Cina e Kazakistan rafforzano i legami energetici

La scorsa settimana il Kazakistan ha celebrato l’inizio della costruzione di un gasdotto diretto alla Cina, con un investimento del governo di Astana per 130 milioni di dollari.
La pipeline avrà lunghezza 1475 chilometri e sarà parte di un sistema di due condutture per complessivi 6500 chilometri in partenza da Beyneu (Turkmenistan, dove la Cina ha sviluppato un giacimento di gas) che incontrerà il gasdotto Cina-Asia Centrale a Shymkent, in Kazakhstan. Il sistema attuale fornisce gas a Pechino attraversando tre Paesi (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan).

La nuova conduttura avrà una capacità iniziale di 10 miliardi di metri cubi annui, con possibilità di espansione fino a 15 miliardi. La prima fase dei lavori (che fornirà energia alle regioni meridionali del Kazakhstan) dovrebbe essere ultimata entro il 2013; la seconda (una joint venture tra la compagnia nazionale KazTransGas e la omologa cinese China National Petroleum Corp.) entro il 2016.
Il sistema in questione sarà poi ulteriormente rafforzato dalla costruzione di una linea C, annunciato lo scorso 8 settembre da CNPC e che collegherà direttamente Kazakistan e Russia. La sezione kazaka del progetto sarà di 1305 chilometri. L’inizio dei lavori è previsto per il prossimo anno; il progetto dovrebbe essere completato entro il gennaio del 2014. In totale la terza pipeline fornirà oltre 25 miliardi di metri cubi di gas entro il 2015, portando la capacità della rete a oltre 60 miliardi complessivi.
La Cina è attualmente l’unico importatore (a parte l’ex madrepatria Russia) di gas kazako.

Oltre al gas, il Kazakistan può anche vantare enormi giacimenti di uranio (55 in tutto). Astana possiede il 15% delle riserve mondiali del minerale e ne è il maggior produttore. A essa si rivolgono Russia, India, Giappone e, soprattutto, Cina. Il Paese sta adesso sviluppando nuove centrali nucleari (in joint venture tra la statale KazAtomProm, terza maggiore produttrice mondiale di uranio con 8116 tonnellate nel 2010, e varie ditte estere) per la produzione di energia elettrica da vendere ai vicini.
Per il momento questi ultimi sono interessati all’uranio, e in un periodo in cui la domanda di materiale fissile rimane alta (sebbene le riserve siano in via di esaurimento) i giacimenti kazaki fanno gola ai grandi colossi energivori. La Russia compra uranio kazako perché ha difficoltà ad estrarlo in casa propria (in quanto situato in zone poco accessibili). Il Giappone gestisce in Kazakhstan lo sviluppo di due importanti giacimenti (Kharasan-1 e Kharasan-2) per coprire il fabbisogno delle proprie centrali. L’India ha concluso lo scorso aprile un accordo con Astana per l’acquisto di 2100 tonnellate di uranio dal 2014. Ma la parte del leone spetta alla Cina, maggior investitore in Kazakhstan, che compra materie prime in cambio di manifatture a basso prezzo: quest’anno i due Paesi hanno concordato la fornitura di 55.000 tonnellate di uranio per i prossimi dieci anni.
Pare evidente che l’acquisto massiccio di beni energetici da parte Pechino sia teso ad escludere l’ingresso di altri acquirenti, per quanto possibile. Una politica che rientra nel più ampio quadro della nuova geostrategia cinese in Asia Centrale alla luce di un possibile riposizionamento delle forze militari Usa a partire dal 2014, quando la missione in Afghanistan sarà conclusa.

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.
Una crescita media dell’8% all’anno dal 2000 e un Pil pro capite aumentato di 12 volte dal 1994 contribuiscono a celare altri dati meno confortanti, come l’elevata inflazione (quasi 8%) e le persistenti sacche di povertà. Va però detto che la disoccupazione (5,5%) è molto più bassa rispetto ai Paesi vicini, anche grazie ai massicci investimenti esteri in campo energetico.
Soprattutto della Cina, che in Astana ha trovato una comoda fonte da cui attingere per placare la propria sete di energia.

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