Più che finanziario, il declassamento degli Usa è geopolitico

di Luca Troiano

No, non credo alla profezia dei Maya sul 2012. Tuttavia, più ci avviciniamo alla fatidica data e più il mondo sembra andare a rotoli.
Venerdì 5 agosto l’agenzia Standard & Poor’s ha annunciato quello che tutti ci aspettavamo: il downgrade degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Neppure l’accordo sul tetto del debito è bastato a salvare l’immacolata tripla A dello Zio Sam. E da giorni le borse mondiali sembrano ripiombate nella Fossa delle Marianne del ’29.
Molti temono che questo aggraverà la crisi del debito Usa perché i tassi di interesse saliranno alle stelle e il Tesoro non riuscirà più ad onorare i pagamenti delle cedole. Niente di più improbabile. Il giudizio AA+ non sarà la perfezione ma realisticamente non è meno affidabile del massimo AAA. Certo, alcuni enti che istituzionalmente sono tenuti ad investire in obbligazioni da tripla A dovranno cedere i titoli Usa per ripiegare, ad esempio, su quelli svedesi, ma nel complesso ben pochi investitori che saranno costretti a smobilizzare i propri Tresaury bonds in portafoglio. La stessa Federal Reserve ha confermato che le banche non saranno obbligate alla ricapitalizzazione.

Una cosa è certa: la sconsolata reazione dei mercati all’ultimo discorso di Barack Obama è la riprova che per uscire dalla spirale della crisi non bastano le intenzioni, ma servono i fatti. L’economia americana è una sofisticata e gigantesca macchina oliata da un una cosa che, oltre ad essere la più importante, è anche la più effimera: la fiducia. Mancando quest’ultima, la macchina si blocca. E se nei decenni addietro l’America ha costruito la propria reputazione su una gestione responsabile e credibile delle proprie finanze, oggi è la realtà di una politica inconcludente ad alimentare i dubbi sulla stabilità di tutto il sistema Usa, molto più di un debito pubblico fuori controllo. Tanta retorica patriottica e poche soluzioni concrete non sono più un mix sufficiente per restituire fiducia ai consumatori e (soprattutto) ai mercati.
Perché è evidente a tutti che la soluzione della crisi non sembra essere nella disponibilità della politica. La quale non è solo incapace di procedere alla ricostruzione dei fondamentali del sistema statunitense (nessuno ha pensato a come riallineare un’economia finanziaria che è otto volte maggiore di quella reale?), ma ultimamente sembra concentrata più sulle miserie di casa propria che sulla ricerca di una via d’uscita ai problemi del Paese.

Non è un caso che a rompere gli indugi di S&P sul declassamento degli Usa sia stato proprio il demenziale teatrino offerto dai negoziati sull’innalzamento del debt ceiling. In pratica, non è la solvibilità dell’America ad essere messa in discussione. Ad essere in forse è la sua credibilità. D’altra parte, quando Obama ha confessato che il vero problema degli Usa non è economico, bensì politico, non stava forse dicendo la stessa cosa?
I recenti bisticci tra il Congresso e il presidente su tutti i dossier più scottanti (Libia, debito, disoccupazione) hanno palesato quanto la governance degli Stati Uniti sia sempre più instabile e le politiche federali al contrario sempre meno efficaci. E il fatto che la minaccia di insolvenza sia diventata merce di scambio nello scontro tra Repubblicani e Democratici in vista delle elezioni 2012 denota tutta la crescente incapacità della politica Usa di affrontare questo momento storico così delicato. Con un default scampato per un pelo, un debito pubblico alle stelle e un deficit di bilancio in doppia cifra, le frivolezze elettorali sono un lusso che a Washington non possono più permettersi.

Secondo Obama la riduzione della spesa federale di mille miliardi in 10 anni “sarà il livello più basso dai tempi di Eisenhower. Allora l’attenzione di quest’ultimo al bilancio federale si rivelò decisiva per la crescita del Paese, la quale si mantenne nell’ordine del 4% annuo. Risultato? Negli anni Sessanta il reddito delle famiglie era aumentato del 30%, i prezzi erano rimasti stabilo e la disoccupazione toccò i minimi storici al 4%.
Nei prossimi dieci anni la spesa federale sarà ai livelli degli anni Cinquanta, ma con un debito pubblico quattro volte più grande e un ciclo economico inverso. Inutile azzardare previsioni.
L’economia statunitense ristagna. La ripresa non c’è, non si vede, manca sempre l’appuntamento. Quando i dati congiunturali di un trimestre sembrano incoraggiare le speranze di una nuova crescita, arrivano quelli del trimestre dopo a smorzare gli entusiasmi. Ogni annuncio di rinascita si rivela un falso allarme. E quelle misure di austerità che tre anni fa la popolazione aveva accettato come un prezzo necessario ma transitorio per uscire dalla crisi, assumono sempre i più i contorni di una condizione permanente.
Il futuro non promette nulla di buono. Un deficit di bilancio da 125 miliardi di dollari al mese può essere colmato solo dall’azione di tagli draconiani alle spese congiunta con un’oculata politica fiscale più rigida verso i ricchi. Ma come detto, la politica non sembra avere i mezzi per riuscirci.
Il Pentagono ha già annunciato che non accetterà altri tagli, e all’orizzonte si avvicina la bomba dei baby boomers pronta ad esplodere. Questi ultimi sono la numerosa e mediamente agiata generazione postbellica (nati cioè tra il 1946 e il 1964) che oggi si avvia alla pensione. L’ondata di retirements in corso sta facendo saltare i conti della previdenza sociale americana e in particolare del programma sanitario Medicare, che così come congegnato non è in grado di sostenere l’onere di altri 78 milioni di individui prossimi alla pensione.
Se il problema degli Usa è politico ed è la politica a doverlo risolvere, gli americani non possono certo dormire sonni tranquilli.

Vi è un ultimo punto da affrontare. I problemi degli Usa, inevitabilmente, si ripercuotono sia nel resto del mondo che nel modo in cui il mondo vede gli Usa. Non passerà molto tempo prima che gli Stati Uniti perdano il primato mondiale in favore del loro principale creditore, la Cina. Obama lo aveva compreso, e fin dagli inizi del suo mandato ha cercato di convenire Pechino in una sorta di nuovo consolato mondiale (il G2), da un lato, e di bilanciarne l’ascesa attraverso la (finora tentata) amicizia con l’India, dall’altro. Entrambe le mosse non stanno dando i frutti sperati; tra lo Zio Sam e il Dragone è sempre quest’ultimo a menare le danze. I recenti rimbrotti mossi dalla Cina agli Usa sulla gestione del debito hanno tutta l’aria di esercizi di stile in vista dell’imminente sorpasso nella gerarchia globale.

La geopolitica è un gioco a somma zero: per ognuno che avanza di grado, qualcun altro deve necessariamente scendere. Benché le relazioni internazionali siano un ambiente meno schizofrenico e più attento alle previsioni di lungo periodo di quello finanziario, anche qui prevale lo scetticismo in merito ad una pronta ripresa del gigante americano.
Ecco perché il declassamento degli Usa, più che economico-finanziario, è in fin dei conti geopolitico.

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