La Russia chiude i rubinetti del petrolio alla Mongolia. A quando il turno dell’Europa?

di Luca Troiano

La Russia, più che un Paese, è un vero e proprio continente, nonché una fonte consistente di materie prime per i Paesi limitrofi. Ma la dipendenza energetica dal colosso eurasiatico può mettere questi ultimi in serie difficoltà. Ne sa qualcosa la Mongolia, che importa da Mosca il 90% del petrolio che consuma.
In maggio una temporanea carenza domestica (almeno questa era la ragione ufficiale) ha indotto a ridurre le proprie forniture ad Ulan Bator, provocando l’aumento dei dazi all’esportazione del 40%. La Mongolia si è così vista costretta a razionare il carburante. Non pochi osservatori, però sospettano che la decisione del Cremlino sia stata studiata a tavolino per esortare il governo mongolo ad una maggiore acquiescenza nei confronti del gigante russo.

Come è noto, la Mongolia è inserita tra la Russia a nord e la Cina a sud: l’economia, la politica estera e la difesa della terra che fu di Gengis Khan sono direttamente influenzati da loro.
Durante la Guerra Fredda il legame più saldo era chiaramente con la prima. Mongolia e Russia, che condividono 3500 km di confine, avevano forgiato una stretta relazione bilaterale. Dopo la dissoluzione dell’Urss i rapporti tra i due Paesi si sono diradati, l’interscambio commerciale è diminuito dell’80% e Ulan Bator si è avvicinata sempre di più alla Cina. Tuttavia, la Russia ha cercato di ripristinare la vecchia alleanza, allo scopo di rafforzare la sua posizione in Asia e contrastare l’influenza della Cina. Nel 2000, l’allora presidente russo Vladimir Putin si è così recato in visita ufficiale in Mongolia (la prima di un capo di Stato russo dai tempi di Breznev), firmando un importante trattato bilaterale. Da allora la Russia ha abbassato i prezzi delle esportazioni di petrolio in Mongolia e ha rilanciato il commercio transfrontaliero. Inoltre, il governo russo ha quasi azzerato il debito vantato verso Ulan Bator, e più di recente ha sottoscritto un accordo per la costruzione di un oleodotto diretto in Cina attraverso la Mongolia. Ciononostante, è facile comprendere come il rapporto tra i due Paesi sia tutt’altro che equilibrato.

Anche il legame con la Cina è fortemente impari. La Cina importa dalla Mongolia ingenti quantità di carbone. In generale, l’economia mongola è trainata dal settore minerario e dall’allevamento, con la differenza che il primo lascia pesanti segni sull’ambiente in cui incide, a scapito del secondo. Se pensiamo che la Mongolia ospita paesaggi rimasti pressoché inalterati per milioni di anni, si può intuire quanto sia profondo l’impatto ambientale dell’industria estrattiva.
Sempre più spesso, gli ex pastori nomadi sono spossessati dei pascoli dalle grandi compagnie minerarie straniere e integrati a fatica nel tessuto urbano di una capitale dove ormai risiede oltre la metà degli abitanti di tutto il Paese: circa un milione e mezzo. Per i mongoli l’ambiente è la vita stessa, pertanto in Mongolia ogni problema sociale è strettamente connesso a quelli ambientali.
La situazione è destinata ad aggravarsi. La Mongolia è il Paese con la minore densità demografica al mondo (1,7 abitanti/km2), e il suo spazio fa gola a molti. Il governo ha già avviato una serie di trattative per consentire ai governi stranieri lo stoccaggio delle proprie scorie naturali sul territorio mongolo, con il potenziale risultato di trasformare il Paese nella più grande discarica radioattiva della Terra.

Tornando al principio, si ipotizza che la pressione russa nei confronti di Ulan Bator possa essere correlata all’assegnazione delle concessioni minerarie di Tavan Tolgoi, il più grande deposito di carbone coke del mondo. Entro l’estate il governo dovrà annunciare il vincitore tra le aziende (russe, cinesi e americani) che ambiscono ai diritti di sfruttamento. In tal senso, secondo un sito mongolo “Non ci poteva essere momento migliore per la Russia per fermare le esportazioni di petrolio” – dunque per rammentare al Paese la sua dipendenza dal suo vicino settentrionale.

Il caso Mongolia non è che un esempio di come il Cremlino risolve in proprio favore le divergenze di vedute con i vicini. Le ripetute crisi tra Russia e Ucraina, con l’una che ha chiuso i rubinetti all’altra per ben tre volte negli ultimi sei anni, provocando sensibili ripercussioni sul resto dell’Europa, ci avevano già offerto un assaggio della strategia energetica di Mosca con i Paesi limitrofi.
In via informale, Mosca ha già impugnato l’arma del gas nei confronti del Vecchio continente, lanciando velati avvertimenti in merito ad un taglio delle forniture. Vari analisti hanno più volte evidenziato come il colosso energetico Gazprom non disponga ancora di una rete di distribuzione alternativa a quella verso Ovest (quella diretta alla Cina è in fase di progettazione), e le esportazioni di gas pesano per il 50% nelle entrate statali della Russia. Ma l’Europa è troppo divisa per esercitare una qualche forza contrattuale nei confronti della grande Russia.

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