L’Italia è la grande malata d’Europa e per guarirla non basterà una lettera

1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

2. Sul Corriere il prof. Michele Ainis notava che le leggi di iniziativa parlamentare approvate nella legislatura in corso sono state appena 42, di cui solo una negli ultimi sei mesi, in oltre 535 sedute. E anche quelle poche che si approvano non sono farina del nostro sacco: il 70% di esse serve a dare attuazione alle direttive di Bruxelles. A fare le leggi è ormai il governo, che viaggia al ritmo di due decreti legge e quattro decreti legislativi al mese, per non parlare dei maxiemendamenti. Ma anche aggiungendo questi provvedimenti scritti sotto dettatura, la produzione legislativa rimane scarsa. Ciò che colpisce è la paralisi in cui è caduto il nostro parlamento: al netto dei voti di fiducia (51), quando l’assemblea si riunisce in ossequio ad una chiamata alle armi per garantirsi la propria sopravvivenza, la maggioranza va sempre sotto. È già successo 94 volte (l’ultima mercoledì), nonostante l’assenza delle opposizioni sia stata decisiva nelle votazioni di un terzo dei provvedimenti fin qui approvati.
Se il governo è commissariato dall’Europa, nota Ainis, il parlamento è di fatto commissariato dal governo, in barba al principio del bilanciamento dei poteri. Difficile pensare che un’istituzione parlamentare così ingessata possa partorire un piano di riforme nei tempi e nei modi assicurati a Bruxelles. Il calendario della Camera nel mese di novembre prevede solo mozioni, risoluzioni, atti d’indirizzo. Ma senza il voto di fiducia non si decide nulla: persino il disegno di legge sulle intercettazioni, tanto caro al premier, è sparito dal calendario dei lavori. Tutto per non decidere, per restare fermi, trascinando la legislatura come un peso morto fino alla sua naturale eutanasia nel 2013. Di per sé, un bel guaio per la democrazia italiana. Per estensione, un dramma per l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

3. La paralisi sul piano politico è tuttavia poca cosa rispetto a quella, ben più invalidante, sul piano economico. Mesi fa, il rapporto After the Crisis: Assessing the Damage in Italy, commissionato dal Fmi, ha rigorosamente dimostrato come l’economia italiana abbia subito delle perdite permanenti nella crescita potenziale dopo la crisi del 1992 e poi dopo quella del 2007. Il calcolo sommario conferma una dinamica che in molti già sospettavano: dopo ogni crisi l’Italia riprende a crescere, ma ogni volta a ritmi più tardi. Nel dettaglio, il nostro Paese è cresciuto in media dello 0,7% trimestrale negli anni Ottanta fino al 1992, quando ha rallentato allo 0,56% dopo la crisi della lira, per poi frenare allo 0,37% dopo la recessione del 2001 e ulteriormente allo 0,28% dopo quella del 2008. Se quella attuale è una ripresa, è a passo di lumaca. E le prospettive future sono poco incoraggianti, se pensiamo che le risorse drenate da qui al 2013 dalle manovre a raffica dell’ultima estate toglieranno linfa ad un sistema già debilitato – col rischio che il bilancio pubblico ne risucchi ulteriori per pagare gli interessi sul debito cresciuti a causa dello spread.
La conclusione del rapporto è scoraggiante: benché uscita quasi indenne dalla crisi bancaria, l’Italia arriverà al 2015 con un Pil inferiore dell’11-15% rispetto a quello che si sarebbe potuto raggiungere senza le parentesi della recessione. E parliamo di danni permanenti, che faranno sentire i loro effetti al di là delle riforme e dei provvedimenti pomposamente annunciati.
Per gli esperti il Paese ha un problema complessivo di produttività. Negli anni precedenti l’ultima recessione, la quantità di lavoro è aumentata, ma il contributo del capitale è rimasto stabile. In altre parole, è caduta la produttività totale dei fattori, la quale non dipende dal lavoro ma dall’innovazione, la burocrazia, la fiscalità e le infrastrutture. Le riforme intervenute negli ultimi vent’anni non hanno fatto quasi nulla per invertire questa rotta, come invece è stato fatto in Germania, al fine di mantenere alta la competitività dei nostri prodotti (in Germania la propensione all’export è al 53%, da noi al 32%). E ora ne paghiamo il prezzo, in una fase congiunturale in cui proprio le esportazioni sarebbero la più valida cinghia di trasmissione per dare impulso ad un’economia stagnante. Col paradossale risultato che l’Italia, pur vantando la seconda industria manifatturiera d’Europa, non riesce ad agganciare la crescita che proviene dai Paesi emergenti, e anzi viene scavalcata da alcuni di questi (Brasile, India, Corea del Sud) proprio nella classifica delle attività industriali.

4. A frenare la crescita è il peso intollerabile di un sistema asfissiante e inefficiente – ma solo per alcuni. Anni di cattiva gestione politica, improntata più al clientelismo che alla tutela del bene comune, hanno quasi incessantemente dilatato, insieme al debito, le forme di privilegio garantite alle più varie corporazioni, a danno del sistema. E la conseguenza di questa prassi di mantenere ampi settori al riparo da ogni stimolo competitivo non può che essere la decrescita, visto che l’intera economia ne paga i costi in termini di performance inadeguata.
Posta così somiglia ad una scoperta dell’acqua calda, ma le cifre al riguardo offrono un’idea di quanto ci costi questa inefficienza. Nella sua ultima relazione da Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha fornito una stima di due piaghe tipiche che affliggono il sistema Italia, l’inefficienza del sistema giudiziario e di quello educativo: ciascuna di esse ci costerebbe l’1% del Pil potenziale. Quasi 30 miliardi di euro in tutto, praticamente una manovra finanziaria.
Poco tuttavia rispetto al lavoro sommerso, che ci costa nove volte tanto: circa 275 miliardi secondo l’Istat, il 17,5% del Pil. Nel 2010 l’evasione media degli italiani si è attestata al 13,5% del reddito dichiarato (2.093 euro a contribuente).
Inefficienza ed evasione hanno un tratto comune con la produttività. E in ciascuno caso l’unica svolta possibile si ottiene solo attraverso l’innovazione. Strumenti come l’informatizzazione e la ricerca, sia nel pubblico che nel privato, sono la chiave per il pronto rilancio dell’economia. Certamente più di opere inutili come la TAV, di licenziamenti più facili, dell’aggiunta di un paio di frasette nella Costituzione e di una fragile lettera al Babbo Natale in quel di Bruxelles.

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