non è azzardato supporre che il Paese insegua le armi nucleari per farne merce di scambio al tavolo delle grandi. Un Paese alla fame prima o poi si ribella. Gli aiuti esteri garantirebbero la stabilità di un regime fiacco e indebolito.
Gli USA accetterebbero di buon grado. Perciò si sono mossi per tempo, promettendo sostegno ad un Paese fino a ieri (e tuttora) reietto dalla scena internazionale.

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