Quante cose gli “indignados” non sanno sulla crisi

Nel giorno di sabato 15 ottobre centinaia di migliaia di persone in più di ottanta Paesi del mondo sono scese in piazza per per protestare contro le risposte della politica alla crisi, ritenute inefficaci e a sfavore dei giovani, e contro il sistema finanziario, ritenuto il principale responsabile dell’attuale situazione. Tornando indietro con la memoria, è forse dal 1848, in concomitanza con le agitazioni politiche della Prima Internazionale, che le proteste non si collegavano tra loro in una vasta catena globale di rivolta. Gli eventi in corso in ciascuno dei Paesi coinvolti esprime bisogni e desideri comuni a tutti gli altri: prospettive, rappresentanza, equità e partecipazione. E in tanti gridano che questo è solo l’inizio.
Ma gli indignados, laureati o meno che siano, dimostrano quanto sia profondo il deficit culturale in materia di economia in questo e in altri Paesi. Le nuove tecnologie e social network hanno svolto un ruolo determinante nel coinvolgimento di un così imponente numero di persone, ma hanno anche contribuito a diffondere ignoranza e luoghi comuni. Il risultato è tanto entusiasmo e poche proposte, per lo più improponibili. Basta leggere alcuni loro cartelli per rendersene conto: contro la Banca d’Italia, contro il signoraggio, contro non meglio identificati poteri forti.
Punto per punto, diamo un’occhiata ai principali falsi miti propagandati.

Noi il debito non lo paghiamo
La soluzione proposta al crescente problema dei debiti sovrani è semplice: non pagarlo. Poiché il debito non è stato contratto dai giovani, questi ultimi rifiutano di farsene carico. Ripudiare il debito permetterebbe ai governi di liberare risorse da impiegare in politiche sociali e sviluppo.
Qui nasce un problema. Per un debitore che rifiuta di pagare, c’è sempre un creditore che ne soffre. E se il debito è iperbolico come il nostro (1.900 miliardi di euro) i creditori sono tanti e ben assortiti, a cominciare proprio dai piccoli risparmiatori, ossia genitori, zii, nonni, ecc. degli stessi indignados, per proseguire con le banche, sia pur responsabili del disastro finanziario in corso. Insolvenza fa rima con miseria, non con liberazione.
Inoltre, nel contesto di una moneta unica il default dell’Italia è il peggiore degli scenari ipotizzabili. Perché se cade l’Italia cade l’euro, evento che alcuni saluterebbero come una liberazione ma che in realtà si tradurrebbe in un suicidio economico. L’inflazione conseguente eroderebbe ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie, portando alla fame anche quelle che hanno ancora la fortuna di arrivare alla fine del mese. E non saremmo gli unici a soffrirne: la Grecia (che riprenderebbe le redini della propria politica economica) forse no, ma Portogallo, Spagna ed Est Europa si. Anche negli Stati Uniti l’economia, già provata dalla crisi, subirebbe un colpo durissimo. In pratica, caduti noi, cade tutto il sistema. Con risvolti potenzialmente incalcolabili.
Ma questo gli indignati non lo sanno.

Salviamo la gente, non le banche
I governi devono aiutare le persone, non salvare le banche che questa crisi l’hanno provocata. Da un punto di vita etico sarebbe anche giusto; in concreto questa soluzione tralascia di considerare alcuni assunti.
Nell’economia moderna, l’esercizio del credito e l’intermediazione finanziaria sono due strumenti necessari e indefettibili, piaccia oppure no. Il ciclo economico, che parte dal sostenimento dei costi per concludersi col conseguimento dei ricavi, senza il credito bancario non potrebbe neppure iniziare. Anche i semplici negozi chiuderebbero. Non sarebbero solo le imprese (grandi e piccole) a soffrirne: quante persone potrebbero comprare una casa senza un mutuo?
Per gli indignados, il fallimento delle banche  è uguale a niente più speculazione e superbonus per i top manager. Gli altri effetti collaterali (niente soldi al bancomat, niente mutui per la casa, niente spesa al supermercato) non vengono neppure considerati.
Il settore bancario ha molte colpe da espiare, ma l’ordalia proposta finirebbe per ripercuotersi in capo a tutti noi, non soltanto alle banche. E’ legittimo chiedere maggiori politiche sociali, ma non va dimenticato che i governi sono intervenuti anche in questa direzione attraverso le misure di sostegno del reddito (si veda la cassa integrazione).
Ma questo gli indignati non lo sanno

La Banca d’Italia, la Bce e il signoraggio
Per ragioni del tutto incomprensibili, le banche centrali sono additate come le principali responsabili della crisi. Questo perché sono considerate il vertice del settore creditizio, da cui la crisi è partita. Una posizione che ha dato luogo all’insorgere di varie leggende.
La prima è le banche centrali, benché organismi pubblici, siano di fatto enti privati perché dotate di un capitale sociale partecipato da gruppi bancari e s.p.a. private. Niente di più falso. La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, deputato alla vigilanza sul settore bancario. Essa possiede sì un capitale sociale (che ammonta a 156.000 euro, versati nel 1936) suddiviso in quote (non in azioni) e partecipato da privati, ma che non comporta alcun controllo sull’istituto, come varie teorie complottistiche vorrebbero far credere. Innanzitutto, le quote in Banca d’Italia (inalterate dal 1948) non possono essere iscritte in bilancio tra le immobilizzazioni finanziarie, dunque non costituiscono ricchezza per chi le possiede. Il diritto di voto è disciplinato secondo il meccanismo del voto scalare in modo da evitare un’eccessiva concentrazione nelle mani di pochi, e a ben vedere è più che altro formale (ad esempio, per prassi l’approvazione del bilancio è tacita). La distribuzione di utili è disciplinata negli art. 39 e 40 dello Statuto, ai privati spetta una somma complessiva fra il 6% e il 10% del capitale stesso (15.600euro) a cui può aggiungersi una comma non superiore al 4% (per prassi lo 0,5%) delle riserve; fra il 20% e il 40% deve essere accantonato a riserva; il resto è devoluto allo Stato. Per finire, il Governatore e il Direttorio sono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del governo e non dalle banche.
La seconda è il signoraggio, ossia i redditi derivanti dall’emissione di moneta. Siti internet e blog vari affermano che il signoraggio è la differenza tra il valore di una banconota e il costo per produrla, che confluisce nelle casse della Banca, dunque nelle tasche dei banchieri. Niente di più falso. Tale teoria violi almeno una mezza dozzina di principi base della ragioneria, a cominciare dalle più elementari registrazioni in partita doppia.
Poi c’è la Banca centrale europea. Il crescente spazio sui mezzi di stampa riservato all’istituzione con sede a Francoforte e la lettera inviata al governo italiano in estate sono visti come i più chiari indizi dello strapotere acquisito da tale istituto. Il che è frutto di una visione distorta. Chiunque abbia studiato il diritto dell’Unione Europea sa che la Bce è di fatto l’istituzione comunitaria più efficiente perché dotata degli strumenti per agire in via diretta, senza passare per il consenso dei singoli Stati. Nei momenti più caldi della crisi l’intervento della Banca si è rivelato tempestivo ed efficace – certamente più di quello della Fed, che ha tamponato le falle del sistema avvalendosi di quelle stesse megabanche corresponsabili della crisi.
E pensare che Mario Draghi, considerato il tecnocrate fra i tecnocrati e per questo bersaglio della rabbia del movimento, sia nella famosa lettera all’Italia che nelle più recenti dichiarazioni ha sempre insistito sulla necessità e sull’importanza di investire sui giovani.
Ma questo gli indignati non lo sanno.

Come l’Islanda, dove il popolo ha sconfitto l’economia globale
La cosiddetta “rivoluzione silenziosa” in corso in Islanda ha trovato spazio solo sul web, nell’indifferenza pressoché assoluta dei canali d’informazione più tradizionali. La risposta degli indignati è ovvia: che cosa accadrebbe se tutti sapessero se sconfiggere il sistema finanziario è possibile?
Purtroppo, le poche voci che hanno raccontato ciò che accade nell’isola scandinava ne hanno messo in luce solo il lato romantico, senza alcuno sguardo sugli aspetti che rendono questa esperienza improponibile in un contesto come quello italiano. È vero che la protesta islandese ha portato alla caduta del governo, alla decisione di non pagare il debito, alla stesura di una nuova Costituzione via internet. Tuttavia, prima della crisi finanziaria del 2008 gli islandesi non erano mai scesi in strada a manifestare e nessun governo si era mai dimesso per palese inefficienza. Le proteste di piazza sono state un’esperienza del tutto inedita in un Paese che non vive le tensioni ideologiche che da decenni hanno reso il dibattito sociale in Italia (e in Occidente) un continuo scontro senza confronto. Da questo punto di vista, fino a tre anni fa l’Islanda è sempre stata un’isola felice: nessun politico andava in giro con la scorta; nessuna guardia giurata all’ingresso di una banca. E dove il dibattito è aperto l’informazione è trasparente, al punto che l’Islanda era al primo posto nel mondo nella classifica di Freedom House sulla libertà di stampa. Per finire, stiamo parlando di un Paese da 320.000 abitanti: il meno popolato d’Europa, microstati esclusi. Questo fa si che il tessuto sociale sia piuttosto omogeneo, dagli interessi convergenti e poca conflittualità interna. Come mai potrebbe esserlo quello di nazioni con decine di milioni di cittadini.
L’esperienza islandese rappresenta un sincero e ammirevole esempio di democrazia, ma qualunque comparazione tra la realtà islandese e quelle del resto del mondo, italiana compresa, è semplicemente assurdo e inopportuno.
Peraltro, la questione del debito è tutt’altro che archiviata. Poco prima del referendum di aprile sul piano di rimborso proposto dal governo, Regno Unito e Olanda avevano annunciato che, in caso le urne avessero dato un responso negativo, avrebbero convenuto lo stato islandese in giudizio per ottenere il risarcimento di quanto dovuto. Il rischio di dover pagare comunque (magari con gli interessi) incombe dunque tuttora.
Ma questo gli indignati non lo sanno.

In conclusione, è naturale nutrire risentimento verso un sistema che ridimensiona i diritti dei cittadini in nome di logiche incomprensibili ai più. È naturale che i giovani siano delusi dal costatare che il futuro è un rischio e non un’opportunità come si era sempre detto loro. È naturale che la crisi si sia tradotta in un corso full immersion e accelerato di economia e finanza che i soggetti economicamente più deboli hanno vissuto sulla propria pelle. Ed è naturale che l’ignoranza sia madre della superstizione, piaga di tutte le menti deboli, facili prede di chi è pronto ad approfittarne.
I giovani indignati, molti dei quali pur laureati e specializzati, sulla crisi hanno poche idee e molto confuse. Non aspirano a cambiare le strutture economiche, ma solo distruggerle. Non chiedono più regole e controlli, ma solo di fare piazza pulita. Entusiasmo e partecipazione vengono tradotti in slogan (gli stessi di parte della classe politica, allora dov’è l’alternativa?) più che in proposte concrete (che pure ci sarebbero: meno deregulation, Tobin tax e investimenti socialmente responsabili), in totale contraddizione col desiderio dei partecipanti di costruire insieme un nuovo futuro. Frutto di lacune d’istruzione e informazione che alla lunga faranno più danni che altro a tutti, indignati compresi.
Una rivoluzione globale è partita. Nessun sa dove porterà, quel che è certo è che non si tornerà indietro. E la storia ci insegna che le rivoluzioni non sono mai portate a termine da chi le aveva iniziate. Il rischio per i giovani delle nostre piazze, coraggiosi e appassionati, finiscano per essere strumento di quello stesso malgoverno che ora cercano sinceramente di combattere. Un gran finale gattopardiano che non era quello che sognavano.
Ma questo loro non lo sanno.

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