Quello che i media non dicono sul petrolio in Libia

Nel marasma della Libia dopo Gheddafi, è opinione diffusa che le rendite energetiche possono costituire il vero collante della riconciliazione nazionale. La Libia si sta impegnando per ripristinare la propria produzione ai livelli prebellici (1,6 mln di barili al giorno), ma non è affatto detto che ciò sarà possibile.
Dopo la presa di Tripoli, l’industria petrolifera riattivata su impulso del CNT si è attestata ad un livello di 300-400.000 barili al giorno. Secondo Nuri Berruien, il nuovo presidente della statale National Oil Co., la produzione potrebbe ritornare ai vecchi fasti in soli 15 mesi.
Più realisticamente, l’EIA calcola che potrà arrivare a 1,1 milioni entro la fine del 2012, ma il cammino potrebbe essere anche più lento. Ogni livello di 100.000 barili in più richiede investimenti e competenze di cui attualmente la Libia non dispone. Diversi giacimenti, raffinerie e terminal sono stati danneggiati e per recuperarli a pieno regime saranno necessari circa 30 miliardi di dollari. Servono anche tecnici stranieri, i quali non sono ancora tornati nel Paese per motivi di sicurezza.
Alcuni campi del sud del Sahara sono stati preda dei lealisti di Gheddafi decisi a vendicarsi. I libici stanno pompando petrolio da fonti orientali (Sarir e Mesla, 250.000 barili al giorno prima della guerra), gestite dalla statale Arabian Gulf Oil Co., anche se il livello di produzione non è chiaro.
Il bacino di Sirte sembra essere relativamente stabile in questo momento, ma la raffineria ha subito gravi danni.
I giacimenti nel Fezzan e in particolare il campo Elephant, in condominio tra Eni e la spagnola Repsol, produce un quinto dei 330.000 barili al giorno di capacità potenziale.

La carenza di petrolio libico si è fatta sentire non poco sui nostri mercati. L’Europa ne ha sofferto direttamente, posto che l’80% dell’export libico era diretto verso il Vecchio continente; nondimeno le quotazioni hanno registrato un evidente scossone. Dopo l’inizio della rivolta libica il Brent è passato da 103 a 119 dollari al barile in soli tre giorni. Un impatto sproporzionato, se consideriamo che la guerra civile ha sottratto 1,2 milioni di barili al giorno in un mercato globale dove l’offerta eccedeva la domanda di quasi 2 milioni (perché da mesi l’Arabia Saudita produce più della sua quota Opec).
La spiegazione sta nel fatto che è la qualità piuttosto che la quantità di petrolio a formare il prezzo. Il greggio libico è di qualità sweet (a basso tenore di zolfo) e light (poco denso), tipologia ideale per la raffinazione a basso costo. Quello saudita viceversa è sour, ad alto tenore di zolfo. Rimpiazzare il petrolio libico con uno di qualità inferiore comporta maggiori costi di raffinazione, che le companies scaricano sui consumatori finali. Inoltre, i mercati speculativi hanno rincarato la dose ponendo anche il rischio propagazione della rivolta (la rivolta libica rischiava di infiammare l’Algeria, altro importante produttore), nonché l’incertezza sulla durata di un conflitto di cui molti profetizzavano la cronicizzazione – ipotesi che non può ancora dirsi esclusa, viste le crescenti tensioni nella galassia tribale in cui è frammentato il Paese.

Nonostante tutto, i media continuano a riportare confortanti notizie sul rilancio della produzione petrolifera (qui e qui ). D’altra parte, il black out dell’informazione sulla Libia è noto da tempo.
Ciò che non viene riportato è quanto ha dichiarato in merito l’ex Primo ministro Mahmoud Jibril: il 60% delle riserve petrolifere in Libia è esaurito, per cui il governo dovrà cercare nuove fonti di reddito. I cosiddetti Amici della Libia hanno promesso aiuti solo sulla carta. Il denaro proveniente dai conti esteri di Gheddafi è ben inferiore ai 19 miliardi di dollari in un primo tempo congelati dalle autorità occidentali.
Il futuro della Libia rimane un’incognita.

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