Il petrolio riaccende le tensioni nelle Falklands

Sembra incredibile, ma nei giorni in cui l’attenzione dei media internazionali è concentrata sulla (improbabile) nascita dello Stato palestinese e sulle tensioni tra Turchia e Israele torna in auge la questione delle Falkland. Trent’anni dopo la breve guerra che oppose Regno Unito e Argentina, ad agitare nuovamente le relazioni tra i due Paesi c’è la possibilità sotto le acque dell’arcipelago si celi un cospicuo giacimento di petrolio.

Il 14 settembre il gruppo di esplorazione Rockhopper ha rivelato un piano di investimenti nelle Falkland da 2 miliardi di dollari, destinati alla realizzazione di infrastrutture su quattro aree in concessione per un totale di 1.500 chilometri quadrati. L’obiettivo è produrre 120.000 barili al giorno entro il 2018. Vari esperti a Londra parlano già delle Falkland come di un nuovo Mare del Nord.
Ad offuscare questa rosea prospettiva concorrono due aspetti che non vanno sottovalutati. Il primo è che al momento Rockhopper dispone solo di 170 milioni liquidi per iniziare il progetto, sufficienti per iniziare le trivellazioni in due soli pozzi. Il secondo, quello più interessa gli analisti internazionali, è ovviamente la controversia sulla sovranità dell’arcipelago che si trascina da 198 anni. Elementi che indicano un certo grado di rischio a bilanciare le opportunità del potenziale tesoro delle Falkland.
Fa poi riflettere che, mentre i programmi di esplorazione nella zona coinvolgono sia compagnie argentine che inglesi, a scoprire il petrolio sia stata soltanto Rockhopper. Inoltre, c’è da chiedersi come mai, se davvero le riserve delle Falkland sono così promettenti, perché le grosse imprese internazionali non si siano mai fatte avanti. La risposta è contenuta in un cablo dell’ambasciata Usa risalente al febbraio 2010 e trapelato lo scorso anno da Wikileaks: nel dispaccio si legge che “Il presidente di ExxonMobil Brad Corson ci ha detto che non crede ci sia abbastanza petrolio nella piattaforma continentale delle Isole Falkland per essere considerata redditizia, citando precedenti tentativi di esplorazione della Shell poi abbandonati“.

L’Argentina sta prendendo la questione dei giacimenti sul serio, dichiarando la sua intenzione di presentare un reclamo ufficiale contro il Regno Unito per le attività esplorative di Rockhopper nelle Falkland/Malvinas, annunciando ulteriori azioni in sede Onu dinanzi al Comitato speciale per la decolonizzazione. Per il momento, il presidente Kirchner minaccia di sospendere i collegamenti aerei tra le Falkland e il Cile, isolando di fatto l’arcipelago.
Il mare delle Falkland si aggiunge così alla sconsolata lista degli specchi d’acqua contesi in ragione delle ricchezze che contengono, assieme alle acque di Cipro, al Mar Caspio, al Mar Cinese Meridionale. Ciò che rende le Falkland un caso unico è l’essere già state oggetto di una controversia risolta in una guerra tanto breve quanto feroce. Ora i tempi sono cambiati, e allo scontro sarebbe più logico preferire la cooperazione. Una joint venture anglo-argentina, fondata su un programma concordato di partecipazione agli utili, garantirebbe profitti ed energia ad ambo le parti, oltre a chiudere una volta per tutte una questione diplomatica aperta da troppo tempo.
Purtroppo, le richieste di entrambi i contendenti in merito alla sovranità esclusiva sull’arcipelago sono un ostacolo alla concreta praticabilità di questa soluzione. Quelle di Buenos Aires, probabilmente dovute più all’orgoglio ferito dopo la sconfitta nella guerra del 1982 che a reali motivazioni storiche e politiche; quelle di Londra che puntano ad ampliare il controllo sull’area marittima circostante da 200 a 350 miglia del loro territorio, idea inaccettabile per gli argentini nel momento in cui esiste una disputa territoriale.

Nel quadro della disputa, l’Argentina può comunque puntare sull’appoggio del resto dell’America Latina. In particolare del Brasile, anch’esso impegnato a difendere i ricchi giacimenti situati a largo delle sue coste. Il presidente Rousseff ha recentemente dichiarato che se gli inglesi continueranno le esplorazioni, Rio de Janeiro non concederà più scalo alle navi britanniche provenienti dall’arcipelago.
Certamente il sostegno del Brasile è tutt’altro che disinteressato. Le recenti scoperte di giacimenti offshore a largo di Vitoria e San Paolo hanno indotto il governo a ripensare la propria politica di difesa e di vicinato per garantire la protezione delle risorse contenute nei fondali. In conclusione, appoggiare le mire argentine sulle Falkland rientra nel quadro di un obiettivo comune: tenere le potenze straniere lontane dai tesori del Sud Atlantico.