Obama, Premio Nobel per la realpolitik

1. Quando, nel 2009, Barack Obama fu insignito del Premio Nobel per la Pace, furono in molti a storcere il naso: il suo primo anno di mandato non era stato stepitoso e l’America era ancora impantanata nei teatri di Iraq e Afghanistan. Una diffidenza cresciuta in modo esponenziale negli utlimi mesi: dopo l’interventismo in Libia, l’indifferenza per la Siria e il silenzio assordante sull’invasione saudita in Bahrein c’era perfino chi, come Giulietto Chiesa, lo aveva ribattezzato “Barack Obush”.
Tuttavia chi vede una continuità tra l’interventismo di Bush e la politica militare di Obama si sbaglia. Se è vero che nei primi due anni il presidente in carica ha mantenuto una postura non dissimile, seppur addomesticata, da quella del suo predecessore, lo stile di governo del primo è radicalmente diverso rispetto a quello del secondo. Guido Moltedo su Europa offre un’interessante disamina del modo di agire di Barack Obama: il tratto distintivo della sua personalità è il realismo e il suo approccio politico è basato sul calcolo scevro di ogni elemento ideologico, al contrario di quello di Bush, spiccatamente mosso dall’ideologismo neoconservatore intriso di fondamentalismo religioso. D’altra parte lo stesso Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, n.d.a.]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta,” ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo. Forse è per questo che l’America non era mai stata impegnata su così tanti fronti come da quando è guidata da Obama: due guerre in corso in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungono altre guerre fantasma (con i droni) in Pakistan, Yemen, Somalia, Messico e, ultimamente, Uganda. Eppure questo atteggiamento, discutibile su un piano ideale, si è rivelato più fruttuoso di quello viceversa (fin troppo) concreto di Bush: ques’ultimo ha sperperato miliardi di dollari nelle campagne mediorientali, gonfiando il debito Usa e abdicando di fatto dal ruolo di unica superpotenza che l’ex governatore del Texas aveva ereditato da Clinton, con l’aggravante di quasi 5.000 soldati caduti 225.000 morti totali. Obama, invece, ha saputo togliere di mezzo tre nemici come bin Laden, al-Awlaki e Gheddafi senza perdite umane.
Anche le modalità di condurre le operazioni è molto diversa: Bush preferiva il classico approccio muscolare, fatto di operazioni a terra e occupazione a oltranza; Obama si affida invece alla forza aerea (meglio se senza pilota, con l’uso massiccio dei droni), in collaborazione con le forze europee, senza alcun ricorso ai reparti di terra, offrendo assistenza alle forze locali secondo il collaudato schema della proxy war. Un paradigma che ha permesso alla Casa Bianca di raggiungere in Libia un importante successo sia politico (caduta del regime) che diplomatico (“regalare” il merito della vittoria ai libici, come notava Moltedo) senza esporsi in prima linea.
Inoltre, al di là delle dichiarazioni di facciata circa la ritrovata libertà del popolo libico, l’appoggio offerto ai ribelli di Bengasi consentità la penetrazione nel Paese dei prodotti made in Usa, restituendo una boccata d’ossigeno ad un tessuto produttivo, nonché ad una situazione occupazionale ancora in apnea. Non c’è nulla di ideologico in tutto questo, ma solo una strategia orientata alla concretezza e oculatamente ponderata alla ricerca del risultato as best as possible. Più che per la pace, dunque, il vero premio appuntabile ad Obama è per la realpolitik. Ideologiche, semmai, sono le scontate obiezioni mosse dai movimenti pacifisti contro il primo presidente afroamericano, dopo che tre anni fa si erano spellati le mani al momento della sua elezione.

2. Tale strategia è anche il frutto della sconfortante presa di coscienza che il cammino verso la rielezione è sempre più in salita. Fino allo scorso anno, Obama non era mai stato seriamente impegnato in politica estera. Tutta la sua campagna elettorale era stata imbastita sui temi del lavoro, della riforma sanitaria e delle altre spinose questioni interne, relegando i suoi programmi in politica estera alla sola promessa di accelerare il ritiro dall’Iraq. Ne è scaturito un primo biennio di presidenza, sul versante estero, sostanzialmente analogo all’ultimo biennio di Bush: attenzione ai dossier afghano e iracheno, approccio morbido (troppo, secondo Israele) verso l’Iran, tentativo di dialogo con la Cina. Con l’aggravante del surge in Afghanistan, bilanciato dagli sforzi (verbali) per la promozione del ruolo delle organizzazioni internazionali e della cooperazione tra i popoli (motivazione alla base dell’assegnazione del Nobel). Nondimeno la situazione interna non è migliorata, lo spettro della crisi e sempre lì, la disoccupazione resta elevata e il deficit federale è sempre in doppia cifra, stratificandosi in un debito pubblico dalle dimensioni sempre più esorbitanti.
Dopo la batosta delle scorse elezioni di midterm (in quello che è stato il peggior risultato del partito democratico in sessant’anni), e conscio che la bufera della crisi non passerà tanto presto, Obama deve aver capito che solo puntando sulle relazioni internazionali può frenare l’emorragia di consensi, spaccando il fronte repubblicano e garantirsi la sopravvivenza politica. Per vincere non è necessario essere il più forte: basta confrontarsi con avversari più deboli.
La nascita del Tea Party ha rafforzato il dissenso ne confronti del presidente in carica, ma ha altresì creato delle spaccature interne tra l’ala libertaria e quella neoconservatrice del partito repubblicano. Il tallone d’Achille del movimento è proprio la politica estera. Non è un caso che la campagna elettorale di midterm abbia lasciato da parte tale capitolo. Con un approccio moderato, impreziosito da qualche colpo ad effetto (in cassaforte ce ne sono già tre, come detto sopra), Obama può esacerbare le contraddizioni interne al Tea Party lacerandone la base. A quel punto non resterà che mettersi comodo in attesa della scadenza del 2012, mentre gli avversari dall’altra parte della barricata si azzuffano tra loro. Un pragmatico come Obama sa bene che l’importante vincere.
A modo suo, il primo presidente afroamericano sta contribuendo ad una maggiore sicurezza nel mondo, certamente più e meglio di quanto abbiano fatto manifestazioni di piazza e bandiere appese ai balconi. “Meritandosi” quel Premio Nobel per la pace attraverso la realpolitik.

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