Libia: dopo la guerra, la lunga strada per la riconciliazione

di Luca Troiano

Ora che la guerra in Libia sembra volgere al termine, vale la pena soffermarsi non tanto sul presente del Paese, lacerato da sei mesi di lotte sanguinose, quanto sul futuro da ricostruire. La parte più difficile verrà infatti dopo la guerra, nel quadro di processo di transizione verso un ordinamento che chiuda i conti con i 42 anni dell’era Gheddafi.
Il Colonnello ha (e avrà) ancora molti sostenitori all’interno del Paese, e la circostanza che il cambio della guardia al potere sia avvenuto al termine di un duro conflitto non farà che inasprire il contrasto tra le due anime libiche, ossia la Tripolitania e la Cirenaica. I ribelli hanno sempre ribadito di volere una Libia unita con Tripoli capitale, ma le ferite aperte dalla guerra sono molto profonde e per rimarginarle sarà necessaria una lunga convalescenza.

Il primo fondamentale passo sarà quello di evitare violenze inutili e persecuzioni ai danni dei cosiddetti lealisti. Nel contesto dei processi di transizione in seguito a periodi di guerra civile o regime autoritario, solitamente caratterizzati da terrore istituzionalizzato e gravi violazioni dei diritti umani, un atteggiamento intransigente e punitivo nei confronti dei responsabili delle violazioni potrebbe compromettere le possibilità di riconciliazione tra le varie istanze di una nazione, mettendo a rischio il completamento della stessa transizione. La violenza genera violenza e perpetuare un regime di terrore (peraltro selettivo) dopo 42 anni di dittatura vorrebbe dire non aver imparato nulla dalle tragedie del passato. Per ricostruire un Paese, inoltre, è spesso indispensabile un compromesso non soltanto per concedere l’immunità giudiziaria al regime esautorato in cambio dell’appoggio alla transizione verso un nuovo assetto istituzionale, quanto piuttosto per consentire alla comunità nazionale di confrontarsi con le tragedie passate, attraverso il riconoscimento e la rielaborazione collettiva di quanto avvenuto. Sarà dunque necessario reintegrare la componente fedele a Gheddafi, invitandola al tavolo delle trattative dove avrà sì una posizione inferiore rispetto al Cnt, ma in cui potrà anche avanzare le proprie richieste in cambio della promessa di fedeltà e della partecipazione attiva alla nuova Libia.

È auspicabile, al riguardo, la promozione di una Commissione di verità e riconciliazione (Trc) con l’obiettivo di accertare e rendere pubbliche le violazioni commesse sia nell’era Gheddafi che durante la guerra, attraverso la testimonianza resa dalle vittime in una cornice ufficiale. Nate negli anni Ottanta, le Trc rappresentano la migliore soluzione per comporre il contrasto tra l’esigenza di giustizia e di conservazione della memoria storica, da un lato, e la necessità di favorire la riconciliazione nazionale, dall’altro.
L’esperienza storica ci ha consegnato esempi più o meno apprezzabili. Alcune Trc sono state istituite a seguito alla caduta di un governo autoritario, come la Comisión National sobre la Desaparición de Personas, primo esperimento di Trc, creata nel 1983 dall’allora presidente argentino Raúl Alfonsín per far luce sul destino dei desaparecidos nonché sulle altre violazioni di diritti umani durante la dittatura militare degli anni 1976-83. Il più noto esempio di Trc è tuttavia rappresentato da quella istituita nel 1995 in Sudafrica dopo l’abolizione del regime di apartheid e presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu.
Altre invece sono state istituite in seguito ad accordi di pace sottoscritti al termine di situazioni di guerra civile (spesso in seguito all’intervento dell’Onu), come la Commission for Reception, Truth and Reconciliation, istituita a Timor Est nel 2001, la Comisión para el Esclarecimiento Histórico (Ceh), istituita in Guatemala nel giugno 1996. Va aggiunto l’originale esempio dell’Instance d’Equité et Ré-conciliation (Ier) in Marocco, finora unico caso di Trc nel mondo arabo e che presenta interessanti analogie con i possibili sviluppi in Libia: è stata infatti istituita nel 2004 allo scopo di accertare le gravi violazioni dei diritti umani che hanno avuto luogo nel periodo dall’indipendenza marocchina (1956) all’ascesa al trono dell’attuale sovrano Mohamed VI (1999). Nel complesso un periodo di 43 anni, il più lungo indagato da una Trc e curiosamente quasi identico alla durata del regime di Gheddafi.

La fine di Gheddafi non significa automaticamente la fine della guerra. Essa perdurerà latente, strisciante, nel sottobosco di un popolo tripolitano e della sua costellazione tribale che si percepisce come sconfitto e sottomesso da un altro, quello cirenaico, fino a ieri subalterno e comunque mai considerato amico. Le armi cesseranno di mietere vittime quando le opposte fazioni avranno imparato a convivere, volenti o nolenti che siano. Altrimenti il fuoco delle ostilità sarà pronto a riesplodere alla prima occasione, con o senza Gheddafi. La somalizzazione della Libia, come è stato definito lo stallo nei combattimenti riscontrato per quasi sei mesi, è sempre pronta a riaccendersi. In una guerra dove la vera sfida non è vincere le battaglie, bensì presidiare il territorio, raggiungere un compromesso è l’unica chiave per mantenere un fragile equilibrio altrimenti impossibile.
Chiamare i vinti al tavolo dei vincitori è ciò che permette di chiudere un capitolo di storia, scritto col sangue, per aprirne un altro che rappresenti davvero ciò che tutti aspirano: un nuovo inizio. 

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