La Padania non esiste

La nazionale della Padania, tre volte campione del mondo delle nazioni non riconosciute

In Italia la politica dell’annuncio non passa mai di moda, nemmeno quando il mondo intero ci chiede di concentrarci sui fatti. Tra una maggioranza che annuncia riforme (per il premier) e un’opposizione che annuncia (di non avere) alternative, ogni tanto ad unirsi al coro c’è la Lega di Bossi, con l’annuncio della secessione.
Lo scorso primo ottobre il prof. Ainis, in un articolo sul Corriere, ha spiegato le ragioni tecniche per cui la Padania è e resterà un bluff. Costituzione alla mano, Ainis ricorda che “l’Italia è «indivisibile», dice l’articolo 5; e quindi l’unità del nostro territorio rappresenta un limite assoluto alla revisione costituzionale.” Principio al quale non può opporsi quello della sovranità popolare di cui all’art.1, poiché la quale si esercita “nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione” stessa (e qui torniamo all’art.5). Non vale neppure richiamare il principio di autodeterminazione dei popoli, poiché esso fu concepito tenendo a mente i popoli oppressi dall’occupazione straniera, tanto da ispirare l’intero processo di decolonizzazione; la Padania non si può certo definire una colonia italiana.

D’altronde, la Padania è un articolo di fede. La stessa fede che ha animato i grandi movimenti nazionalistici del passato (anche quello italiano), ma con argomentazioni non altrettanto solide. Un insieme di individui può dirsi nazione quando condivide certi tratti comuni: etnici, culturali, linguistici, storici.
Nel caso della Padania, tali caratteristiche sono vaghe (cosa distingue un padano da un italiano?), ambigue (cosa hanno in comune le genti di Trento e Gorizia, Aosta e Belluno?), se non proprio inesistenti (qualcuno ha mai sentito parlare di una lingua padana?). Insomma, storia e tradizione non aiutano a definire i confini della nazione padana. Anzi, più scaviamo nel passato, più scopriamo quante cose dividono ciò che la Lega vorrebbe unire.
Eppure secondo Bossi la Padania esiste, perché “ci sono dieci milioni di persone che ci credono”. Il che ci porta dritto ad un criterio alternativo per chiarire dove si trovi la Padania: il criterio elettorale. La Padania è dove ci sono gli elettori della Lega. D’altra parte, è il voto dei cittadini ad eleggere esponenti leghisti alla guida di comuni, province e regioni; e non è stato lo stesso Bossi (con palese ignoranza delle procedure costituzionali) a suggerire un “referendum popolare” come strumento per conquistare l’indipendenza dall’Italia?

Sovranità popolare significa che gli esiti elettorali sono espressione del consenso che le varie formazioni politiche riescono ad ottenere. Va dunque indagata la natura delle preferenze ottenute dalla Lega. Perché se esse presentassero una certa continuità e stabilità nel tempo, nella tradizione dei partiti etnoregionalisti (quelli cioè che contrappongono le rivendicazioni di un dato territorio nei confronti dell’autorità del potere centrale), allora il consenso elettorale potrebbe porsi come prerequisito per un’eventuale svolta secessionista.
I dati del Ministero dell’Interno ci consentono di ricostruire l’andamento del voto nell’arco temporale dal 1989 al 2010. E quello della Lega è un andamento ondivago, nel quale è facile identificare le fasi in cui il consenso al Carroccio aumenta e quelle in cui diminuisce. La prima fase di crescita va dalle elezioni politiche del 1992 (8,7%) a quelle del 1996 (10,1%, massimo storico), per poi entrare in una fase discendente lunga un decennio, avviata da un brusco crollo alle europee del 1999 (4%), fino alle politiche del 2008, in cui torna ai livelli del 1992 (8%).
Anche a livello regionale il consenso è oscillante. In Lombardia e Veneto il Carroccio raggiunge il 25-30% nel 1996; viceversa in Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna non supera mai il 15%. Nelle regioni del centro (Toscana, Umbria, Marche) il voto si espande negli anni di crescita (senza però mai superare il 5%) per poi contrarsi fin quasi a sparire nelle fasi calanti.
Per conferire i crismi della stabilità al consenso leghista bisogna scendere a livello di comuni. Quelli in cui la Lega ha raggiunto il più alto grado di fidelizzazione, già individuati dallo studioso Ilvo Diamanti, sono compresi nell’arco prealpino in Lombardia e Veneto, in provincia di Cuneo e nell’Emilia settentrionale. Al di fuori di queste aree, il voto mantiene l’andamento a fisarmonica già esaminato.
Dall’analisi di questi dati emerge la doppia natura del consenso della Lega: soggetto consolidato in alcuni luoghi, movimento di protesta in tutti gli altri. In quelli il Carroccio può contare su una forza elettorale stabile ma dallo scarso potenziale espansivo; in questi la capacità di attirare i sentimenti antipolitici del momento è contingente e non garantisce continuità. Ad ogni modo, laddove la Lega ha consolidato il voto non ha comunque mai superato il 25-30%: troppo poco per realizzare una secessione, quand’anche, per assurdo, avesse luogo il referendum auspicato da Bossi. Per ogni “padano” che voterebbe a favore, ci sarebbero tre “italiani” a preferire lo status quo.
Oltre a non avere confini chiari e definiti, la Padania non avrebbe neppure una capitale. In teoria dovrebbe essere Milano, ma lì la Lega ha meno influenza di quanto si creda. La propaganda di Bossi, come abbiamo visto, fa presa soprattutto sul contado, inteso come tessuto produttivo. La metropoli meneghina, al contrario, è sempre stata poco suscettibile alle velleità leghiste, anche quando fu amministrata da un sindaco del Carroccio, Marco Formentini.
Tolta Milano, cosa rimane? Torino, Verona, o Varese? Improponibili. Paradossalmente, la vera capitale della Padania sarebbe proprio quella Roma ladrona che tanto depreca, perché è lì che la classe dirigente dei Maroni, Calderoli, Castelli e (soprattutto) Bossi si è saldamente insediata. Se ci fossero ancora dubbi sulle grottesche contraddizioni del progetto secessionista.

Ricapitolando: dove la Lega è forte, è comunque troppo debole per rappresentare l’intero popolo padano; dove la Lega è debole, le simpatie che raccoglie si configurano più come reazione alla mala politica che adesione ad un soggetto istituzionale nuovo e distinto dallo Stato italiano. Anche il criterio elettorale come prerequisito alla genesi padana risulta smentito dalla prova dei fatti.
A ben vedere, l’idea di Padania è il frutto di una sciagurata miscela tra la debolezza intrinseca della nostra coscienza nazionale, dell’opportunismo di alleati e avversari politici, della speculazione dei media, più che di una reale istanza dal basso che preme per ottenere un riconoscimento.
Se dieci milioni di persone credono nella Padania (perché qualcuno ha interesse a farlo credere) ciò non vuol dire che la Padania esista davvero. Non più di quanto esistano Babbo Natale, i Puffi o la fidanzata di Berlusconi, che di fans ne avranno certamente molti di più della presunta “nazione” padana.

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