Leviathan, un casus belli nel levante mediterraneo. Libano e Israele si contendono le sue ricchezze


di Luca Troiano

1. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, il giacimento Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Questo perché i 16 trilioni di metri cubi di gas contenuti nelle sue viscere si trovano a cavallo tra le rispettive aree marittime di Israele e Libano, i quali stanno già affrontando la questione con toni piuttosto accessi.
Israele, che considera l’approvvigionamento energetico una questione di sicurezza nazionale, ha già paventato la possibilità di una difesa armata contro qualsiasi interferenza esterna nell’area. Il Libano, che non può vantare le stesse forze militari dello Stato ebraico, sta cercando di sottoporre il caso all’attenzione delle Nazioni Unite, sperando in una possibile mediazione a prevenzione della crisi. Sullo sfondo vi sono Cipro e la Turchia: il primo ha già concluso accordi di delimitazione extraterritoriale con entrambi i contendenti (ma che il Libano vorrebbe ora rinegoziare), la seconda ha già avvertito che non accetterà l’istituzione di nuove zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale senza il coinvolgimento dell’autoproclamata Repubblica di Cipro del Nord.

2. Precisamente, Leviathan è situato alla distanza di 130 km da Haifa e va ad incunearsi nelle vicine piattaforme di Cipro e Libano. In teoria, la questione potrebbe essere agevolmente risolta sulla base degli esistenti principi di diritto internazionale. Benché la disputa viene riferita alle rispettive zone economiche esclusive (Zee) dei Paesi interessati, essa concerne in realtà l’area di piattaforma continentale degli stessi, all’interno della quale i diritti sulle risorse naturali non necessitano di esplicito riconoscimento. La piattaforma si estende sul fondale marino dal limite esterno delle acque territoriali sino a quello stabilito sulla base di accordi tra gli Stati dirimpettai. Qui nasce il primo equivoco: il confine tra Israele e Libano è anch’esso oggetto di contenzioso, per cui non si può delimitare le rispettive aree di piattaforma continentale se prima non si chiarisce dove finisce la giurisdizione dell’uno e dove inizia quella dell’altro.
In secondo luogo, una cosa è la piattaforma continentale, altra è la massa d’acqua sovrastante che costituisce la Zee vera e propria. Per istituire quest’ultima è necessario un provvedimento. Esse non devono necessariamente coesistere, ma i loro limiti possono coincidere. Tuttavia, una volta istituita la Zee, il relativo confine si applica per delimitare anche la piattaforma sottostante, salvo diversa disposizione. Pertanto la creazione di una Zee è importante non solo per definire i diritti di pesca goduti da uno Stato, ma anche quelli di esplorazione e sfruttamento delle risorse custodite sotto i fondali.
Infine, il regime applicabile ai giacimenti è oggetto di controversia. Normalmente essi si estendono su entrambi i lati di una Zee, per cui è difficile stabilire a chi e in che misura appartengano. Mentre per l’assegnazione dei diritti di pesca si fa esclusivo riferimento alle Zee, per le risorse sottomarine non esiste un’interpretazione univoca. Secondo alcuni vigerebbe il principio del “diritto di cattura” che assegna al primo arrivato l’intero giacimento. Si comprende come mai Israele arrivi a considerare le attività di esplorazione esterne come veri e propri atti di aggressione.
In definitiva, senza la formale formale delimitazione (e il reciproco riconoscimento) delle rispettive Zee dei Paesi coinvolti, la questione Leviathan continuerà ad infiammare le relazioni nell’oriente mediterraneo.
Lo scenario augurabile è che Isreale e Libano (che ufficialmente sono ancora in guerra) trovino un modus vivendi che rispetti le esigenze e i diritti di entrambi. L’esempio di Norvegia e Russia, che hanno atteso più di trent’anni prima di raggiungere l’intesa sull’Artico, lascia sperare che una soluzione concordata sia possibile anche nelle più calde (non solo in senso letterale) acque del Mediterraneo.

3. Tuttavia, la posta in gioco è molto alta, e non soltanto per la cifra a 12 zeri dei metri cubi di gas in palio.
Israele ha intrapreso da tempo un’intensa attività di ricerca sulla propria piattaforma, ancor prima di fissarne con precisione i limiti, per individuare giacimenti di idrocarburi che garantiscano a Tel Aviv l’indipendenza energetica di cui necessita. Il cambio di regime in Egitto e gli attentati al gasdotto con cui il Cairo rifornisce lo Stato ebraico stanno mettendo in forse le relazioni con il Paese arabo, e dunque la disponibilità a proseguire le forniture. La recente decisione del Cairo di raddoppiare il prezzo del gas la dice lunga in proposito.
L’attivismo energetico di Israele presenta anche altri risvolti. In primis, oltre a Leviathan sono stati individuati vari ed estesi giacimenti di gas, alcuni situati a largo della Striscia di Gaza. L’Autorità nazionale palestinese ne ha già rivendicato la sovranità, contestando il diritto di Israele allo sfruttamento. Già in passato c’era chi ipotizzava che il possesso esclusivo delle riserve offshore fosse il vero motivo della perdurante occupazione israeliana di Gaza. I violenti scontri tuttora in corso nella Striscia testimoniano l’impossibilità di una qualunque forma di dialogo tra le parti, figuriamoci di un accordo.
Oltre all’indipendenza energetica, Israele potrebbe anche garantirsi il ruolo di nuovo fornitore energetico dell’Unione Europea. Leviathan misura dimensioni tali da poter concorrere a soddisfare parte del fabbisogno europeo. Il controllo del ricco offshore lascia dunque intravedere la costruzione di futuri gasdotti verso l’Europa attraverso Cipro e la Grecia. Con quest’ultima esisterebbero già dei colloqui informali in tal senso, con risvolti ambigui che paiono andare ben oltre le consuete relazioni tra Stati.
Questi episodi suggeriscono una preoccupante riflessione. Se Israele dovesse diventare il nuovo sovventore energetico dell’Europa, è verosimile credere che in futuro alcuni dei 27 dell’Unione saranno fortemente condizionati in merito al sostegno della causa palestinese. Pensiamo all’Italia, che per 42 anni ha segretamente sostenuto il regime di Gheddafi in Libia prima di rassegnarsi alla sua (ormai certa) disfatta, o che non ha mai preso posizione riguardo ai 19 giornalisti assassinati in Russia negli ultimi dieci anni. La sicurezza energetica del nostro Paese ha suggerito ai vari governi di mettere da parte le questioni umanitarie, e c’è da credere che se il gasdotto Leviathan-Europa sarà realizzato, ben presto anche la questione palestinese passerà in cavalleria.