Perché le sanzioni alla Siria potrebbero rivelarsi inutili

di Luca Troiano

1. Molti si chiedono perché l’Occidente abbia avuto fretta di intervenire in Libia mentre nessuno alza un dito per la Siria. Anche lì c’è un dittatore che bombarda i suoi cittadini, no? Eppure le possibilità di assistere ad una nuova campagna mediorientale sono pressoché nulle. Le ragioni sono molteplici.
Un intervento Nato è improponibile sia dal punto di vista politico (la Lega Araba non accetterà altre ingerenze militari in Medio Oriente) che da quello logistico (Turchia e Israele non concederanno mai le basi dalle quali organizzare le operazioni). Inoltre, gli esempi degli ultimi anni, dai Balcani alla Somalia, dall’Afghanistan alla Libia, hanno confermato che l’azione dell’Alleanza Atlantica produce il minimo risultato con il massimo sforzo. Senza contare il salasso dei costi che gli esangui bilanci d’Occidente dovrebbero sostenere.
Anche se un’operazione fosse tecnicamente possibile, in concreto non verrebbe fatto nulla. Europa e Usa sono preoccupati più dei propri interessi vitali che alla salvaguardia dei diritti umani. Le relazioni tra Siria e le potenze occidentali, in particolare con Stati Uniti e Francia, erano fondate su convenienze strategiche di breve periodo più che su una reale apertura verso obiettivi comuni. Damasco si era detta disponibile a collaborare con Parigi in Libano e aveva assistito Washington nella mediazione tra gruppi rivali in Iraq. Troppo poco per mobilitare le proprie forze belliche, già esauste da cinque mesi di raid sulla Libia.
Inoltre, liberare Tripoli da Gheddafi avrebbe garantito (come in effetti è stato) una sostanziosa ricaduta economica in termini di appalti e concessioni petrolifere per le nazioni vincitrici, mentre la redenzione della Siria non porterebbe gli stessi benefici. Dunque, meglio restare a casa. I pacifisti la chiamano doppia morale; gli statisti, diplomazia.

2. Pur nella drammaticità del presente, non è la prima volta che le relazioni tra Damasco e la comunità internazionale toccano un punto così basso. Era già successo sotto Assad padre, la cui vicinanza all’Urss aggravata dall’essere stato un sostenitore del terrorismo costò alla Siria un paio di decenni di isolamento. Suo figlio Bashar ha lavorato molto duramente per ricucire tali strappi, prima che l’esiguo credito guadagnato in questi anni svaporasse nel fuoco della repressione in corso. Nondimeno, Assad figlio si è impegnato alla ricerca di nuove alleanze nella comunità internazionale. C’era un mondo intero fuori Damasco, pieno di Paesi disposti a cooperare attivamente con la Siria. Le partnership intrecciate con Cina, Malesia, India, Ucraina, Bulgaria, Azerbaijan, Armenia, Russia e alcune nazioni dell’America Latina come Cuba, Venezuela, Brasile e Argentina, tutte visitate da Assad nell’estate del 2010, dimostrano che il mondo non finisce alle porte di Washington e Bruxelles.
Damasco ha costruito una solida relazione strategica innanzitutto con la Turchia. I rapporti con Ankara sono il gioiello nella “politica in direzione est” della Siria, come lo stesso Assad l’ha definita. L’interscambio commerciale prima delle rivolte ammontava a 1,5 miliardi di dollari e entrambi i Paesi si erano impegnati a portarla a quota 5 miliardi entro pochi anni. Solo nel 2010 Siria e Turchia hanno firmato 47 accordi commerciali e abolito i visti d’ingresso. Poi c’è la Cina, per un volume commerciale di 2,2 miliardi dollari, e la Malesia con 156,7 milioni dollari. Numeri che dimostrano come si possano intrecciare serie relazioni commerciali senza dover necessariamente passare dall’Europa.

3. Le ultime costatazioni conducono al tema centrale. Servono le sanzioni miranti a colpire le esportazioni petrolifere siriane?
In termini assoluti la produzione siriana rappresenta solo lo 0,5% del totale globale nel 2010. Inoltre è in fase calante. Dal 1996, quando toccò il picco di 600.000 barili al giorno, l’output petrolifero è diminuito di un terzo, toccando quota circa 385.000 barili nel 2010.
Tuttavia la Siria è l’unico significativo produttore di greggio nella regione del levante Mediterraneo. Il petrolio genera entrate statali per 3,2 miliardi di dollari, contribuendo per il 25,1% al bilancio di Damasco. Si capisce perché oggetto delle sanzioni sia proprio l’oro nero, con l’effetto che l’Europa non potrà più importarlo.
Qui però nasce l’equivoco. Come evidenziato più sopra, le relazioni commerciali con l’Europa sono visibilmente modeste. Per quanto riguarda il petrolio, l’import era minimo e l’Italia era di fatto l’unico cliente nella Ue. Non importare più petrolio dalla Siria significa solo che Damasco lo venderà alla Cina, con il risultato di rendere le sanzioni praticamente inutili.
Paradossalmente, gli unici a pagarne le conseguenze potremmo essere proprio noi occidentali. Il prezzo del petrolio è più sensibile all’offerta che alla domanda. Questo perché la domanda è inelastica, nel senso che noi importiamo greggio a prescindere dalle variazioni di prezzo. Senza approfondire in questa sede il discorso sulla qualità del petrolio (che riveste un ruolo determinante nelle quotazioni), si può dire che anche una minima flessione nella quantità messa sul mercato può comportare grandi aumenti di prezzo.
Pertanto le sanzioni alla Siria potrebbero colpire l’Europa senza sfiorare minimamente il bersaglio, ossia il regime di Damasco.

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