Cina, India, Occidente. Le miniere afghane sono una torta e tutti ne vogliono una fetta

In attesa di calare il sipario sulla missione Isaf nel 2014, le potenze occidentali sono già pronte a sollevarne un altro, quello sui ricchi giacimenti nel sottosuolo afghano.
Non tutti sanno che l’Afghanistan costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra. Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell’Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].
Non va infine sottovalutato il ruolo logistico dell’Afghanistan per il transito di futuri gasdotti (come il TAP) e oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti dell’Asia centrale e diretti ai terminal sull’Oceano Indiano.

La necessità di garantirsi un posto al sole nella corsa alle miniere afghane impone all’Occidente di concentrarsi nello sforzo di addestramento delle forze di sicurezza afghane, in vista del passaggio di consegne nel 2014. Attualmente solo 7000 uomini sono destinati al presidio delle miniere: decisamente pochi. E non tutti adeguatamente preparati.
Per assicurare all’Afghanistan un futuro stabile, si dice nelle nostre latitudini, è necessario tessere molti fili, compresi quelli economici e finanziari attraverso un consistente piano di investimenti esteri. Tradotto in altri termini, le nostre cancellerie stanno preparando il terreno per l’assalto delle companies, alle quali il pensiero dei tremila miliardi fa decisamente gola.
Non a caso, tre ministri del governo Karzai sono stati ospiti d’onore nell’ultima conferenza internazionale della Euromines, organizzazione che rappresenta le maggiori aziende minerarie occidentali, australiane e sudafricane comprese. Nel consesso è stato illustrato un piano comprendente nove aree chiave (in primis la sicurezza, poi la trasparenza, in cui Kabul è penultima al mondo, lo stato di diritto, l’equità fiscale e così via) in cui il Paese centrasiatico deve necessariamente migliorare per innescare un circolo virtuoso di investimenti e produzione per consentirgli di costruire una solida economia.
Va detto che al governo afghano non andranno che le briciole, considerato che la legge mineraria in vigore prevede delle royalties del 5% sui minerali industriali e del 10% sulle pietre preziose, mentre l’estrazione di idrocarburi è disciplinata da una norma differente.

Ad ostacolare la corsa alle ricchezze di Kabul non c’è solo il problema della sicurezza. Anche India e Cina vogliono mettere le mani sul tesoro afghano – le quali, a differenza dell’Occidente, non hanno speso un centesimo nella missione di pace.
La China Metallurgial Group estrae rame in Afghanistan sin dal 2009, dopo aver vinto una controvera gara d’appalto per il giacimento di Aybak che le aziende perdenti (canadesi e americane), non hanno esitato a definire viziata da corruzione. L’India, in assoluto il Paese che più di ogni altro sta investendo in terra afghana, otterrà una ricca concessione per l’estrazione del ferro in novembre; il mese dopo la Cina inizierà le trivellazioni alla ricerca di gas e petrolio, oltre ad incrementare l’attività di estrazione del rame. Anche Singapore è pronta ad investire in diversi progetti, come dimostrato dalla presentazione commissionata dal governo afghano all’indirizzo delle aziende della ricca città-stato del Sudest asiatico. [qui la mappa catastale delle concessioni].

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