Germania vs Grecia, i due estremi della crisi

1. C’è una cosa che accomuna Gheorghe Papandreou ad Angela Merkel: il talento di complicare anche le cose più semplici. Entrambi sono totalmente assorbiti dalle miserie della politica interna da non avere coscienza di come le decisioni assunte in casa propria possa avere conseguenze disastrose sulla pelle degli altri.
Non è ben chiaro cosa il premier greco volesse ottenere con la sparata del referendum. Se voleva mettere l’Europa con le spalle al muro, inducendola a concedere ulteriori aiuti, ha fatto male i calcoli. Se invece cercava di guadagnare tempo per prepararsi al voto di fiducia, si è dato la zappa sui piedi. L’unico effetto è stato quello di aggiungere caos al caos, mandando gli indici di borsa a picco.
Solo frau Merkel era riuscita a fare di peggio, quando un anno e mezzo fa si rifiutò di affrontare la crisi greca per non compromettere l’esito delle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia. Col risultato di aggravare la prima e perdere le seconde. Due piccioni con una fava.
A parte questa comune tendenza all’entropia, Papandreou e Merkel (e per estensione Grecia e Germania) sono divisi da tutto.  Mettiamo un pò d’ordine.

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.
Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).
Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.
Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene per migliorare la rete infrastrutturale divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali. Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché fino a quel momento rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.
La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per la sovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

4. Il problema greco ne ha fatto emergere un altro molto più grave, quello delle carenze strutturali della moneta unica. Un vuoto che l’Europa sta cercando di riempire in fretta e furia litigando sui tempi e sui modi delle improvvisate procedure di salvataggio. Lasciando i differenziali sui rendimenti governativi in balia della tempesta speculativa. In mancanza di un predefinito sistema di bailing out, l’eurozona naviga a vista, cozzando di continuo contro gli iceberg delle opinioni pubbliche interne.
Già settant’anni fa John Maynard Keynes aveva dimostrato che un Paese dall’economia debole e in deficit non potrà mai assestarsi da solo senza un aiuto esterno. Lasciando ad esso la responsabilità dell’aggiustamento, il risultato sarà l’esatto opposto: la recessione. Che in un contesto di un sistema monetario internazionale rappresenta una prospettiva negativa per tutti, non solo per il Paese in questione. Perciò il salvataggio di un’economia in crisi non risponde solo a ingenue ragioni morali, ma a ben più pregnanti necessità economiche. È la realtà che impone certe scelte, a dispetto delle beghe elettorali di ciascuno Stato membro.
Ma alla Germania sembrano interessare soltanto gli sviluppi immediati, scegliendo di restare miope di fronte a quelli di medio-lungo termine. Archiviando decenni di retorica europeista in cui una volta anche la Germania credeva. La signora Merkel sceglie di non scegliere, mantenendo uno status quo che strangola gli Stati in difficoltà in una sorta di effetto garrota a beneficio dei fantasmi della speculazione. Con ciò dimenticando che il costo dell’inazione è più alto di quello di qualunque scelta. Costi che in prospettiva anche la Germania sarà costretta a pagare, in termini di minori esportazioni.
Prima o poi anche Berlino dovrà rendersi conto che è inutile chiudere la stalla dopo che i PIIGS sono scappati.

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