Così la Cina va alla conquista del Pacifico

di Luca Troiano

Se dagli anni Cinquanta al Duemila l’interesse della Cina per il Pacifico derivava principalmente dalla competizione diplomatica con Taiwan, oggi la partita è con gli Stati Uniti. Per imbrigliare la (ex) superpotenza mondiale, Pechino si muove lungo tutte le direttrici possibili: cielo (controllo dello spazio), terra (alleanze con i governi insulari) e mare (esplorazioni dei fondali).

1. Dalla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale il dominio degli Usa sul Pacifico non ha mai incontrato rivali. Se l’America Latina era il giardino di casa di Washington, l’oceano era per così dire la sua “piscina”.
Oggi la Cina è sul punto di strappare questo storico primato all’America, garantendosi così le ricchezze custodite nei fondali. La principale strategia adottata da Pechino è la concessione di prestiti agevolati alle nazioni insulari. La politica del tasso zero solleva i governi beneficiari dall’onere degli interessi, ma incoraggia oltremisura il ricorso all’indebitamento, rischiando di provocare una crisi quando i rimborsi saranno dovuti.
È questa la preoccupazione espressa dal Ministro degli Esteri neozelandese Murray McCully in occasione della sua recente visita a Tonga, per promuovere la Coppa del Mondo di rugby che quest’anno si terrà proprio in Nuova Zelanda.
Lo scorso aprile il Lowy Institute for International Policy, un think tank con sede a Sidney (Australia), ha stimato che dal 2005 la Cina ha fornito prestiti nella regione del Pacifico per oltre 600 milioni di dollari. Poco per noi occidentali e pressoché briciole per la Cina, ma che per una nazione come Tonga  equivale al 32% del PIL.
Il Lowy Institute ha accusato la Cina di incrementare la propria influenza nel Pacifico attraverso tali erogazioni, garantendosi un buon leverage politico nel caso in cui i governi si trovino in difficoltà nel restituire quanto ricevuto. Non a caso lo stesso Primo ministro di Tonga, Samui Vaipulu, ha recentemente chiesto a Pechino di convertire parte del prestito complessivo in sovvenzione a fondo perduto.
La “chequebook diplomacy” nel Pacifico, come è stata definita, ha avuto inizio già nel 2003, in occasione del primo incontro tra la Cina e il Pacific Islands Forum. Tre anni dopo, il premier cinese Wen Jiabao annunciò l’intenzione della Cina di aumentare la cooperazione con gli Stati insulari del Pacifico. Aiuti economici, abolizione dei dazi per le importazioni dai Paesi meno sviluppati, annullamento del debito, distribuzione gratuita di farmaci antimalarici, e formazione di oltre duemila funzionari nelle università cinesi: questi gli strumenti proposti da Pechino.
Va anche segnalato che i cinesi rappresentano la prima minoranza in assoluto nella regione, con decine di migliaia di immigrati. Una presenza che percepita come invasiva da parte delle popolazioni locali, dando luogo a diverse reazioni – se non a vere e proprie rappresaglie, come a Tonga nel 2001 e nel 2006.
Che il vero obiettivo del Dragone fosse l’accrescimento della propria influenza non è un mistero. Le differenze dimensionali, culturali e politiche tra la Cina e gli staterelli dell’oceano sono abissali, eppure Pechino intrattiene solide e costanti relazioni con la gran parte di questi ultimi, organizzando frequenti incontri bilaterali a cui Pechino partecipa sempre attraverso i propri vertici.

2. Ora che la battaglia diplomatica con Taiwan pare archiviata in proprio favore, il nuovo avversario della Cina sono gli Usa.
Qui la competizione non è solo politica, ma anche tecnologica e militare. Sotto entrambi i punti di vista i cinesi hanno ancora un gap da colmare rispetto agli americani, ma a differenza di questi ultimi hanno un bilancio statale florido che assicura loro ingenti risorse da investire in ricerca e innovazione.
Lo scorso 24 luglio, Pechino ha annunciato che il sommergibile Jiaolong, dal nome di un mitico dragone marino, ha raggiunto la profondita’ di 5.027 metri nel corso di un’immersione di prova nel nord-est del Pacifico. Per la Cina si tratta del record di profondità mai raggiunto da un proprio sottomarino. Il record assoluto di immersione è ancora saldo nelle mani della marina americana, che nel 1960 raggiunse la Fossa delle Marianne a 11.000 metri di profondità, ma già ora tale primato vacilla. Jiaolong è stato studiato per scendere fino a 7.000 metri, livello che dovrebbe essere toccato già il prossimo anno. Altri progetti sono in cantiere per avvicinarsi ancora di più al fondale oceanico. Se gli abissi sono un forziere e le materie prime il loro tesoro, la tecnologia è la chiave per accedervi.
7.000 metri di profondità vuol dire che la Cina sarà in grado di esplorare il 99,9% dei fondali oceanici della Terra.

3. Oltre a inondare il mondo di prestiti (e di rifiuti), la Cina sta saturando il cielo di satelliti. Lo scorso martedì 26 luglio un vettore Lunga Marcia ha lanciato con successo dalla Cina sudoccidentale un satellite per la navigazione facente parte della costellazione BeiDou-2/Compass.
Si tratta del nono lancio del sistema satellitare BeiDou-2 dal 2007, ed il secondo di quest’anno, oltre ad essere il quinto lancio in assoluto dall’inizio dell’anno. Quando il programma BeiDou sarà ultimato entro il 2020, la flotta completa sarà composta da 35 satelliti e sarà capace di fornire una copertura del servizio di navigazione e posizionamento globale.
Ma oltre a spedire satelliti in orbita, la Cina sa anche difendersi da essi. L’11 gennaio 2007 Pechino effettuò un test di difesa antisatellitare distruggendo un vecchio satellite meteorologico posto a 800 chilometri d’altezza. L’azione provocò un’ondata di speculazioni e proteste sulle intenzioni della Cina di militarizzare lo spazio. Non è possibile stabilire se la Cina abbia voluto dimostrare di padroneggiare i rudimenti di una Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), come quella ufficializzata dal presidente Ronald Reagan in un discorso del 1983. L’episodio fornisce comunque due spunti: il primo è che il sistema satellitare Usa è molto vulnerabile; il secondo è che la Cina è già in grado di gareggiare con Washington nella corsa allo spazio.
Il 20 febbraio 2008 gli Usa risposero abbattendo il proprio satellite spia L-21, lanciato due anni prima e ufficialmente fuori controllo. Per il Dipartimento di Stato fu una decisione necessaria per evitare che il mezzo potesse scontrarsi con altri orbitanti, o peggio ancora precipitare sul pianeta; per altri fu l’anteprima di una nuova corsa alla militarizzazione dello spazio.
I documenti trapelati da Wikileaks parlavano addirittura di una possibile azione militare americana se i cinesi non avessero abbandonato il proprio programma di ricerca segreto per lo sviluppo di missili spaziali.
L’ipotesi che lo spazio diventi il nuovo Far west è tutt’altro che peregrina. Nessuno parla di colonizzare altri pianeti o vantare diritti su galassie e nebulose, intendiamoci. Ma dall’alto è possibile sorvegliare qualunque zona del pianeta e qualunque Stato senza che questo possa muovere obiezioni. Lo scopo del programma spaziale cinese, nelle due forme del sistema di posizionamento alternativo al GPS e della difesa antisatellitare, avrebbe non tanto lo scopo di proiettare la Cina al di fuori della Terra, quanto quello di scansare gli Usa all’interno dei propri confini, ridisegnando le dinamiche di potere su scala regionale e globale.
La Cina si garantirebbe così il diritto di prelazione sull’oceano Pacifico, un tempo “piscina” dello Zio Sam, ma che oggi Pechino considera di propria esclusiva pertinenza.

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