Al-Qa’ida è stata in Libia (e c’è ancora)

Forse la bandiera di al-Qa’ida sul tribunale di Bengasi è solo un fotomontaggio, ma i qaidisti in Libia ci sono davvero. Erano tra i ribelli supportati dalla Nato in Cirenaica; hanno combattuto contro le forze di Gheddafi a Sirte [da notare il graffito “al-Qa’ida è stata qui” nel video]. Per mesi l’Occidente ha offerto supporto militare e politico a quegli stessi terroristi a cui dà la caccia da anni, in una sorta di teatro dell’assurdo. Ora che la guerra è (formalmente?) conclusa, in Libia si sta aprendo un pericoloso ciclo di vendette tribali. Migliaia di persone sono già fuggite dalle città per paura di ritorsioni. La fragile pace raggiunta dopo la morte di Gheddafi è già a rischio, vista l’incapacità del Cnt di frenare la crescente ondata di vendette. L’unico modo per scongiurare un tale scenario è quello di disarmare le milizie ribelli. Ma la cosa si sta rivelando più difficile del previsto. I capi tribù hanno dichiarato di non avere intenzione di abbandonare le armi: ufficialmente per preservare la propria autonomia, di fatto per condizionare le decisioni politiche che rifediniranno il futuro della Libia. O più semplicemente per difendersi dalle tribù rivali. Depositi di armi in Libia ce ne sono ancora troppi e non sempre guarniti. La paura dell’Occidente è che l’immenso arsenale bellico di Gheddafi, trafugato, possa finire nelle mani sbagliate. Cosa che forse sta già avvenendo, se è vero, come afferma il Washington Post, che molte di quelle armi libiche stanno inondando l’Egitto – forse dirette verso il Sinai, dove al-Qa’ida sembra avere impiantato alcune basi sotto la protezione delle tribù del deserto. Allo smercio di armi avrebbe contribuito lo stesso Gheddafi: secondo il Cnt il qa’id ha venduto 12.500 missili Sam 7 ad al-Qa’ida del Niger (sebbene non si hanno conferme).

Altro punto. Il New York Times racconta che dopo la caduta di Tripli sono state rinvenute le prove del coinvolgimento di Gheddafi nel piano ordito da alcuni ex militanti del partito Ba’ath per rovesciare l’attuale governo iracheno. I dettagli del piano sono stati rivelati dal Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki nel corso della visita a sorpresa a Baghdad del suo (ormai ex) omologo libico Mahmoud Jibril. In quei giorni, peraltro, in Iraq c’è stata un’ondata di arresti proprio tra gli ex baathisti. La verità è che non c’è alcun legame tra la cattura di questi ultimi e la visita di Jibril. La questione più urgente che il Cnt è chiamato ad affrontare è quella delle milizie armate, a Tripoli e nel resto del Paese. È probabile che il motivo del viaggio a sorpresa di Jibril sia stato quello di osservare da vicino il “modello Iraq”, che negli anni ha cercato di assimilare i combattenti jihadisti nelle proprie forze di sicurezza, includendo i loro leader nelle rinnovate gerarchie statali. Prendere esempio dall’esperienza irachena può essere la chiave per disciplinare le brigate a piede libero che in alcune zone (come Misurata, Zintan e la stessa Tripoli) hanno assunto de facto il controllo del territorio. Esattamente ciò che Jibril ha ammesso nella sua ultima conferenza stampa da Primo ministro: invece di aspettarsi lo scioglimento di questi gruppi, ha suggerito, il Cnt farebbe meglio a cercare di assimilarli. Significativo è che il primo provvedimento di Jibril al suo ritorno in Libia è stato la nomina di Sadiq al-Gharyan a Gran muftì della Libia (noto per la fatwa che aveva negato il funerale islamico a Gheddafi), a cui toccherà un ruolo unificante e di piacificazione come è stato quello di Ali al-Sistani in Iraq. Ma la Libia di oggi non è l’Iraq di ieri. Potrebbe essere molto peggio.