Attenzione, anche da noi sta vincendo il “mondo piccolo”

David Bidussa – Linkiesta

Un movimento di ispirazione contadina i cui membri indossano camice verdi, corruzione dilagante, scandali. Una crisi che è soprattutto il lento crollo di un senso comune, di un’idea di adesione e a un sistema politico e a un’identificazione con i principi morali e costituzionali. Sembra l’Italia? Invece è la III Repubblica francese dove a prevalere su chi aveva uno sguardo curioso sul mondo fu il “mondo piccolo”. Con gli esiti che conosciamo.

Che significato ha la crisi politica di queste settimane? E, soprattutto: quali scenari propone? È probabile che la sordità di gran parte del ceto politico, comunque la ritrosia della gran parte dei rappresentanti nelle istituzioni a intervenire concretamente nell’abbassamento dei propri «benefit», vantaggi, premi diretti e indiretti, insomma in quel pacchetto che ormai per tutti è il «costo della politica» (pessima espressione, soprattutto in un paese in cui la sudditanza nei confronti della politica, intesa come «i potenti» va di pari passo con l’antipolitica) ha fatto pensare a molti a una nuova forma di possibile sollevazione pre-moderna, con le folle radunate in piazza, i forconi, la richiesta di giustizia sommaria, soprattutto rapida e veloce (non importa se o meno indolore).

Anche per questo non pochi hanno pensato alle folle arrabbiate della Rivoluzione francese o al senso di odio di insopportabilità con cui il «Terzo Stato», come diceva Sieyès, «è tutto; non conta nulla nel sistema politico e chiede di poter contare qualcosa». È la massima che fa da premessa alla vigilia del 1789 agli Stati generali e che poi apre una voragine. Dubito che questo sia lo scenario che ci aspetta. Non perché ritenga che la realtà sia più quieta, ma perché l’inquietudine è molto più profonda come pure il malessere. E soprattutto perché questa è una crisi lunga, che durerà a lungo.

La crisi che noi stiamo vivendo presenta analogie profonde con la crisi lunga del sistema democratico della III Repubblica francese negli anni ’30. Una crisi politica, sociale, culturale. La Francia che imbocca il decennio che si apre con la crisi di Wall Street nell’ottobre 1929 è ancora – a differenza della vicina Germania e del Regno Unito – un paese a economia solida. In base ai propri numeri economici l’opinione pubblica osservando l’andamento economico internazionale crede che potrà uscire indenne dalla crisi. La crisi invece arriva all’inizio del 1933 e colpisce durissimo e velocemente. E con essa iniziano a emergere gli scandali finanziari. Quello più profondo che coinvolge una parte rilevante del sistema industriale, e soprattutto una parte del sistema politico è lo scandalo Stavisky.

Uno scandalo che mette a nudo i rapporti tra banche e potere, che dimostra che la forza finanziaria del Paese è fasulla, e soprattutto inchioda una parte del ceto politico di governo a dichiarare la propria corruzione. La risposta immediata è la caccia a Stavisky. Che verrà trovato morto nel gennaio 1934. È la crisi, politica. E a farla da padrone è l’estrema destra dei movimenti filofascisti della «Croix de Feu» del Colonnello La Rocque, dell’Action Française di Charles Maurras, di Ordre Nouveau. Il 6 febbraio 1934 questi movimenti danno l’assalto al parlamento e vengono fermati a poche decine di metri dalla camera dei Deputati. La Francia è sull’orlo del colpo di Stato, ma una parte della destra recede e dunque l’assalto non riesce..

Il 12 febbraio 1934 tocca alla sinistra scendere in strada in nome della difesa dell’ordine repubblicano. Lungo i boulevards nasce in quelle giornate il fronte popolare, la coalizione delle sinistre che due anni dopo nell’aprile 1936 vince le elezioni in nome della difesa dell’ordine repubblicano, della possibilità di una legislazione sociale che difenda i ceti poveri, comunque meno abbienti. L’uomo che esprime quella coalizione è Léon Blum il rappresentante più classico della sinistra riformista e il figlio di quel socialismo umanistico, democratico, ma anche professorale che rivendica la possibilità e la concretezza di un’azione socialista di governo. L’esperienza del fronte popolare solo parzialmente soddisferà le attese, tra leggi che riconoscono diritti del lavoro dipendente, ma anche la necessità di garantire una ripresa che non incrementi l’inflazione e da ultimo (siamo nel marzo 1937) un corteo di militanti socialisti e comunisti, indetto contro un’iniziativa della destra, che, mentre i manifestanti stanno smobilitando, è assalito dalla polizia. Sul terreno rimangono 5 morti e 300 feriti tra i manifestanti di sinistra. Tra i feriti la polizia colpisce il socialista Max Dormoy, ministro dell’Interno socialista e André Blumel, capo di gabinetto di Léon Blum.

È la perpetuazione della crisi politica. È passato meno di un anno dal trionfo elettorale, ma Blum e il suo governo devono andarsene. Quelle dimissioni segnano il lento ritorno della coalizione di centro e poi di destra al governo del Paese. Si chiude il tentativo di riforma sociale, che il governo del fronte popolare nell’estate ’36 aveva avviato (ferie pagate, 40 ore di lavoro settimanali, assicurazione sociale) e si chiude con una sconfitta del movimento sindacale che il 30 novembre 1938 indice uno sciopero a difesa delle conquiste del ’36, un’azione disertata, che in piazza misura la dissoluzione di un progetto riformatore. Ma quella crisi non è solo confronto e scontro tra forze politiche all’interno del parlamento o nelle grandi vie della capitale.

Quella crisi è soprattutto il lento crollo di un senso comune, di un’idea di adesione e a un sistema politico e a un’identificazione con i principi morali e costituzionali di un sistema che con lentezza si è definito intorno ai grandi principi della democrazia liberale, della laicità culturale e educativo del sistema scolastico e della coscienza del ruolo dell’intellettuale pubblico che ha segnato la storia dei primi 25 anni della III Repubblica, dalla varo della costituzione del 1875, al riconoscimento della scuola pubblica e laica nel 1881 fino alla mobilitazione degli intellettuali in nome della verità che negli anni ‘90 ha in Émile Zola e nel fronte dreyfusardo forse il lascito più duraturo della Francia repubblicana e laica alle democrazie moderne dell’ultimo secolo.

Quella crisi ha un inizio preciso già nel 1936 con le mobilitazioni del mondo contadino, del coltivatore diretto, del piccolo allevatore, in breve del mondo dell’agricoltura e dove predomina l’impresa familiare e la conduzione aziendale diretta. È il movimento che Henry Dorgères avvia intorno al 1935 in nome della nostalgia della società contadina, contro una modernizzazione che significa soprattutto fiscalità, «Stato ficcanaso» e che, come simbolo, sceglie di indossare una «camicia verde». Un movimento che è soprattutto l’esternazione di un sentimento che indica una convinzione: lo Stato è lontano, è oppressore, è predatore di risorse, defraudatore delle proprie ricchezze e di cui, si dice, si vuole «appropriare indebitamente».

E soprattutto difende «les polacs» come Simenon nelle inchieste del Commissario Maigret (forse il termometro umorale più espressivo dello stato dell’opinione pubblica e del ceto medio) chiama quel grumo di immigrati in fuga dalle dittature e dalla crisi nell’Est Europa e che negli anni ’30 arrivano a Parigi e in tutta la Francia in cerca di una sorte migliore. Il movimento delle camicie verdi nelle campagne francesi durerà fino alla fine del 1937, quando il vento politico inizierà a cambiare, con il ritorno della destra al governo. Ma esso, più che il sintomo di un malessere localizzato delle campagne, è l’indicatore di una condizione diffusa. Una condizione che Marc Bloch (La strana sconfitta, Einaudi 1995) non avrà difficoltà a individuare come l’origine della dissoluzione della III Repubblica che, nel 1940 sull’onda del crollo militare vede l’intero paese chiudere le case, caricare sui tutti i mezzi possibili, in treno, in macchina se ne possiede una, su un carretto, le poche cose a cui tiene e fugge mentre la Wermacht avanza su tutto il territorio. Quella fuga, che è una sospensione delle regole (una dimensione che Georges Simenon da fine analista ha ricreato magistralmente nel suo romanzo Il treno, Adelphi) indica molte cose: quelle che nel decennio tra 1930 e 1940 la Francia non ha dichiarato a se stessa.

È la società francese e la sua crisi a costituire la molla di quella fuga e che Bloch mette sotto accusa. Una società in cui la destra abbandona l’idea di interesse nazionale e la sinistra non la matura mai; dove la borghesia è troppo presa dai propri interessi; la piccola borghesia è completamente piegata su se stessa; la classe operaia non ha mai maturato la fuoriuscita dal suo corporativismo. Una crisi che nella sinistra indica il fatto che non giunge mai a compimento, un processo di reale assunzione di responsabilità nazionale e che, al di là della conclamata «beatificazione» di Jaurès (attento al tema della democrazia dell’identificazione con l’idea di patria) ha continuato a provare una profonda sintonia con il discorso politico di Guesde dove prevale il settarismo, l’orgoglio di appartenenza e di identità sociale della propria classe. Una condizione che, in termini sociali, allude a una coscienza di classe che difende e coltiva il proprio essere minoranza irriducibile e antagonista; mentre in termini politici, significa una connaturata inclinazione alla chiusura settaria e che farà in modo che una parte rilevante, sia dell’area riformista e sindacale, sia dell’ala estremista della sinistra francese si riconosca nel padre della patria Pétain nel luglio 1940, si affidi a lui e aderisca entusiasticamente al regime di Vichy.

Ma quella sconfitta è anche figlia di altre crisi. La crisi francese degli anni ’30 che sbocca nella sconfitta del giugno 1940 assomma nel tempo i dati strutturali di una società che non riesce né socialmente, né politicamente ad autoriformarsi. A veder bene la III Repubblica non crolla di fronte alle truppe tedesche, ma è già in disfacimento nelle giornate del settembre 1938 quando si consuma il destino della Cecoslovacchia (Sartre ne Il rinvio ne ha forse fornito il quadro più complessivo). Un paese che, per esempio, è privo di un sentimento nazionale collettivo persino nel suo calendario civile come si dimostra nelle cerimonie per il ventennale dell’armistizio, nel novembre 1938; e in occasione del centocinquantenario della Rivoluzione (14 luglio 1939; una scadenza che direbbe moltissimo anche del nostro attuale centocinquantenario); che è in preda a un timor panico generalizzato (come testimoniano le pagine di un romanzo di Raymond QueneauUn rude hiver, pubblicato nell’autunno 1939).

La sconfitta militare è figlia di tutto questo. Ma Vichy non è solo la conseguenza di una disperata fuga di un intero paese da se stesso. È anche la costruzione coerente di un regime che solo apparentemente sembra la rivincita di una Francia antirivoluzionaria e cattolico-legittimista. Vichy è molto di più.

È, prima di tutto, quel fenomeno che mette insieme la Francia dell’ordine del conservatorismo sociale e politico, del mito della «Francia grande», con la «Francia profonda». Il Seicento con il mito della grande Versailles, il colbertismo in economia è il riferimento nell’immaginario politico di Pétain. Ma allo stesso tempo è anche l’esaltazione della Francia della Provincia, contro Parigi la corrotta, del «terroir», del contadino, della famiglia del focolare, del villaggio e della comunità familiare contro la disgregazione e l’anonimato metropolitano. Ma questo primo connubio, apparentemente organico e comprensibile, logico, produce uno strano miscuglio. Vichy, infatti, è la riscoperta del dialetto e dell’ esaltazione della Francia del folklore contro il calendario civico e la cultura della nazione costruita nell’ideale repubblicano della III Repubblica.

Con ciò, a prima vista contraddittoriamente, in un regime autoritario si sprigionano e si sviluppano correnti d’opinione fortemente motivate verso il decentramento e l’autonomia, dove si disgrega la lingua nazionale a favore del dialetto, dove il sistema decentrato della comunità di villaggio sembra prendere il sopravvento sull’organizzazione dello Stato centro, dove l’idea di uno sviluppo cede il passo «all’economia domestica» e al culto dell’equilibrio ambientale profondamente industriale; dove la famiglia numerosa e il culto delle tradizioni popolari hanno il sopravvento rispetto a uno sguardo curioso e «vorace» sul mondo. Dove in breve prevale il «mondo piccolo». Davvero quella crisi, compresi, alcuni aspetti del suo esito drammatico non parlano a noi e di noi, ora?

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