La condanna di Tymoshenko dimostra che l’Ucraina non può ancora dirsi un Paese indipendente

Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato vent’anni di formale indipendenza. Formale, perché i tentacoli di Mosca sono tuttora ben saldi su Kiev.
Così non c’è da stupirsi che Yulia Tymoshenko, in carcere da agosto, sia stata condannata a sette anni di reclusione e 188 milioni di dollari di multa per aver firmato un contratto di fornitura di gas, giudicato svantaggioso, quando era primo ministro nel 2009. Un verdetto deciso nonostante (o forse a causa) della pressione occidentale sulla vicenda, e che di fatto pone fine alle aspirazioni dell’ex repubblica sovietica all’ingresso nell’Unione Europea.
A seguito della decisione, il presidente Viktor Yanukovich ha commentato che si tratta di una decisione non politica, bensì assunta nel quadro della giustizia penale, e che in ogni caso c’è sempre un giudizio di appello a cui rivolgersi. La sentenza, difatti, potrebbe essere capovolta in secondo grado, segnando l’ennesimo capitolo di una lunga saga
Proprio la scorsa settimana, Yanukovich ha presentato alla Rada (il parlamento ucraino) un progetto di riforma del codice penale che attenua le pene per i crimini in campo economico, pur senza alcun riferimento ai reati ascritti a Tymoshenko. È evidente che l’opposizione cercherà ora di proporre una serie di emendamenti allo scopo di depenalizzare tali articoli. L’applicazione retroattiva di tali misure permetterebbe alla ex leader della rivoluzione arancione di tornare a piede libero.

Che la signora Tymoshenko abbia alle spalle un controverso passato è cosa nota. Gli ucraini sono generalmente meno propensi rispetto a noi occidentali ad assurgerla a una martire per la democrazia. Secondo i sondaggi, l’indice di gradimento nei suoi confronti è addirittura più basso di quello di Yanukovich.
Tuttavia, la persecuzione ai suoi danni iniziata all’indomani delle elezioni che hanno riconsegnato il potere nelle mani di Yanukovich. Il quale nutre un duplice interesse: da un lato, estromettere politicamente l’avversaria per consolidare la propria leadership; dall’altro, ottenere una piattaforma giuridica favorevole per procedere alla revisione degli accordi di fornitura energetica conclusi con la Russia. Non gli interessa che la sua rivale subisca condanna giuridica, essendo sufficiente quella politica. Anzi, la (probabile) scarcerazione della Tymoshenko consentirà al presidente di giocare le sue carte al tavolo di un’Europa tanto suscettibile sul piano umanitario quanto impotente su quello diplomatico. Yanukovich è già seduto intorno a quello russo. L’affaire Tymoshenko, infatti, presenta diverse analogie con la vicenda Khodorkovsky: col processo d’intende colpire l’oligarca divenuto avversario politico.

Tutta la questione getta un’inquietante sguardo sulla realtà dell’Ucraina, ponendo dubbi che la pretesa di ricondurre la condanna dell’ex leader nel quadro di una generale lotta alla corruzione non basta a dissipare. L’Ucraina di oggi può dirsi un Paese davvero indipendente, oppure Mosca esercita ancora una forma di protettorato su Kiev?
Posto che dipendenza energetica si traduce in dipendenza politica, è evidente come la risposta sia negativa. Gas e pipelines sono sempre state le basi intorno al quale le relazioni russo-ucraine si sono sviluppate. Guardare all’Europa non è sufficiente ad affrancarsi dall’ex madrepatria: l’Europa offre democrazia e libero mercato; la Russia, energia per popolazione ed economia. L’Europa inoltre non ha neppure i fondi per provvedere a ristrutturare la rete energetica ucraina, lasciando via libera alla Russia nella realizzazione del progetto South Stream, che di fatto taglierebbe fuori Kiev dalle future rotte energetiche da Mosca al Vecchio continente.
D’altro canto, neppure l’Europa può fare a meno delle forniture russe, come non potrà fare a meno di concludere l’accordo di associazione con Kiev entro l’anno.

In conclusione, probabilmente Yulia Tymoshenko potrebbe uscire presto di prigione. Ma non è questo ciò che distingue la sua vicenda con quella di Khodorkovsky: in quel caso Putin sapeva cosa stava facendo. Viktor Yanukovich, al contrario, sembra aver superato il Rubicone senza accorgersene, finendo per cadere in una trappola che si è creato da solo e dalla quale sarà difficile venir fuori. Trascinando con sé un’Ucraina che a vent’anni dalla nascita non può ancora dirsi indipendente.