Petrolio e problemi alla nascita Sud Sudan


Il 9 luglio il mondo ha celebrato la nascita del Sud Sudan, ma a due mesi dall’indipendenza lo sviluppo del nuovo Stato si sta già dimostrando una strada in salita.
Neanche il referendum di gennaio che ha sancito l’indipendenza (98,83% di si) è servito a placare una guerra durata 21 anni e che ha lasciato sul terreno 2,5 milioni di vittime. Almeno sette milizie ribelli operano sul territorio meridionale, in particolare nella regione contesa di Abyei, e le Nazioni Unite stimano che più di 2.300 persone siano morte nel corso delle violenze dal giorno del referendum.
Questo perché progresso e problemi sono entrambi riflessi dello stesso potenziale: il petrolio. Il Sudan unito era il terzo maggior produttore di oro nero dell’Africa subsahariana, soprattutto grazie al Sud che ospita il 73% dei giacimenti da cui si estraggono attualmente 385.000 barili al giorno. Un particolare che spiega la perdurante contrarietà di Khartoum all’emancipazione del nuovo Stato.
Troppe volte, infatti, il conflitto sudanese è stato osservato sotto la lente della religione o della multietnicità, tralasciando il fatto che la privazione dei diritti fondamentali al popolo del Sud nei 55 anni di storia del Paese è stata innanzitutto in conseguenza del rigido controllo centrale sulle risorse periferiche. Non a caso la situazione si è aggravata dal 2004, quando il governo guidato da Omar al-Bashir sferrò una nuova offensiva per mantenere il controllo del petrolio e dell’acqua del Sud.

Oltre all’occupazione militare, Khartoum ha altri strumenti di pressione da far valere nei confronti del proprio partner-figlio.
Non avendo sbocchi al mare, il Sud per commerciare il petrolio con l’estero deve avvalersi delle infrastrutture (raffinerie e oleodotti) esistenti nel Nord. Lo scorso 27 luglio le autorità di Port Sudan (Nord) hanno bloccato il passaggio del primo carico esportato dal Sud, una nave cisterna con 600.000 barili di greggio, a causa di una disputa sulle tariffe di transito. Le tariffe praticate dal Nord (33 dollari al barile) sono 16 volte più alte dei canoni internazionali (che di solito si attestano a 2), di fatto un terzo del prezzo del barile stesso. Per Khartoum si tratta di una rendita di 2,6 miliardi di dollari l’anno, ma al prezzo di bloccare di fatto lo sviluppo del Sud.
Tale scenario dimostra quanto siano labili i termini dell’accordo globale (Comprehensive Peace Agreement) stipulato da Khartoum e Juba nel 2005, nel quale si prevedeva che Nord e Sud avrebbero diviso equamente i proventi delle esportazioni di petrolio. Ma allora nessuno aveva pensato ai diritti di transito, che ora Khartoum pretende di stabilire unilateralmente.

Il malgoverno di Khartoum, che negli anni ha incamerato le ricche rendite petrolifere senza mai provvedere alla crescita della regione, ha lasciato una pesante eredità di sottosviluppo al nuovo Stato. Il Sud Sudan è tra i Paesi più poveri del mondo, con una rete infrastrutturale ridotta all’osso e un tasso di analfabetismo altissimo. Senza contare l’elevato numero di sfollati (5 milioni, secondo il Displacement Monitoring Center) a causa del ventennale conflitto. L’economia è incapace di stare in piedi da sola e di fatto dipende interamente dal petrolio, i cui introiti rappresentano il 95% delle entrate statali.
Khartoum sa di poter far leva sulla precarietà della situazione. Compromettere le possibilità di sviluppo di Juba tramite esose richieste sul transito, ai limiti dell’estorsione, rappresenta il modo più efficace per mantenere il controllo su un territorio che il Nord considera ancora di propria appartenenza.

Una soluzione potrebbe giungere da una conferenza in programma in Kenya. In progetto c’è un finanziamento da 22,2 miliardi di dollari volto alla realizzazione del progetto LAPSSET: un oleodotto diretto al nuovo terminal petrolifero di Port Lamu, in Kenya, che offrirebbe al Sud uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano, crocevia mondiale del mercato del greggio. Inoltre, il piano prevede la realizzazione di una raffineria dalla capacità di 120.000 barili al giorno.
Per il Sud si tratterebbe della salvezza, ma in concreto richiederà anni prima di essere completato. Per il momento, Juba non ha dunque alternative al passaggio attraverso il Nord.

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