La Turchia non vuole Cipro alla presidenza Ue

La Turchia potrebbe allontanarsi dall’Europa in maniera definitiva. Se l’anno prossimo Cipro avrà la presidenza di turno semestrale dell’Unione, Ankara è pronta a congelare le proprie relazioni con la Ue.
Cipro (limitatamente alla parte Sud) è Paese membro dal 2004, e come tale ha diritto ad assumere la presidenza per sei mesi, come previsto dal regolamento. Ma la Turchia non accetta che a capo dei 27 ci sia uno Stato che nemmeno riconosce. Se i negoziati di pace per l’isola non saranno conclusi entro il prossimo giugno (quando Nicosia assumerà la presidenza Ue), la vera crisi sarà tra Turchia e Ue, è il messaggio del governo turco.
Dal fallimento del Piano Annan per la riunificazione dell’isola, Ankara ha rifiutato ogni successiva concessione negli sforzi diplomatici per risolvere la questione cipriota. Ostacolando di fatto il suo stesso processo di adesione alla Ue, visto che le due questioni sono intimamente collegate.

La situazione è complicata, in quanto le speranze che possa raggiungersi un accordo sull’isola entro il giugno 2012 sono pressoché nulle.
L’elezione di Dervish Eroglu, 72 anni, alla presidenza (dello Stato-fantoccio) di Cipro Nord, avvenuta il 18 aprile dello scorso anno, sembra aver affossato le speranze di una prossima pacificazione.  Eroglu sostiene la divisione dell’isola nel quadro di una confederazione di Stati indipendenti, proposta che i greco-ciprioti non vogliono accettare. Inoltre, non vuole consentire il ritorno dei greci alle loro proprietà abbandonate in seguito all’invasione turca nel 1974. Da parte greca, è diffusa l’idea che tutti vogliono la pace, ma non tutti vogliono un compromesso“. I colloqui non portano a passi avanti concreti e il passare del tempo li rende più difficili.
Più che i negoziati, potrebbero essere i gesti unilaterali a smorzare le tensioni, riaccendendo la speranza di una soluzione, ma l’intransigenza della Turchia esclude che tali gesti possano venire da quel versante, scoraggiando altresì analoghe mosse dalla controparte greca.
A complicare la vicenda si aggiunge la questione gas e petrolio. Il levante mediterraneo si sta rivelando un autentico forziere di idrocarburi, dopo le recenti scoperte dei giacimenti offshore (in particolare Leviathan) situati tra Cipro e le coste di Israele e Libano.
I rafforzati pattugliamenti navali turchi nel Mediterraneo, annunciati da Erdogan per proteggere futuri convogli di aiuti umanitari diretti a Gaza, in questi giorni stanno monitorando a distanza gli spostamenti di una piattaforma per trivellazioni mobilitata per ispezionare tali giacimenti. Cipro ha ribadito di voler iniziare le perforazioni già nei prossimi giorni, ma la Turchia ripete che le ricchezze dei fondali dovranno essere ripartite secondo un piano concordato con la parte Nord (e quindi, di riflesso, con Ankara).
Nel minacciare il congelamento dei rapporti con l’Ue, il governo turco ha messo in correlazione la minaccia sia con le perforazioni cipriote, sia con la crescente crisi turco-israeliana.

Che la Turchia nutra delle mire geostrategiche su Cipro non è un mistero. Quello che molti non si spiegano è come mai Ankara si ostini a non cercare una soluzione, considerato che la questione Cipro è di fatto il principale ostacolo all’ingresso del Paese in Europa.
Questo perché siamo ancora convinti che la Turchia voglia davvero l’Europa, ma non è così.
Quando nel 2002 l’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) salì al potere, il neoeletto premier Erdogan rassicurò l’opinione pubblica interna ed estera che l’adesione all’Europa avrebbe costituito la priorità della sua politica. L’impegno per l’ingresso nell’Unione si tradusse in importanti riforme grazie alle quali, nel 2005, la Turchia fu promossa dal Consiglio Europeo a Paese candidato. Negli ambienti comunitari, molti entusiasti, non senza ingenuità, parlavano della Turchia come futuro “Paese ponte” tra l’Europa al mondo islamico.
Nove anni dopo la Turchia non diventata né Paese ponte, né membro della Ue, e né sembra avere interesse a diventarlo. Se mai sta assurgendo al ruolo di testa di ponte del mondo islamico contro l’Europa. Probabilmente l’Akp non ha mai creduto nel destino europeo della Turchia. Ma l’immagine filoeuropeista era necessaria per acquistare credibilità all’estero, ripulendosi dalle sembianze islamiste. E per tenere a bada i militari all’interno, evitando un nuovo colpo di Stato come già era successo nel 1980.
Ora che l’obiettivo sembra raggiunto, il governo Erdogan ha raffreddato gli entusiasmi senza però dichiarare apertamente di non aver più interesse ad entrare nell’Unione. Inoltre, la primavera araba ha aperto nuovi scenari per il Paese, il quale si candida al ruolo di guida delle nascenti democrazie nel mondo arabo. Le recenti visite di Erdogan a Tripoli e a Tunisi rappresentano il primo passo per estendere l’influenza della Turchia da questo lato del Mediterraneo, forte del consenso guadagnato grazie all’impegno verso Gaza e di una crescita economica dell’11% nell’ultimo trimestre (la più alta al mondo).
In questo quadro, Cipro è una scusa per congelare le trattative con la Ue in uno stallo permanente. E per smarcarsi dall’Europa una volta per tutte.

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