Usa e Russia, il reset che non c’è

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

2. Su entrambi i fronti, il primo ostacolo nel progresso nelle relazioni Usa-Russia è rappresentato dalle rispettive opposizioni politiche.
A Washington, i repubblicani al Congresso non risparmiano critiche all’amministrazione Medvedev. Dagli abusi sui diritti umani alla militarizzazione di alcune aree strategiche, ogni mossa del Cremlino è buona per alimentare la diffidenza dei conservatori americani. Da qui l’intimazione ad Obama di interrompere la sua serie di concessioni a Mosca.
Anche a Mosca i nostalgici della Guerra Fredda non mancano. In molti ribadiscono che l’amicizia personale tra Obama e Medvedev non si traduce necessariamente nella collaborazione tra le rispettive classi politiche. Inoltre è diffuso il sospetto che le aperture di Obama siano uno stratagemma per interferire negli affari interni russi. Anche l’appoggio della Casa Bianca alla ricandidatura di Medvedev nel 2012 è stato interpretato come un’ingerenza nella legittima sfera di Mosca.
Aldilà delle reciproche cautele, uno dei difetti principali del reset è quello i procede in modo selettivo. La Russia ha appoggiato gli Stati Uniti sia per quanto riguardo le sanzioni all’Iran che per la guerra in Afghanistan (concedendo ad esempio il suo spazio aereo alle forze della coalizione), e in cambio gli Usa hanno chiuso entrambi gli occhi sulle repressioni in Cecenia o sulla politica neosovietica di Mosca in Ucraina e Asia centrale.
Obama si mostra però irremovibile sui due dossier più detestati da Mosca: l’espansione della Nato a est e la localizzazione dello scudo di difesa missilistica in prossimità della Russia. Fascicoli che continuano ad affliggere le relazioni tra i due colossi. La Russia vorrebbe che la rete di difesa fosse organizzata per settori in cui ogni Stato ha la specifica responsabilità su quello di sua competenza; l’Alleanza invece insiste per la creazione di due sistemi indipendenti (uno occidentale, l’altro russo) aperti allo scambio di informazioni. Cosa ben più preoccupante, la Nato rifiuta di offrire le assolute garanzie, inderogabili e giuridicamente vincolanti, che lo scudo di difesa non sarà diretto contro la Russia. La quale risponde con la velata minaccia di una nuova corsa agli armamenti.
Questa mancanza di equilibrio nei negoziati non solo ha alimentato il risentimento di una parte dei vertici russi verso gli Usa, ma ha anche minato l’autorità di Medvedev all’interno delle gerarchie politiche moscovite. Tanto che lo stesso primo ministro Putin è giunto a chiedersi in cosa consista questo decantato reset.

3. Dalla dissoluzione dell’Urss, gli Stati Uniti hanno anche insistito sul fatto che la Russia non dovrebbe, in nessun caso, ricostituire una sfera di influenza negli ex territori sovietici. Ma l’agenda politica di Mosca mira proprio in quella direzione, ed è altra benzina sul fuoco della reciproca diffidenza.
Il ritrovato interesse di Mosca verso il suo ex giardino di casa entra sempre più in collisione con le iniziative statunitensi tese all’espansione nel cuore dell’Asia. Le campagne in Afghanistan e in Iraq hanno risvegliato l’attenzione del Dipartimento di Stato per un’area troppo a lungo trascurata – nonché ricca di idrocarburi e di altre materie prime.
Negli ultimi mesi l’attivismo americano nelle ex repubbliche sovietiche è stato motivo di attrito in più di un’occasione. Lo scorso maggio Stati Uniti e Romania hanno siglato un accordo che prevede la concessione di una base militare sul Mar Nero alle forze Usa, a qualche centinaia di miglia dalle coste russe; il Cremlino ha risposto intensificando le proprie forze navali sul Caspio, in difesa dei giacimenti lì custoditi. In giugno, con i negoziati sullo scudo antimissile in stallo, i vertici militari russi hanno espresso la loro preoccupazione per la (presunta) corsa agli armamenti da parte delle potenze occidentali, alla quale Mosca replicava annunciando un nuovo piano di difesa satellitare. Inoltre, il probabile riposizionamento delle forze americane in Asia centrale una volta conclusa la missione in Afghanistan ha spinto la Russia a stipulare nuovi accordi di cooperazione militare con le altre ex repubbliche sovietiche.
Elementi che il partito antiamericano a Mosca pone alla base delle sue rimostranze contro la disponibilità mostrata da Medvedev. Tuttavia, la questione dello scudo antimissile preoccupa anche lo stesso presidente. Nel corso di una conferenza stampa dello scorso maggio, Medvedev ha ammesso: “E’ chiaro che lo scudo di difesa missilistica è diretto a limitare la capacità strategica di alcuni stati”, aggiungendo che “Iran e Corea del Nord non hanno un potenziale nucleare comparabile con la Russia”. In altri termini, per esclusione lo scudo non può che essere diretto verso la Russia.

4. Il successo delle future relazioni politiche dipende anche dalla sorte di quelle commerciali, le quali sono in funzione della capacità della Russia di modernizzare la propria economia e di aprire i propri mercati ad una effettiva concorrenza.
Eppure le opportunità offerte dalla cooperazione economica tra società americane (tra le quali Cisco, Chevron, e General Electric) e russe non hanno finora contribuito granché ad una maggiore cooperazione politica tra i due Stati. Del resto, l’interscambio commerciale tra Russia e America ammonta a solo 23,5 miliardi dollari, circa il 3,8% del totale degli scambi esterni della Russia. Nonostante la buona volontà espressa dalle parti, i rapporti economici sono tuttora ostacolati da restrizioni legislative. In particolare dall’emendamento Jackson-Vanik, una legge dell’epoca della Guerra Fredda che limita le relazioni commerciali, la libertà di emigrazione e altri diritti umani con i Paesi caratterizzati da sistemi economici non capitalistici. Sono questi dettagli a sottolineare le difficoltà del nuovo percorso tracciato sotto l’insegna del “reset”, nonostante Obama continui a considerare la normalizzazione delle relazioni con Mosca come il suo più importante risultato raggiunto in politica estera.

5. Il 2012 sarà la cartina di tornasole per valutare il reale stato delle relazioni russo-americane. Per Obama e Medvedev si tratterà dell’ultimo anno di presidenza, e mentre il primo concorrerà certamente per un secondo mandato, non è ancora chiaro se altrettanto farà il secondo – Putin permettendo. Entrambi dovranno fare i conti con le rispettive opposizioni interne, che non vedono di buon occhio l’approccio conciliante che caratterizza questa nuova fase di relazioni bilaterali. A rischiare di più è chiaramente Obama, il quale avrà bisogno della massima abilità per mantenere un clima distensivo con Mosca e senza alimentare le critiche della maggioranza repubblicana in Congresso.
In altre parole, la sfida del presidente Usa è quella di superare la mentalità da Guerra Fredda che mantiene le relazioni bilaterali intrappolate in un passato che non vuole passare.

Per approfondire:
Se pensate che la Guerra Fredda sia finita vent’anni fa… 

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