Cristina Kirchner (e il peronismo) stravincono in Argentina

Come nelle previsioni, Cristina Kirchner è stata rieletta alla guida dell’Argentina. E’ la prima donna alla guida di un Paese a venire rieletta per la seconda volta. Il 54% di responsi con il quale si è assicurata il secondo mandato non sorprende nessuno. Fa tuttavia impressione il distacco rispetto al secondo classificato, il socialista Hermes Binner, giunto appena al 17%: si tratta del più ampio divario tra vincitore e runner-up nella storia del Paese. Sarà sostenuta dal suo partito, il Frente para la Victoria, che si è guadagnato la maggioranza assoluta al Congresso.

Crescita economica e affetto popolare, accresciuto dalla scomparsa del marito, l’ex presidente Nestor Kirchner nel 2009, hanno contribuito all’impennarsi della sua popolarità. Subito dopo lo scrutinio dei voti la “presidenta” ha dichiarato di voler “migliorare la vita di 40 milioni di argentini“, davanti ad una festante Plaza de Mayo, a Buenos Aires.
I meriti di Kirchner si possono riassumere in tre punti:
1) La riaffermazione del ruolo dello Stato nell’economia. Nonostante una ferrea opposizione politica e lobbistica, per anni foraggiati da corruzione e privatizzazioni, Kirchner è riuscita a restituire all’autorità centrale la gestione e la pianificazione dei settori produttivi. Ricavando un vantaggio anche sul piano sociale;
2) La riconversione del welfare. I lauti introiti generati dall’export di materie prime, come la soia, hanno fornito allo Stato le risorse necessarie per completare il programma di sostegno, iniziato da suo marito, in favore delle fasce sociali più deboli;
3) L’apertura ai giovani. Grazie a lei, in Parlamento sono entrati deputati giovani che garantiranno al Paese una futura classe dirigente preparata.

Tuttavia, accanto alle luci permangono alcune ombre. “La spiegazione della sua vittoria è semplice,” ha affermato il sociologo Jorge Giacobbe: “il 60% degli argentini sta migliorando la propria condizione economica. E la metà del 40% che non sta migliorando è peronista“. E non va dimenticato che parte del benessere acquisito è comunque ridimensionato dall’inflazione galoppante, denunciata dagli economisti ma sottaciuta dalla presidenza.

L’abissale distacco tra Kirchner e il suo più immediato concorrente la dice lunga sulla consistenza dell’opposizione nel Paese. L’Argentina è formalmente multipartitica, ma di fatto il Frente para la Victoria – o meglio, il peronismo – ha un’egemonia quasi assoluta.
Le ultime tre elezioni confermano la tendenziale crescita di consensi intorno a tale movimento: nel 2003 i tre candidati peronisti (Carlos Menem, Nestor Kirchner e Adolfo Rodriguez Saa) totalizzarono pari a 63% dei voti totali, mentre il Partito Radicale, da sempre considerato la principale formazione d’opposizione, racimolò appena il 2,6% con Leopoldo Moureau. Nel 2007 i tre peronisti (Cristina Kirchner, Roberto Lavagna e Alberto Rodriguez Saa) fecero anche meglio: 72% dei voti, mentre i Radicali non presentarono neppure un candidato. Percentuale ribadita domenica, dove però va segnalato l’exploit (17%) del partito socialista di Binner, mai così in alto nelle precedenti consultazioni.
La politica Argentina sembra aver smarrito i caratteri del bipartitismo, se pensiamo che negli ultimi tre appuntamenti elettorali l’unica opposizione è stata condotta all’interno dello stesso fronte peronista, incapace di mettersi d’accordo sulla figura di un unico candidato. Ora il Frente para la Victoria, formazione che ha (temporaneamente?) raccolto la maggior eredità, avrà i numeri per procedere alle riforme in cima all’agenda della seconda presidenza Kirchner, a cominciare dalla legge sulla vendita dei terreni e dalla revisione della Banca Centrale, che la renderà meno indipendente e più vicina alla programmazione di bilancio del governo.

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