Cina e India, giganti in rotta di collisione

Carta di Laura Canali per Heartland

I rapporti tra le due Tigri asiatiche, Paesi emergenti per eccellenza non sono ancora ben definiti. Il rispettivo peso demografico e una crescita economica a prima vista inarrestabile fanno di Delhi e Pechino l’ago della bilancia dei futuri equilibri geopolitici globali.
Tuttavia, man mano che la loro influenza cresce al pari della rispettive proiezioni strategiche, Delhi e Pechino si troveranno sempre più vicino, nel bene e nel male. Il rischio di una nuova guerra è da escludere, ma i segnali di un conflitto strisciante già in atto non mancano.
L’espansionismo della Cina fa innervosire i Paesi vicini e preoccupare quelli lontani (vedi le tensioni nel Mar Cinese Meridionale). Anche l’India è insofferente verso Pechino, non soltanto per aver perso una guerra cinquant’anni fa.
Solo nell’ultimo anno i due giganti si sono pestati i piedi più volte. Dapprima la decisione della Cina di inviare una flotta navale nel Golfo Persico per presidiare le rotte petrolifere dall’assalto dei pirati somali, mossa che secondo l’India potrebbe comprimere il suo raggio d’azione in quella che considera una regione di sua competenza. Poi il disappunto di Pechino per la joint venture indio-vietnamita per la ricerca petrolifera nel Mar Cinese Meridionale nonché per i crescenti interessi indiani in Africa.
Più che le tensioni lungo il confine dell’Arunachal Pradesh, ad irritare Delhi sono i piani orditi dalla Cina per ridimensionarla ad ogni livello. In principio furono il sostegno al Pakistan e l’opposizione ad una prossima riforma del Consiglio di Sicurezza che garantirebbe all’India quel seggio permanente a cui aspira.

La preoccupazione per l’avanzamento militare di Pechino si percepisce nella relazione annuale Ministero della Difesa indiano per il 2010-11, che ha rimarcato l’attenzione per le crescenti capacità militari cinesi nella pianificazione strategica di Delhi.Per smorzare le tensioni, lo scorso giugno una delegazione cinese si è recata in India per discutere un possibile programma di cooperazione militare. L’iniziativa aveva anche lo scopo di ricucire uno strappo diplomatico risalente all’anno prima, quando la Cina si era rifiutata di concedere un visto d’ingresso al comandante delle divisioni Nord dell’esercito indiano, quelle a presidio del Kashmir.
Tutto ciò non è bastato a calmare le acque. Recentemente, lo stesso Primo Ministro indiano Manmohan Singh, pur affermando che rapporti con la Cina sono abbastanza buoni, ha ammesso l’esistenza di “problemi” nelle relazioni tra i due Paesi.
A gettare benzina sul fuoco c’è la decisione di Delhi di condurre esercitazioni navali congiunte con il Giappone a partire dal prossimo anno. Proprio dirimpetto alle acque territoriali cinesi.

Sul piano della diplomazia le cose non vanno meglio. L’atteggiamento della Cina è il medesimo: esautorare l’influenza indiana sempre e comunque.
Negli ultimi sei anni la proiezione geopolitica dell’India aveva trovato un efficace sbocco nell’IBSA, asse trilaterale con Brasile e Sudafrica voluto dall’allora presidente Lula. Asse sul quale anche il presidente USA Obama contava molto, sia per riallacciare il dialogo con i Paesi del Terzo mondo (allentato dagli sciagurati anni di Bush) che per munirsi di un contrappeso nei verso il crescente strapotere cinese, primo creditore di Washington.
L’importanza dell’IBSA è stata rimarcata dall’ultimo vertice tenuto a Pretoria lo scorso 18 ottobre, nel quale i tre Paesi hanno affrontato il tema della governance globale attraverso la proposta di riforma dei grandi organismi internazionali, tra cui il Consiglio di Sicurezza ONU e il FMI.
Ciononostante, l’invito della Cina al Sudafrica ad aderire ai BRICS ha di fatto reso l’IBSA obsoleto, neutralizzando l’influenza dell’India all’interno esso. L’inclusione di Pretoria nel massimo consesso delle economie emergenti, dicono gli esperti, non è stata che un’abile mossa di Pechino per ridimensionare la profondità strategica di Delhi a proprio vantaggio.
Non potendo più contare su un legame privilegiato col Sudafrica, l’India ha pensato bene di allacciarne uno con l’altro peso massimo dell’Oceano Indiano: l’Australia. L’annuncio del premier australiano Julia Gillard di voler vendere uranio all’India, nonostante questa non aderisca al trattato di non proliferazione nucleare, a Pechino non è stato accolto con favore. Da anni la Cina è il primo cliente delle materie prime australiane e i massicci investimenti del Dragone nel settore minerario contribuiscono non poco a sostenere l’economia di Canberra. La quale, però, ha in comune con l’India (e con l’America) la crescente insofferenza per il protagonismo di Pechino.
Nel contesto di una strategia di containment degli Stati Uniti contro la Cina,  la Casa Bianca ha annunciato il dispiegamento di 2500 marines in Australia e l’avvio di una maggiore cooperazione militare tra i due Paesi. Di fronte alle proteste di Pechino, il ministro degli Esteri di Canberra Kevin Rudd ha assicurato che non si tratta di un piano in funzione anticinese, ma ha altresì messo in guardia la Cina dall’interferire nelle decisioni del governo australiano in tema di sicurezza.

La ragione dietro la serpeggiante ostilità tra Cina e India è da ricercare nella caratteristica che più le accomuna: l’insaziabile sete di energia, necessaria a sostenere le rispettive economie. I numeri sono da capogiro. Nel 2010 la domanda cinese di petrolio ha raggiunto gli 8,6 milioni di barili al giorno, con una proiezione di circa 14,2 miliardi nel 2030. Anche se la Cina ha aumentato notevolmente la sua capacità di raffinazione Un fabbisogno coperto per l’80% da importazioni. L’India consuma “solo” 3 milioni b/g ma le analisi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede un trend ascendente che porterà il consumo a 7,4 milioni. Non a caso, tutti i terreni di contesa (Africa, Australia, fondali marini) costituiscono degli immensi forzieri di giacimenti energetici. Insieme, Cina e India rappresentano tra il 50% e il 65% della crescita della domanda petrolifera nei prossimi due decenni. Numeri che lasciano presagire una possibile escalation di tensioni (solo?) diplomatiche tra i due colossi, considerato che la concorrenza, piuttosto che la cooperazione, è il paradigma che guida le politiche di sicurezza energetica di due Paesi.

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