Fine del mattone, fine del miracolo spagnolo

Sembra passato un secolo da quando l’Europa intera invidiava la Spagna. Fino al 2007 Madrid ha viaggiato col vento in poppa, al punto che molti la vedevano in lizza per sottrarre a Berlino la patente di locomotiva d’Europa.
Oggi, invece, la Spagna rappresenta l’ultima lettera di quel gramo acronimo PIIGS con cui il Financial Times ha apostrofato gli anelli deboli della catena dell’euro. Dimenticando che per oltre un decennio la Spagna era stata al centro della scena economica europea.
I dati dell’INE (Istituto Nacional de Estatistica) parlano di una crescita mai inferiore al 3% nel periodo compreso tra il 1995 e il 2008, con punte del 5%. In questo arco temporale il PIL spagnolo è più che raddoppiato, passando da 447 miliardi di euro a 1000 miliardi. Il PIL pro capite era balzato dal 93% della media europea del 1997 al 105% del 2007, mentre quello italiano, tanto per fare un paragone, era precipitato dal 109% al 103,5%. Nel 2007 la disoccupazione aveva toccato il suo minimo storico all’8%, poco più di un terzo rispetto alla metà degli anni Novanta. Una crescita di cui hanno beneficiato anche le entrate statali, passate dai 90 miliardi di euro del 1997 agli oltre 200 miliardi del 2007.
Un boom economico che ha comportato un notevole afflusso di immigrati, cresciuti di quasi 5 milioni negli ultimi dieci anni. Al punto che la quasi totalità (98%) dell’incremento demografico avuto in tale periodo è ascrivile ai flussi migratori.
La Spagna aveva ottime ragioni per vantarsi di tale sviluppo. A differenza delle economie di carta di Islanda e e Irlanda, cadute dalle stelle alle stalle in seguito al collasso dei rispettivi settori bancari, il miracolo spagnolo era fondato su basi reali. La Spagna ha fatto passi da gigante in tutti i principali settori strategici: trasporti, comunicazioni, energia. Un progresso compiuto anche grazie ad un coscienzioso uso dei fondi strutturali europei, che dal 1987 (anno di ingresso nella CEE) al 2007 ha portato nelle casse di Madrid, in media, 6 miliardi di euro all’anno (circa un quarto di tutti i fondi europei di sviluppo). Grazie a tale sostegno il Paese ha realizzato grandiosi investimenti in infrastrutture. Oggi la Spagna può giovarsi di oltre 2.500 km di ferrovie ad alta velocità e oltre 13.000 km di autostrade, il doppio rispetto all’Italia. Negli ultimi trent’anni le utenze telefoniche sono triplicate, passando da 6 milioni a 18 milioni. La rete degli oleodotti è più che raddoppiata, passando da 1.300 km nel 1980 ai 4.000 km odierni; quella dei gasdotti, inesistente negli anni Settanta, si estende oggi per 27.000 km.

Ciò di cui nessuno (ad eccezione dell’economista José Manuel Naredo) si era reso conto è che il miracolo spagnolo sia avvenuto sulla scia di una sostanziale continuità tra il modello economico franchista e quello della successiva era democratica. Mentre il mondo cambiava, la Spagna restava la stessa. Ma cresceva, e tanto bastava ad esonerare governanti e governati dall’onere di porsi delle domande. Nel corso della sua storia recente, l’economia spagnola si è basta fondamentalmente su due settori: edilizia e turismo.
Nel 2007 la Spagna è stata la seconda meta turistica mondiale con quasi 60 milioni di visite. Il settore impiega 2,5 milioni di persone e contribuisce al PIL nella misura dell’11%
Per il comparto immobiliare, invece, il discorso è più complesso. Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

L’ipertrofia del mercato immobiliare è stata incoraggiata dall’ingresso nell’euro, che con la discesa dei tassi d’interesse ha decurtato i tassi di interesse sui mutui dal 12% al 3,5%, nonché da una legge del 2003 che ha liberalizzando le licenze edilizie aumentando di quasi il 30% la superficie edificabile del Paese. Nel 2008 il numero di unità abitative sul mercato immobiliare spagnolo superava le 850.000, più di quelle sui mercati di Francia, Germania e Regno Unito messi insieme.
Inevitabilmente, il mercato delle case ha finito per surriscaldarsi. Le massicce misure varate dal governo Zapatero, che ha stanziato oltre il 2% in aiuti (il quadruplo rispetto agli Usa), non sono servite a risollevare il settore. A farne le spese è stata l’intera economia. 1,2 milioni di posti di lavoro sono andati perduti. Le entrate fiscali sono crollate dal 39% al 34,6% del PIL. L’esplosione della spesa per il welfare, gravata dai sussidi di disoccupazione e dalle ulteriori misure anticrisi, ha trasformato l’avanzo di bilancio (1,9% del PIL) del 2007 in un -11,4% del 2009. Il rapporto debito pubblico/PIL è balzato dal 36% al 60% in appena tre anni.
Di colpo la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese. Secondo Eurostat, la Spagna investe appena l’1,2% del PIL in ricerca e sviluppo, penalizzando così la crescita delle attività ad alto valore aggiunto. La produttività del lavoro è rimasta praticamente invariata (92% della media UE pre-allargamento). Quattro regioni (Andalusia, Catalogna, Madrid e Comunidad Valenciana) su diciassette producono i due terzi della ricchezza nazionale. La crescita degli ultimi 15 anni non ha colmato questo divario. Negli ultimi 15 anni si è registrato un notevole travaso migratorio dalle regioni economicamente più depresse a quelle più dinamiche. Il differenziale tra la locomotiva della Catalogna e il Sud del Paese, afflitto da una disoccupazione cronicamente elevata, non si è mai attenuato.

Dopo l’economia, a pagare dazio è stata la politica. Zapatero ha pagato per tutti. Nel  2007 il premier uscente, la cui figura è rimasta deliberatamente in disparte nella campagna elettorale del PSOE, diceva “abbiamo superato l’Italia, supereremo la Francia e ci avvicineremo sempre più alla Germania“. La sua ricetta per fronteggiare la crisi, fondata sugli incentivi al settore edile, non ha cambiato di una virgola la tendenza recessiva del Paese. E alla stagnazione si è aggiunta la speculazione, che ha portato lo spread con i Bund tedeschi vicino ai 500 punti base, con rendimenti del 7% sui titoli di Stato.
Un anno fa, l’economista Manuel Sanchis affermava che, per mantenere l’attuale tenore di vita, la Spagna dovrebbe registrare una crescita del 5-6% nei prossimi anni, il che, viste le premesse, appare una prospettiva fin troppo ottimistica. Se non ci riuscirà, il PIL pro capite potrebbe subire una contrazione nell’ordine del 15-20%.
Il prossimo cambio della guardia al governo non ha per ora restituito entusiasmo. I sondaggi prefigurano la più grande vittoria di sempre per i Popolari e la più grande sconfitta di sempre per i Socialisti (15% di distacco), ma l’impressione generale è che né Rajoy né Rubalcaba, i rispettivi leader dei due principali partiti, non abbiano molte idee sulla ricetta da somministrare ad un’economia spagnola debilitata. Non è un caso che l’astensionismo politico nel Paese abbia raggiunto il 34% dell’elettorato, in costante crescita.

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