La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

Dal punto di vista tecnico, i droni sono dei piccoli computer con le ali. Possono essere programmati per registrare video, spiare le conversazioni e, naturalmente, per lanciare missili.
I due modelli più utilizzati sono il Predator e il Reaper. Il primo misura 8 metri di lunghezza, raggiunge i 217 km/h e ha un’autonomia di 700 km. È usato principalmente per missioni di ricognizione, ma può essere equipaggiato con due missili Hellfire. Costa 14 milioni di dollari. Il secondo misura 11 metri ed è predisposto al carico di missili Hellfire e bombe laser guidate. Può viaggiare a 370 km/h e ha un’autonomia di 1200 km/h. Ogni modello costa 37 milioni. Accanto ai modelli tradizionali va segnalato il drone spia Wasp III, in dotazione all’Air Force e al corpo dei marines, ma ancora poco utilizzato. Pesa mezzo chilo per 30 cm di lunghezza. Raggiunge i due km d’altezza ed è dotato di telecamere nonché di un localizzatore GPS. In fase di sviluppo, c’è il Colibrì Nano, le cui dimensioni sono di 16 cm per appena 18 grammi.
Per guidare un drone sono necessarie due persone: una per la gestione della tecnologia pilota, l’altra per il controllo dei sensori. Di solito i centri di comando sono situati in zone molto remote rispetto alle aree di intervento diretto: i droni impiegati nella regione Afpak, ad esempio, sono teleguidati dalle basi dell’Air Force in Nevada (la più grande) e in Arizona, per cui i piloti non sono mai esposti al nemico.
In 10 anni, la flotta degli Stati Uniti è passata da 50 a  circa 1000 esemplari (7000 secondo altre fonti, il 70% di tutti i droni in circolazione). Il Pentagono stanzia 5 miliardi di dollari all’anno per l’acquisto e la manutenzione di questi aerei.

Negli ultimi mesi l’uso dei droni sta alimentando un infuocato dibattito a causa dei numerosi “effetti collaterali” provocati. Dal 2004, gli attacchi dei droni in Pakistan avrebbero causato tra le 1600 e le 2600 vittime, a seconda delle stime, in maggioranza civili. Secondo un rapporto della Commissione pakistana per i diritti umani pubblicato in maggio, nel 2010 gli UAV hanno effettuato ben 134 bombardamenti, quasi tutti sul Nord Waziristan, uccidendo 957 persone e ferendone gravemente 383, in maggioranza civili. Il giornalista pakistano Amir Mir, uno dei maggiori esperti locali di antiterrorismo (minacciato di morte sia dai taliban che dall’Isi), afferma che il 98% delle vittime sono persone che nulla hanno a che vedere con i taliban o con al-Qa’ida.
Anche negli Stati Uniti la questione è oggetto di controversie. Ci si domanda se gli attacchi con i droni in Paesi con i quali il Pentagono non è in guerra, come il Pakistan, lo Yemen e la Somalia, siano legittimi o meno. Secondo Philip Alston, rappresentante speciale dell’Onu per le esecuzioni sommarie, l’uso degli UAV viola di per sé il diritto internazionale in quanto si configura come ”uccisioni extragiudiziali in serie, basate su una licenza di uccidere priva di basi legali”. Da qui sorge un altro problema: se la CIA ha il diritto di uccidere i terroristi, dal momento che è un’agenzia di intelligence e non un ramo dell’esercito. Quesito riproposto in seguito all’uccisione di Anwar al-Awlaki, il quale era pur sempre un cittadino americano.
Infine, recenti studi affermano che i piloti dei droni soffrirebbero di Disturbo post-traumatico e da stress, al pari delle forze di terra impiegate in Afghanistan. Segno che il gesto di uccidere non si può “spersonalizzare” perché comporta sempre le stesse conseguenze psicologiche, sia che avvenga brandendo un joystick che una più classica mitragliatrice.

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