Atlante della destra in Europa

di Luca Troiano

Austria
Dopo tre decenni di governi conservatori e altri tre di esecutivi socialdemocratici, nel 1999 vide comparire sulla scena l’estrema destra impersonata di Joerg Haider, che stuì tutti conquistando il 27%. La coalizione tra il suo FPO e i conservatori ebbe vita breve e fu anche bollata come governo “razzista” dall’Unione Europea. Negli ultimi anni il consenso intorno all’estrema destra si è molto ridimensionato, ma non abbastanza da consentire un ritorno al bipolarismo. Solo due anni fa, il movimento ha raggiunto il 45% in Carinzia, sua regione d’origine.

Belgio
A Bruxelles crisi politica e crisi di identità vanno a braccetto. Il sistema proporzionale ha favorito la frammentazione di una realtà politica già divisa su base linguistica. Oggi sono presenti 12 partiti alla Camera e 10 al Senato. Da anni, il Paese di fiamminghi e valloni non riesce a formare un governo stabile, e dal 13 giugno 2010 non riesce proprio a formare un governo: la crisi istituzionale belga è diventata così la più lunga della storia, superando in questa poco invidiabile classifica perfino Paesi come Nepal e Iraq. Le scorse elezioni del giugno 2007 avevano reso necessari 9 mesi di trattative, seguiti dal sorgere e dal rapido tramontare di 3 diversi governi. Dallo scorso giugno, a causa di contrasti su una legge sull’isola bilingue di Bruxelles, il processo istituzionale si è del tutto arrestato. Da allora, tre tentativi di formare un governo sono andati a vuoto. Il governo dell’ex premier Leterme occupa la poltrona da lui stesso lasciata vacante solo per gestire l’ordinaria amministrazione. Ma il Paese ha bisogno di riforme, che al momento appaiono ben aldilà dell’orizzonte. La crisi è tale che lo scorso anno alcuni organi di stampa avevano addirittura ipotizzato l’abdicazione di re Alberto II, unico collante dello Stato.

Bulgaria
L’Unione Nazionale di Volen Siderov, capofila dell’estrema destra, ha fatto il suo debutto alle elezioni parlamentari del 2005 raccogliendo l’8% dei suffragi. Le elezioni del 2009 hanno fatto aumentare ulteriormente i consensi di questa formazione arrivata ora al 9% su scala nazionale.

Croazia
Entrerà in Europa dal 1° luglio 2013. Il premier è una donna: Jadranka Kosor, dell’Unione Democratica Croata, di ispirazione nazionalista e conservatrice. La formazione più a destra in parlamento è il Partito Croato dei Diritti, che alle elezioni del 2007 ha ottenuto il 3,5% dei voti. Il suo consenso, secondo i sondaggi, è in ascesa.

Danimarca
Il Partito del Popolo di Pia Kjaersgaard è il terzo partito del Paese, avendo registrato una crescita continua elezione dopo elezione (9,1% nel 2001 e 10,3% nel 2005 e 14% nel 2009). Dal 2001 fa parte della coalizione di governo, sostenendo il liberale Anders Fogh Rasmussen, confermato nel 2005. Dal 2009 appoggia il suo successore Lars Løkke Rasmussen. Nel 2006 Il partito salì alla ribalta per la storia delle vignette satiriche su Maometto .

Finlandia
Le ultime elezioni hanno segnato una decisa virata a destra del Paese scandinavo. Il partito dei Veri Finlandesi, guidato dall’europarlamentare Timo Soini, ha registrato un trionfo oltre ogni aspettativa, raggiungendo il 20% dei voti, il quintuplo rispetto a quelli ottenuti nell’ultima consultazione. Un bottino che vale 39 seggi su 200 nel Parlemento di Helsinki. E poco è mancato che non diventasse la prima formazione politica del Paese, superato solo dal Partito della Coalizione Nazionale del Ministro delle Finanze uscente Jyrki Katainen.
Timo Soini, che alle europee del 2009 era stato il candidato più votato nel Paese con oltre 130.000 preferenze, ha avuto gioco facile nel cavalcare l’onda del malcontento attraverso un programma costellato di no: no all’aborto, no alle unioni omosessuali, no agli immigrati e no al salvataggio di Stati in crisi come Grecia e Portogallo. Soprattutto quest’ultimo tema è bastato a mobilitare molti più elettori rispetto alle precedenti elezioni del 2007.

Francia
Gli ultimi sondaggi danno il Front National di Marine Le Pen al 28%. Un incubo per Sarkozy, che allo stato attuale si vedrebbe tagliato fuori dalle presidenziali sin dal primo turno. In particolare, è la questione dell’immigrazione ad aver orientato buona parte del consenso popolare versol’estrema destra. Nel 2007 fu proprio questa frangia dei votanti a decidere l’esito delle elezioni in favore di Sarkozy, ma adesso la situazione è cambiato. L’elettorato estremista è stato riassorbito dal Front National, partito xenofobo e nazionalista, e molti altri consensi si sono aggiunti sulle ali della propaganda contro gli immigrati, visti come una calamità da scongiurare. Il rifiuto dei profughi dirottati verso la Francia dall’Italia, culminato nell’episodio del blocco dei treni in arrivo da Ventimiglia, è un chiaro tentativo del presidente uscente di riacquistare parte della fiducia perduta.

Germania
Nel 2005 il Paese ha conosciuto l’esperienza di un governo di “Grosse koalition” tra la coppiata CDU-CSU del neocancelliere Angela Merkel e la NSP dello sfidante uscente Gerard Schroeder. Il siffatto governo è riuscito a completare la legislatura grazie alla mediazione di Merkel, capace di conciliare posizioni spesso divergenti tra i due partiti della maggioranza. In seguito alla storica sconfitta dei socialdemocratici nel 2009, nel Paese governa una normale coalizione di centrodestra.
Da allora il partito del cancelliere Merkel ha subito due pesanti sconfitte nelle elezioni regionali, in particolare nei Lander del Nord Reno-Vestfalia lo scorso anno e nel Baden-Wurttemberg in marzo. Lo scarso decisionismo del premier, che da tempo ha isolato il Paese dai grandi temi dell’agenda internazionale, unita alla controversa decisione di prolungare l’attività delle centrali nucleari oltre il termine precedentemente annunciato, hanno contribuito in maniera determinante agli ultimi rovesci.

Grecia
Nel 2009 Atene è tornata socialista, riportando al potere il Pasok di Giorgios Papandreou. Ma il dato più significativo delle elezioni è stato l’ascesa dell’estrema destra, rappresentata dal Laos di Giorgios Karatzaferis divenuta il quarto partito del Paese con il 6% dei consensi. Karatzaferis è un ex deputato di Nuova Democrazia, principale formazione di centrodestra ed ex partito di maggioranza fino al 2009, sconfitta alle ultime politiche dal Pasok anche a causa dell’emorragia di voti confluiti poi nel Laos.

Italia
Da noi il populismo è rappresentato dalla Lega, a parole nemica di Roma ma che non disdegna i vantaggi (e i privilegi) dell’appartenenza alla coalizione di governo.

Lettonia
Alla guida del Paese c’è Valdis Dombroskis, leader del conservatore Partito della Nuova Era.
Si segnala la presenza di Alleanza Nazionale, 8% alle politiche del 2007, che ha fatto parte della coalizione di governo fino allo scorso anno.

Lituania
Il governo di Vilnius è presieduto da Andrius Kubilius, leader del partito politico conservatore Unione della Patria – Cristiano-Democratici Lituani. Qui all’estrema destra c’è Ordine e Giustizia, quarto partito del Paese con il 13% dei voti. A capo c’è il discusso ex premier ed ex presidente Rolandas Paksas.

Lussemburgo
Da un ventennio l’Alternativa Democratica di Riforma di Robert Mehlen è parte della vita politica del piccolo Stato, con un consenso abbastanza stabile tra l’8 ed il 10%. Che finora non è comunque mai stato sufficiente per entrare nel governo del Paese, guidato dai democristiani.

Norvegia
Assieme all’Islanda è l’unico Paese scandinavo non aderente alla Ue. Il governo è guidato da Jens Stoltenberg, leader del Partito Laburista.
A destra c’è il Partito del Progresso si è affacciato sulla politica di Oslo dalla metà degli anni Settanta. Sotto la guida di Siv Jensen, alle ultime politiche si è rivelato il secondo partito norvegese col 23% delle preferenze, e il suo consenso pare essere in continua ascesa. Tuttavia non ha mai direttamente partecipato al governo del Paese, mantenendo comunque un appoggio esterno alle coalizioni di centrodestra.

Paesi Bassi
Il Paese dei tulipani è retto da un sistema proporzionale, con 10 partiti in Parlamento a dividersi i 150 seggi disponibili. L’ultimo voto ha portato il PVV, movimento di estrema destra, ad occupare il terzo posto nelle preferenze nazionali. Oggi, liberali e cristianodemocratici formano un governo minoritario con 52 seggi su 150 con l’appoggio determinante del PVV, destinato a dettare alcuni punti centrali dell’agenda politica. Una realtà che ha messo fine ad una maggioranza anomala formata da laburisti, cristianodemocratici e conservatori, nata nel 2006 in seguito alla polarizzazione dell’elettorato, e costretta a farsi da parte per insanabili fratture interne.

Polonia
Il Paese è guidato dal premier Donald Tusk, leader del partito Piattaforma Civica. Si tratta di una soggetto politico liberalconservatore e europeista, nato nel 2001 dalla fusione tra l’ala conservatrice dell’Unione Liberale con alcuni partiti di matrice democristiana e conservatrice, nati nel contesto del movimento Solidarnosc.
L’estrema destra è rappresentata dal partito Diritto e Giustizia (PiS) dei gemelli Kaczynsky. Attualmente è il secondo partito del Paese (32% e 166 seggi nel 2007), sebbene appaia in fase di declino. Molti lo considerano un modello per le formazioni identitarie del continente. Il PiS è particolarmente avverso alle politiche di liberalizzazione delle droghe, alle unioni omossessuali, è fautore di un marcato ruolo dello Stato nell’economia ed è avverso ad una maggiore integrazione europea.

Regno Unito
Dopo una lunga alternanza tra conservatori e laburisti, dal maggio 2010 lo Scacchiere è nuovamente sotto la guida di un governo di coalizione, come successe nel febbraio 1974. In quella occasione i conservatori sfiorarono la maggioranza assoluta ma, senza l’appoggio dei deputati nordirlandesi, non rinunciarono a formare un governo. Allora i laburisti raggiunsero un accordo con i liberali, ottenendo la metà esatta dei seggi (315 su 630) ma a prezzo della richiesta di riforma del sistema elettorale in chiave proporzionale. Non se ne fece nulla e il governo rimase in carica pochi mesi. Lo scenario attuale ricalca quello di allora: per formare un governo con i conservatori di Cameron, i liberaldemocratici di Clegg hanno chiesto una riforma analoga del sistema elettorale, puntando a superare un sistema che da decenni penalizza oltremodo il partito che arriva terzo alle elezioni. I liberali prima, e i liberaldemocratici oggi, conquistano puntualmente circa il 20% dei voti, ma meno del 10% dei collegi maggioritari.
Parlando del mondo anglosassone, possiamo aprire una parentesi sulle due maggiori ex colonie di Londra: Stati Uniti e Australia.
I primi hanno visto emergere il Tea Party, movimento spontaneo di piazza senza capo né coda ma capace di sostenere la rimonta repubblicana alle ultime elezioni di midterm.
La seconda, prostrata dalle alluvioni degli ultimi mesi, affronta per la prima volta l’esperienza di un governo di minoranza. Rotta anche qui l’alternanza tra laburisti e conservatori, dalle ultime elezioni il partito laburista della premier uscente Julia Gillard può contare solo su 72 dei 150 seggi parlamentari. L’esecutivo si mantiene a galla solo grazie all’appoggio esterno dell’unico deputato verde e di 3 dei 4 deputati indipendenti, eletti in collegi rurali. Uno scenario insolito per un Paese dove storicamente i governi sono quasi sempre giunti alla fine del loro mandato.

Repubblica Ceca
Il governo è affidato a Petr Nečas del Partito Democratico Civico, formazione conservatrice molto vicina al partito Diritto e Giustizia polacco. Il soggetto populista di maggior spessore è il Blocco di Jana Bobosikova, che alle ultime elezioni ha mancato di poco la quota di sbarramento, fissata al 5%.

Romania
Il 30 novembre 2008 le elezioni sono state vinte dal Partito Liberaldemocratico guidato da Emil Boc, che ha formato un governo in coalizione con i socialdemocratici.
A Bucarest l’estrema destra è rappresentata dal partito nazionalista Grande Romania di Corneliu Vadim Tudor. Nelle politiche del 2000 fu il secondo partito più votato (19,4% e 84 seggi). Successo ridimensionato nel 2004, quando il PRM prese solo il 13% e 48 seggi. Nello stesso anno propose la sua candidatura per entrare nel Partito Popolare Europeo, ma fu respinto. Nel 2008 il tracollo: 3,2% e fuori dal Parlamento. Sembrava destinato a sparire, ma già nelle europee dell’anno dopo la formazione risalì al 9%. Probabile un suo prossimo ritorno nel parlamento nazionale.

Slovacchia
Il Paese è attualmente guidato da coalizione conservatrice guidata dalla democristiana Iveta Radicova.
Nel 2006 fece notizia la decisione del Partito Socialdemocratico, fresco vincitore delle elezioni,di includere il Partito Nazionale Slovacco di Jan Slota nella coalizione di governo. Per la prima volta una formazione di estrema destra e una di centrosinistra condivisero il potere, superando le barriere ideologiche. Fu una mossa bizzarra che non piacque a nessuno: al Partito Socialista Europeo, che fu sul punto di espellere i Socialdemocratici slovacchi; agli slovacchi, che nella successiva tornata del 2010 bocciarono sonoramente entrambe le formazioni.

Slovenia
Uno dei cinque Paesi membri Ue non governato da formazioni di destra. Attualmente il primo ministro è Borut Pahor, dei Socialdemocratici. Il Partito Nazionale Sloveno è fin dall’indipendenza una forza consolidata del panorama politico di Lubijana. Il suo leader Jelincic aveva conquistato il 19% alle ultime presidenziali, una preferenza non confermata alle elezioni legislative dove il partito ha ottenuto un risultato al di sotto delle aspettative (5%).

Svezia
Lo scorso anno, l’ingresso nel Parlamento di Stoccolma dei Democratici fece scalpore. Il partito raccolse il 5,7%, sufficiente a superare la soglia si sbarramento fissata al 4%.  Si tratta di un partito fortemente nazionalista e avverso all’immigrazione, sostenuto dalla frangia più estrema degli ex elettori della socialdemocrazia.  L’ingresso nel Riksdag per la prima volta dell’estrema destra ha impedito al governo uscente di tenere la maggioranza assoluta dei seggi, fermandosi a 172 seggi su 349 contro i 175 richiesti.

Svizzera
Non è un membro Ue, ma rappresenta un caso interessante da esaminare. Le ultime votazioni per il rinnovo del Parlamento (Gran Consiglio) e del Governo (Consiglio di Stato) nel Canton Ticino, lo scorso 11 aprile, hanno visto una netta vittoria alla Lega dei Ticinesi, formazione populista di estrema destra, che ha sfiorato il 30% diventando cosi’ il primo partito in governo e raddoppiando il numero dei propri Consiglieri di Stato. Questo, grazie ai voti decisivi dell’Unione Democratica di Centro (UDC), primo partito a livello nazionale, ma relativamente debole in Ticino, UDC che in queste elezioni ha deciso di non presentare una propria lista per il Consiglio di Stato ma appoggiare quella presentata dalla Lega.
La campagna elettorale era stata caratterizzata da un’infuocata propaganda sui temi del lavoro e del frontalierato, puntamdo il dito per denunciare la disoccupazione dei ticinesi a fronte dei quasi 50’000 lombardi che ogni giorno valicano la frontiera per lavorare in Ticino.
Le stesse argomentazioni (con lo stesso livello di linguaggio) sbraitate dalla Lega contro gli immigrati in costante arrivo a Lampedusa.

Ungheria
Le elezioni del maggio 2010 hanno visto il ritorno al potere del partito Fidesz – Unione civica ungherese, formazione conservatrice, populista e cristiana guidata da Viktor Orban. Il sistema maggioritario allora vigente nel Paese ha garantito al Fidesz la maggioranza dei due terzi del Parlamento pur avendo ottenuto solo il 52% dei voti.
Nell’ultimo anno il governo Orban ha suscitato vive perplessità per alcuni controversi provvedimenti, come la legge sui media, quella sull’estensione della cittadinanza agli ungheresi all’estero e soprattutto il varo della nuova Costituzione, da molti considerata un ritorno al passato totalitario del Paese.
Il semestre di presidenza ungherese della Ue, terminato con molti punti irrisolti, resterà nella storia per la dichiarazione d’apertura di Orban, sintomatica dell’attuale deriva autoritaria assunta da Budapest: “noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto.

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