Kenya e Turchia, invasioni di campo

Cosa hanno in comune le operazioni militari turche contro il Pkk nel Nord Iraq e quelle del Kenya contro gli al-Shabaab in Somalia? In entrambi i casi l’esercito di uno Stato sovrano si è spinto fino all’interno di un altro per contrastare una minaccia nemica.


In Turchia la questione curda risale al secolo scorso, col passaggio dall’impero ottomano alla repubblica kemalista. Per salvare il Paese dal baratro del disfacimento, Ataturk riforgiò il sentimento popolare nei termini della fedeltà assoluta all’ethos dello Stato, in cui qualunque cosa il potere facesse era giustificata e mai messa in discussione, pena l’incorrere nei rigori della legge. Corollario di questa transizione fu l’odio viscerale verso il pluralismo etnico-culturale, che in epoca ottomana aveva contribuito all’ascesa della decaduta potenza d’oriente. Il tentativo di forzata assimilazione che ne seguì suscitò la reazione del popolo curdo, fino allo scoppio della lotta armata del Pkk contro lo Stato turco nel 1984. Ora il governo di Ankara progetta anche di sviluppare una pattuglia di droni per colpire le basi curde dentro e fuori i confini turchi.


In Kenya l’incursione dell’esercito in territorio somalo, avvenuta in reazione ad una serie di rapimenti di lavoratori e turisti in territorio kenyota, va inserita nel più ampio contesto della guerra civile somala. Le ostilità tra Kenya e milizie Shabaab ha toccato il suo apice il 20 luglio 2010, quando i ribelli uccisero due soldati kenyoti nel corso di un feroce attacco lungo una zona di confine. Il Kenya peraltro, paga in prima persona il prezzo della catastrofe somala, sia per il dramma dei profughi che confluiscono in massa in territorio kenyota (il rifugio di Dadaab, è ormai il più grande campo profughi del mondo), che per la minaccia della pirateria a cui sono costantemente sottoposte le rotte marittime. È noto da tempo che le autorità di Nairobi reclutano giovani somali per impiegarli nella lotta contro gli Shabaab, attingendo proprio al copioso bacino di Dadaab, ma le autorità kenyote hanno sempre negato questa circostanza.

Nel diritto internazionale, la reazione normale ad un illecito (termine generalissimo che comprende anche attacchi armati e attentati terroristici) è l’autotutela, cioè il farsi giustizia da sé. Tale comportamento, che nel diritto interno è un fatto eccezionale, è invece la regola in ambito internazionale, dove manca tuttora un sistema accentrato di garanzie dell’attuazione delle forme. Una situazione che nemmeno la Carta delle Nazioni Unite, la quale ha cercato di codificare il ricorso alla legittima difesa nell’art.51, è riuscita a modificare. Peraltro, l’art. 51 fu scritto all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando gli unici attacchi armati possibili erano quelli da Stato a Stato. L’insorgere di gruppi privati in lotta contro le autorità centrali ha però aggiunto una nuova casistica d’intervento. In generale, la forza internazionale (Stato contro Stato) è vietata; ciò che invece il diritto internazionale non vieta è l’uso della forza interna, quella che rientra nel normale esercizio della potestà di governo di uno Stato.

Tuttavia, la distinzione tra forza interna ed esterna diventa difficile in presenza di certi casi limite. Kenya e Turchia sono vittime di attacchi contro le proprie forze interne ma compiuti da gruppi armati (rispettivamente al-Shabaab e Pkk) localizzati all’esterno; come vanno inquadrate le azioni violente dirette da tali gruppi? Per quanto sembri generico e superficiale, l’unico criterio utilizzabile per stabilire in quale categoria vanno ricondotte tali azioni è quello del luogo dove l’atto ostile è stato commesso: l’impiego della forza nei limiti del territorio dello Stato è sempre considerata un’azione di polizia; viceversa, in un territorio sottoposto alla sovranità di un altro Stato concretizza un’azione di forza internazionale.

Negli ultimi anni i casi di “polizia internazionale” al di fuori dei propri confini per reprimere l’attività di gruppi terroristici si sono moltiplicati. Pensiamo ai pattugliamenti dei soldati israeliani in territorio libanese per contrastare le offensive di Hezbollah, per non parlare della global war on terror, lanciata a suo tempo da Bush contro al-Qa’ida, che ha prodotto le campagne mediorientali in Iraq e Afghanistan.
Tutte operazioni giustificate come atti di legittima difesa. Nessun governo può scegliere l’inazione di fronte ad un attacco che ne metta a rischio uomini e strutture. Il punto è che in nessuno dei casi in questione l’opzione militare è o poteva essere la soluzione definitiva al problema. Ma tutti rappresentano dei precedenti, eventualmente invocabili in futuro per giustificare ulteriori sconfinamenti e violazioni di diritti umani, in nome della sicurezza nazionale.

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