Sale la tensione tra Egitto e Israele

border of Rafah with Egypt Gaza Strip Palestine Israel

di Luca Troiano

Israeliani e palestinesi stanno osservando una tregua dopo cinque giorni di combattimenti nel sud del Sinai, ma gli scontri dimostrano tutta la precarietà della sicurezza lungo il confine israelo-egiziano. Da quando il presidente Hosni Mubarak è stato rovesciato l’ombra del conflitto torna ad aleggiare sulla regione.

1. All’indomani della cacciata di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non poche voci hanno sollevato timori riguardo al mantenimento dell’accordo di pace tra Egitto e Israele, siglato nel 1979 e che da allora ha garantito la stabilità tra i due Paesi. Gli stessi israeliani hanno guardato con allarme la possibile ascesa della Fratellanza musulmana nonché degli altri movimenti islamisti nel panorama politico del Cairo.
Oggi tali preoccupazioni sembrano materializzarsi. La penisola egiziana del Sinai, storicamente zona cuscinetto tra Israele e il cuore del gigante egiziano, sta sempre più trasformandosi in un focolaio di radicalismo islamista. Gli israeliani sostengono apertamente che le ami con cui Hamas ha ripreso le ostilità nella Striscia di Gaza sono transitate attraverso i corridoi della penisola.
Peraltro, gli egiziani sembrano aver perso il controllo della regione, culla di una costellazione di tribù beduine sempre più irrequiete e che contano circa 200.000 persone. Il sospetto è che tali fazioni si stiano unendo ai jihadisti, offrendo loro riparo e supporto logistico, con gravi ripercussioni in merito alla stabilità della regione.
Il trattato del 1979 prevede la smilitarizzazione del Sinai da parte dell’Egitto. La presenza di truppe del Cairo della regione deve perciò essere necessariamente concordata con Israele. Il ritorno di soldati egiziani nella penisola rappresenta dunque una chiara presa di posizione contro il trattato stesso. La giunta militare che da febbraio forma il regime provvisorio del Cairo è contraria all’accordo, come lo è la maggior parte egiziani. Inutile aggiungere che il dislocamento di truppe lungo il Sinai senza l’approvazione di Israele potrebbe provocare nuove tensioni diplomatiche tra i due vicini.

2. Per molti, l’accordo con la nazione araba più popolosa (80 milioni di abitanti), non è stata altro che una pax armata, accettata a denti stretti dalla gente. Ma da parte di Israele ha consentito una considerevole riduzione delle spese militari, permettendo una consistente deviazione di risorse verso obiettivi sociali e a sostegno dell’economia.
Grazie al trattato del 1979, Israele ha potuto ridimensionare le sue forze militari disponibili, perché non più necessarie per proteggere i suoi 170 chilometri di confine con l’Egitto. Prima di allora, le spese militari di Tel Aviv pesavano per il 30% sul PIL nazionale, mentre in seguito all’accordo tale quota è scesa al 7%. Il risultato è stato il boom economico del Paese, iniziato nel 1980 e che ha garantito agli israeliani quasi un trentennio di prosperità.
Ora lo scenario è mutato. La crisi sta facendo vacillare anche la prospera economia di Israele, e le recenti manifestazioni giovanili, sul modello di quelle arabe, sono la più chiara espressione dell’attuale disagio dovuto all’incertezza sulle prospettive future.
Il riaccendersi delle tensioni con l’Egitto costringerà il governo Netanyahu, già ampiamente sotto pressione, a destinare una ingente quota di fondi statali alla difesa, piuttosto che alla promozione di nuove riforme sociali. Se i rapporti dovessero deteriorarsi sul serio, Israele dovrebbe predisporre almeno una nuova divisione, formata da gruppi di riservisti e comprendente i temibili carri armati Merkava 4, artiglieria efficace ma piuttosto costosa. Si tratterebbe di un salasso da centinaia di milioni di dollari. Con il rischio di scatenare una nuova ondata di proteste senza precedenti.

3. L’ipotesi di un nuovo focolaio di guerra tra i due Paesi è tutt’altro che fantasiosa. Sostenere che l’Egitto non muoverà l’esercito contro Israele è un’opinione basata su una valutazione di interessi filooccidentale, ma nulla assicura che la giunta militare non possa decidere di intraprendere una strada diversa. Concretamente, il rischio di un nuovo conflitto tra Tel Aviv e il Cairo è remoto, ma il nuovo regime non sembra più offrire le stesse garanzie al riguardo assicurate da Mubarak.
L’esercito egiziano è considerato uno dei più forti nel mondo arabo. È composto da 450.000 uomini e circa 250.000 riservisti, per un totale di 12 divisioni di terra, ed è dotato di circa 3.400 carri armati e 500 aerei da combattimento. Alcuni reparti scelti sono stati addestrati dalle forze militari Usa. Tuttavia, le truppe egiziane non hanno più svolto operazioni belliche dal 1973, quando furono sconfitte (per l’ennesima volta) dalle forze israeliane. Inoltre, gli armamenti attualmente in dotazione sono obsoleti e meno efficaci rispetto a quelli detenuti dai loro colleghi israeliani.
Dall’altra parte, Israele vanta un esercito permanente di 176.500 uomini, più altri 445.000 riservisti.
Yiftah Shapir, analista dell’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv, sostiene che in caso di guerra non ci sarebbe partita: Israele sconfiggerebbe l’Egitto con la stessa facilità con cui gl Usa hanno invaso l’Iraq. Allora l’esercito americano in Iraq non era più grande di quello di Israele (tre divisioni appena), ma la forza aerea e la superiorità tecnologica hanno permesso agli americani di avere la meglio su un esercito di 21 divisioni in due settimane.
In ogni caso, lo scenario è poco rassicurante. Sullo sfondo, i recenti scontri nella Striscia di Gaza rischiano di innescare la miccia di una nuova stagione di combattimenti. Una potenziale escalation di tensioni che potrebbe compromettere del tutto quel poco che resta del processo di pace in Medio Oriente.