Cina, padrona di tutte le acque

Ultimamente la Cina ha molti problemi con i suoi vicini. Oltre alle dispute sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale, a sollevare le cancellerie indocinesi c’è la questione del Mekong. Si tratta del dodicesimo fiume al mondo per lunghezza (4.900 km) e il decimo come portata d’acqua, e come tale è fonte di vita per tutte le aree che attraversa. Ma quest’anno il livello del fiume è stato il più basso degli ultimi trent’anni, accentuando il problema della scarsità idrica in un contesto, come quello del sudest asiatico, caratterizzato da una forte crescita demografica.
Ad aggravare la situazione ci pensa la politica. Entro il 2025 il Mekong sarà arginato, deviato, rallentato, da una ventina di dighe, di cui almeno otto in Cina (per una capacità complessiva di 15.200 MW, sufficienti per 75 milioni di persone) e undici nel suo corso inferiore. I governi interessati evitano di alzare la voce perché le élite locali sono legate a doppio filo con il regime di Pechino, dal quale ricevono finanziamenti e benefits, ma non è escluso che la questione possa innescare una spirale di conflitti in un futuro prossimo.
Benché le guerre per l’acqua rappresentino uno scenario meno frequente di quanto si creda, il problema non va comunque sottovalutato. il crescente fabbisogno idrico e il circa le conseguenze del riscaldamento globale lasciano intravedere un avvenire quanto mai complicato per il continente asiatico. Per smorzare le tensioni basterebbe programmare le politiche in un quadro di cooperazione con i Paesi a valle, ma Pechino sembra avere un’avversione per un approccio multilaterale alla questione idrica.

Non è solo la regione indocinese a subire questa dipendenza. Anche l’altro gigante del continente, l’India, mostra preoccupazione per i progetti di sbarramento cinesi. Ad inquietare Delhi è in particolare la diga che Pechino avrebbe intenzione di costruire a Metog, sul fiume Brahmaputra, da cui spera di ricavare una produzione idroelettrica di 38.000 MW.
Il problema dell’accesso all’acqua ha avuto un ruolo non secondario nei disordini che tre anni fa hanno infiammato il Kirghizistan. La Cina aveva ridotto la portata dei suoi principali fiumi fino alla metà, in conseguenza del danneggiamento al proprio sistema idrico in seguito al terremoto del 12 maggio 2008, sottraendola ai Paesi a valle. Il governo kirghizo non riuscì a garantire l’approvvigionamento idrico alla popolazione, contribuendo ad esasperare gli animi fino ai gravi scontri etnici che insanguinarono il Paese.

Allargando lo sguardo, praticamente tutti i grandi dell’Asia centrale nascono in Cina (meglio ancora, in Tibet). Un terzo dell’umanità vive dell’acqua nascente dalle vette dell’Himalaya. La stabilità dell’intera regione, già instabile in sé, è in funzione della gestione che il Dragone fa dell’oro blu. È impressionante la mole di progetti inerenti alla gestione delle acque che i cinesi hanno pianificato in Tibet. Ecco spiegato perché la Cina non abbandonerà mai questa martoriata regione. Il tetto del mondo è alla base della strategia di fondo del governo di Pechino: l’indipendenza idrica ed energetica, condizioni indispensabili per l’indipendenza politica, e per proseguire indisturbata la propria crescita geoeconomica. Ecco spiegato perché la Cina non vuole riconoscere (e non riconoscerà) alcuna autonomia al Tibet.
L’idroelettrico è una tra le alternative per ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. Con la differenza che, mentre il fabbisogno di energia può essere soddisfatto attraverso un’opportuna diversificazione delle fonti analogo discorso non è possibile per quello idrico. L’acqua non è sostituibile.

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