Alcuni numeri sulla tragedia greca

Le violente proteste in Grecia non sono che la punta dell’iceberg della disperazione che si vive nel Paese culla della civiltà. Giudicati fannulloni e irresponsabili dai colletti bianchi dell’eurocrazia, i Greci stanno pagando un prezzo altissimo per i sacrifici loro imposti in nome della moneta unica.
Press Europe riassume a grandi linee i caratteri di quello che definisce un genocidio finanziario: riduzione di stipendi e pensioni fino al 30%; prezzi di luce e gas rincarati del 50%, quelli dei carburanti raddoppiati; oltre 55.000 imprese commerciali fallite; dipendenti pubblici pagati con mesi di ritardo (quelli del Ministero della Cultura non prendono stipendio da quasi due anni); disoccupazione giovanile al 40%; scuole e università paralizzate; nuove tasse inventate da un giorno all’altro e consumi crollati.

La crisi colpisce più duramente le fasce deboli della popolazione. L’Università di Cambridge segnala nel Paese un brusco calo dello stato di salute dal 2007 in poi. I Greci che dichiarano di avere problemi di salute sono aumentati del 14%, ma quelli che si rivolgono ad un medico sono scesi del 15%. Le infezioni da HIV sono aumentate di un terzo nel 2011 e si prevede che entro la fine dell’anno saranno oltre il 50% in più rispetto al 2010. I casi di contagio dovuti all’uso di droghe iniettabili è addirittura decuplicato in un anno e rappresentano la metà di tutti i nuovi infetti da HIV. Il resto degli aumenti sembra essere legato alla prostituzione, ultima spiaggia per chi ha perduto lavoro e risparmi. Relazioni degli esperti suggeriscono addirittura dei casi di deliberata autoinfezione tra gli strati più poveri in modo da accedere alle prestazioni di assistenza sociale (700 euro al mese). Il consumo di eroina è aumentato del 20% nel 2009. Omicidi e furti sono raddoppiati. I suicidi aumentati del 50%. I fondi statali agli ospedali sono stati decurtati del 40%, a fronte di una domanda sanitaria (cioè di ricoveri in strutture pubbliche) cresciuta del 25%.

Nonostante le misure draconiane, la situazione finanziaria di Atene non migliora. Anzi, va sempre peggio: le spese aumentano, al contrario delle entrate che diminuiscono sempre di più. Il deficit di bilancio nel periodo gennaio – settembre è stato pari a 19,16 miliardi di euro, rispetto ai 16,65 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (+15%). In altre parole, la Grecia spende tuttora il 150% di quello che ricava. E il 5,28% del PIL se ne va solo per pagare gli interessi su un debito da 353 miliardi. Il governo greco continua ad ostentare ottimismo, affermando che dopo anni di recessione si avrà una crescita di quasi il 6% nel 2014. Previsione smentita dai fatti, al pari di tutte le altre: ogni mese le stime vengono corrette al ribasso.

Ok, le entrate scendono a causa della pesante recessione. Ma le spese? Quelle per la difesa, ad esempio, sono rimaste piuttosto stabili. Il governo Papandreou non ha stracciato nessuno dei ricchi contratti firmati con l’industria bellica, come quello per l’acquisto di 400 carri armati dagli Stati Uniti. L’esigenza di contenere lo storico avversario turco non regge più, se pensiamo alla politica “zero problemi con i vicini” perseguita da Ankara dall’avvento di Erdogan.

La Grecia rimane il Paese con la più alta evasione fiscale al mondo. Basti ricordare il caso tragicomico delle piscine in Atene: 324 secondo il fisco, 16974 secondo una ricerca del settimanale der Spiegel. Alcuni numeri: la Grecia produce il 2,7% del PIL europeo e lo 0,3% di quello mondiale. Prima della crisi, il Paese era al 40esimo posto per reddito pro capite. Solo ottantacinque persone dichiaravano un reddito superiore a 500.000 euro e solo sei ne dichiaravano uno superiore al milione. Dati non verosimili, che fanno a pugni con quelli (autentici) di un Paese sacrificato sull’altare dell’eurocrazia.

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