I dilemmi dell’Occidente dopo le elezioni in Tunisia

È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

L’avversione di una parte del Paese verso gli islamisti è testimoniata dai disordini e dalle manifestazioni di dissenso successive all’esito del voto. Non è bastato l’annuncio di Gannouchi, leader di al-Nahdha, di voler formare una coalizione con almeno due movimenti laici – cosa che avrebbe fatto comunque, visto che il suo partito non avrà la maggioranza assoluta in Assemblea. I manifestanti accusano la sua formazione di ricevere finanziamenti dal Qatar, il quale è già stato accusato di interferire negli affari interni della Libia e le cui attività di sostegno all’islamismo sono peraltro ampiamente documentate.
L’esito delle elezioni tunisine potrà fare da apripista per gli islamisti nei prossimi appuntamenti elettorali della regione in Libia ed Egitto. Nella prima l’islamismo è già una realtà, nel secondo una prospettiva. L’onda lunga potrebbe percuotersi anche in Algeria, Mauritania e Marocco.
Sibilline le parole di Yusuf al-Qaradawi, controverso religioso egiziano, vicino ai Fratelli Musulmani benché formalmente estraneo al movimento: “Uomini e Stati hanno il loro tempo… Liberali e laici hanno avuto il loro, questo è il nostro… Gli islamisti insegneranno alla comunità internazionale come essere la guida di un nuovo mondo… l’Egitto sarà in grado di guidare la nazione islamica”.

Non è escluso un nuovo scenario di tensioni tra islamismo emergente da un lato e potenze occidentali dall’altro. La Fratellanza musulmana, filo conduttore dei movimenti islamisti in Tunisia, Libia ed Egitto, potrebbe favorire un’alleanza politica fra i tre Paesi, come pure con la Turchia, faro mediorientale dell’islamismo moderato. In tal caso all’Occidente non resterebbe che riannodare i legami con le monarchie del Golfo, allentati dal sostegno di facciata alla Primavera araba, nonché con le altre monarchie, quelle “presidenziali” in Algeria e Mauritania, appoggiando sottotraccia il fronte della controrivoluzione.

I sommovimenti di questo 2011 hanno spostato equilibri impossibili da ripristinare nella loro originaria posizione. I nostri governi non vogliono mantenere i popoli arabi sotto l’oppressione dei satrapi: desiderano solo la stabilità politica della regione, precondizione necessaria di quella economico-finanziaria, benché finora l’abbiano perseguita nel modo sbagliato. Dall’altro lato, le rivolte arabe non sono state antioccidentali nella loro essenza: chi è sceso in strada lo ha fatto per rivendicare opportunità e partecipazione. I due opposti potrebbero collaborare, invece si evitano in virtù di una reciproca diffidenza. Col rischio che tra i due (non) litiganti sia il terzo a vincere: il temuto fondamentalismo da cui entrambi rifuggono.

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