Caucaso: tre anni fa, la guerra russo-georgiana

 

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
Il conflitto terminò nove giorni dopo con la vittoria della Russia, la quale il 26 agosto promulgò un decreto in cui riconosceva formalmente le neonate repubbliche di Ossezia del Sud e Abcasia. Ad oggi, sono riconosciute solo da quattro Stati: Nicaragua, Venezuela Nauru, e ovviamente Russia.
La guerra lampo russo-georgiana va analizzata sotto la lente delle reali intenzioni del Cremlino: rovesciare il governo georgiano, guidato dall’intransigente Mikhail Saakhashvili, per sostituirlo con un altro filorusso.

2. Le tensioni tra Mosca e Tbilisi hanno radici lontane. Sul finire degli anni Novanta, proprio nel pieno infuocare del secondo conflitto in Cecenia, i due Paesi entrarono rapidamente in collisione. Il voltafaccia di Shevardnadze nelle relazioni con il Cremlino, culminato nella chiusura delle basi russe nel Paese nonché nel rifiuto di offrire supporto logistico alle guardie di frontiera russe impegnate nel conflitto ceceno.
Negli anni a seguire, altri fattori si aggiunsero ad esacerbare la questione: da parte georgiana, la Rivoluzione delle Rose e la domanda di ingresso nella Nato; da parte russa, l’incapacità di risolvere il conflitto ceceno, oltre che di fronteggiare il crescente dissenso indipendentista (e islamico) nel Caucaso. Fallite le sanzioni economiche e l’isolamento politico, l’ultima carta nelle mani del Cremlino per mettere la Georgia in ginocchio era la guerra, e il pretesto di difendere i cittadini russi in Abcasia e Ossezia del Sud si prestava bene allo scopo. Sdoganando l’uso della forza, opzione messa da parte dai tempi della disastrosa campagna sovietica in Afghanistan, Mosca fece comprendere alla comunità internazionale di essere disposta a giocare anche tale mossa pur di difendere la propria legittima sfera di interessi. Il Cremlino si disse soddisfatto dell’esito dell’operazione.
Tuttavia, le cose non sono andate secondo i piani di Mosca. A distanza di tre anni, quasi nessuno Stato al mondo riconosce le due nuove repubbliche. Neppure Bielorussia e Armenia, solitamente allineate alle decisioni russe, hanno finora provveduto in tal senso. Saakashvili, l’uomo che Putin avrebbe voluto “impiccare sull’albero più alto di Tblisi”, è ancora al suo posto. Le misure da lui promosse per contenere l’opposizione filorussa non hanno pienamente sortito i loro effetti, ma il suo governo è ancora in carica. La Georgia ha subito un duro contraccolpo dalla sconfitta, con un’economia rallentata ma ancora in piedi, nonostante le prospettive di crescita siano ancora incerte, ma non è stata messa al tappeto. La distribuzione energetica nel Paese non è stata compromessa dalle operazioni belliche. Tblisi ha inoltre rafforzato il dialogo con gli Stati Uniti ed è sempre in attesa di entrare nell’Alleanza Atlantica, garantendosi un ombrello protettivo contro le pressioni russe. Alcuni giorni fa il Senato degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione che condanna la Russia per la violazione dell’indipendenza della Georgia.
Indizi evidenti di come non tutti i calcoli di Mosca si siano rivelati esatti.

3. A tre anni di distanza, la Georgia resta un luogo di tensioni internazionali, acuite dalla possibile entrata della Russia nel WTO. È qui infatti che il piccolo Stato caucasico ha in parte un potere nei confronti del grande vicino. La posizione georgiana è contraria all’ingresso di Mosca e per ammorbidirla il Cremlino è costretto a trattare. Lo stesso presidente russo Medvedev ha ammesso la disponibilità del suo Paese a fare un primo passo per ricomporre le relazioni bilaterali, in cambio del sostegno di Tbilisi alla causa russa.
In un certo senso, la Georgia è stata una sorta di valvola di sfogo delle tensioni tra Russia e Occidente accumulatesi negli anni Novanta, quelli dell’unipolarismo americano. Oltre ai dissapori sorti ai tempi di Shevarnadze, l’ostilità di Mosca per Tblisi nasce dall’aver identificato nella Georgia un facile bersaglio in risposta all’unilateralismo occidentale, considerato una mincaiia per l’integrità e la salvaguardia della sfera di interessi russa.
Nell’attesa di nuovi sviluppi, il conflitto resta congelato. Il precario equilibrio instaurato dal cessate il fuoco negoziato da Sarkozy e sostenuto da periodici incontri a Ginevra tra le parti in conflitto rimane un preoccupante fattore di instabilità per tutta la regione.

4. In conclusione, quei caldi giorni di agosto del 2008 hanno avuto effetti desolanti per tutti. Da un lato, la Georgia non si è ancora ripresa dalla sconfitta. Gli errori di Saakashvili, che aveva esagerato con le tendenze accentratrici sul fronte interno e sbagliato completamente l’approccio con l’ex madrepatria su quello esterno, hanno causato il disastro geopolitico che è costato a Tbilisi oltre un quinto del proprio territorio. Dall’altro, la Russia ha raggiunto i suoi obiettivi solo a metà. Tblisi è ancora retta da un governo ostile e sempre in procinto di diventare un membro Nato, e il Caucaso rimane una polveriera pronta ad esplodere.
Sullo sfondo rimangono Ossezia del Sud e Abcasia, figlie dirette del conflitto e tuttora incapaci di stare in piedi sulle proprie gambe, visto che le rispettive economie dipendono pressoché interamente dai contributi di Mosca. Dal punto di vista diplomatico, tuttavia, la circostanza che le due repubbliche siano riconosciute solo da Mosca e pochi altri assume una relativa importanza. L’Unione Europera e la Nato si sono rifiutate di riconoscere la legittimità delle recenti elezioni in Abcasia, che hanno visto la clamorosa vittoria del candidato filorusso Aleksandr Ankvab. Ma la comunità internazionale dispone di mezzi limitati, e il più delle volte non può far altro che restare a guardare. Il caso della Repubblica di Cipro del Nord, indipendente de facto da 37 anni, dimostra come uno Stato non riconosciuto possa esistere e funzionare a prescindere dal consenso degli altri Stati.