La corsa al nucleare nei Paesi del Golfo

oil supply and demand

L’incidente di Fukushima non ha affatto fermato la corsa al nucleare. Dopo i Paesi industrializzati e quelli emergenti, anche quelli arabi sembrano puntare con decisione allo sviluppo dell’atomo. I Paesi che prima dell’11 marzo avevano iniziato a progettare dei reattori sono rimasti su questa strada. A cominciare da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali esportatori di petrolio della regione.
Nel febbraio 2007 il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha stretto un accordo con l’IAEA per lo promozione dell’energia atomica per scopi civili. L’intento era sviluppare una fonte di energia da destinare agli impianti di dissalazione delle acque.

Ad aprire la strada è stata l’Arabia Saudita, principale produttore di petrolio del mondo. Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari. Si stima che la domanda interna di energia elettrica aumenterà da 15,5 a oltre 40 gigawatt entro il 2020. Solo 20-25.000 di questi potranno essere soddisfatti dalle riserve di gas del Paese. Nel dicembre 2009 Stati Uniti ed EAU hanno firmato un accordo per la cooperazione nucleare pacifica. Il governo di Abu Dhabi è anche firmatario del TNP (Trattato di non proliferazione, insieme con il protocollo aggiuntivo.
Nel dicembre 2009, l’Emirates Nuclear Energy Corporation (ENEC) ha stretto un importante accordo con la Korea Electric Power Corporation (Kepco) da 20 miliardi di dollari per costruire la prima centrale nucleare nel Paese. Sarà situata a Braka, a circa 50 km a ovest di Ruwais e si prevede entrerà in funzione nel 2017. La Cerimonia inaugurale della pianta si è tenuta il 14 marzo 2011, alla presenza del presidente coreano Lee Myung-Bak. L’avvio della costruzione della prima unità è previsto per la fine del 2012, ma l’incidente di Fukushima potrebbe procrastinare l’inizio dei lavori.

Quanto agli altri Paesi del Golfo, il Qatar ha intrapreso un programma di indagine sulla fattibilità del nucleare alla fine del 2008, annunciando che non c’era ancora una forte necessità di procedere. Tuttavia nel 2010 la possibilità di un progetto per la generazione nucleare è stata rilanciata con la firma di un accordo con la russa Rosatom. Oggi Doha necessita di 7,9 GW per la dissalazione di 1,3 milioni m3 di acqua al giorno. Nel 2006 il Paese ha prodotto 15,3 TW di energia totale, tutti dal gas.
Anche l’Oman ha firmato un accordo di cooperazione con la Russia nel 2009. Al momento il nucleare non sembra opportuno, anche se il regime ha previsto un possibile investimento in un futuro impianto. Nel 2006 Mascate ha prodotto 13,6 TW toali, in gran parte dal gas.
Il Kuwait sta prendendo in considerazione un proprio programma nucleare per l’elettricità e la dissalazione in cooperazione con l’AIEA. Nel mese di aprile 2010 ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia. Nel dicembre dello stesso anno la Kuwait Investment Authority ha acquisito il 4,8% del capitale sociale del colosso transalpino Areva, con un investimento di 600 milioni di euro. Il Kuwait ha inoltre accordi di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti, Russia e Giappone.
Il 29 marzo 2008 anche il Bahrain ha firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per la cooperazione e lo sviluppo della tecnologia nucleare.
Per finire, nel 2008 lo Yemen ha chiesto l’istituzione di un’Agenzia per l’energia atomica araba per le ricerche nucleari e all’uso per via pacifica.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati.
Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto).
Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India.
Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.
Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra.
Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

La diversificazione energetica attraverso il nucleare (e le rinnovabili, va sottolineato) garantirebbe ai Paesi del Golfo l’energia necessaria senza intaccare le attuali quote destinate all’esportazione. Altrimenti non resterebbe che la nazionalizzazione delle risorse interne, alternativa svantaggiosa per tutti. Non soltanto per noi.

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