Ecco che fine fanno i fondi Usa destinati all’Afghanistan


How U.S. money ends up in Taliban hands

U.S. military and government investigators found that money paid to four of the eight contractors hired to transport military supplies across Afghanistan ended up with criminal networks and insurgents. Investigators developed case studies to show how the system works. Here is one example.

Luca Troiano

1. Lo scorso novembre avevo parlato di come il racket sui trasporti in Afghanistan sia un’indiretta fonte di finanziamento per i gruppi di insorti. È solo un esempio di come una parte degli aiuti americani a Kabul vada a rimpinguare le casse sbagliate.
Partiamo da un fatto. Domenica il Washington Post ha reso noto che circa 2,16 miliardi di dollari di fondi governativi per promuovere lo sviluppo in Afghanistan sarebbero finiti nelle mani dei taliban. Questo perché otto società di trasporto afghane sul libro paga degli Usa sarebbero direttamente o indirettamente coinvolte in affari con gli insorti. È ciò che emerge da un’inchiesta militare che ha esaminato i tracciati di alcuni pagamenti eseguiti in favore delle suddette aziende.
Secondo la relazione, attraverso un giro di appalti, subappalti e depositi, e con la complicità di funzionari locali corrotti, ingenti somme sarebbero state reimpiegate in pratiche fraudolente, quando non addirittura a supporto dell’insorgenza (si veda il grafico).

In particolare, si fa riferimento ad una somma di 7,4 milioni pagata ad una delle otto società, poi redistribuita in una rete di appalti e subappalti, e altre 27 transazioni per un ammontare di 3,3 milioni, trasferito ai ribelli sotto forma di armi, esplosivi e sovvenzioni varie.
Diversamente dall’Iraq, dove l’esercito americano affida i contratti di trasporto ad aziende Usa, in Afghanistan tali attività sono svolte perlopiù dai locali. Più in generale, degli 87.000 uomini che compongono il personale di servizio nel Paese, oltre la metà (53%) sono afghani.
Sulla base dei risultati dell’indagine, il nuovo contratto (con efficacia da settembre) amplierà il numero di aziende da otto ad almeno trenta, e muterà il sistema di sicurezza per assicurarsi che la protezione dei convogli sia assicurata da agenzie private affidabili e non da tangenti sottobanco ai signori della guerra. Si richiederanno informazioni dettagliate su tutti i collaboratori e subappaltatori, e le unità militari del posto saranno incaricate della supervisione di tutto.
Comunque, la notizia che i soldi dei contribuenti abbia foraggiato la guerra dalla parte sbagliata lascia un certo sconforto nell’opinione pubblica statunitense. Che nel sistema dei trasporti a Kabul ci fosse qualcosa di strano lo aveva già fatto notare una precedente inchiesta del Congresso nel 2009, ma il Pentagono se ne è accorto con colpevole ritardo. Così lo scorso marzo il contratto con le otto agenzie sospette è stato rinnovato per altri sei mesi.

2. Dopo quasi 10 anni di guerra e oltre 70 miliardi di dollari investiti in progetti di sicurezza e sviluppo l’America si aspetta qualcosa da Kabul. Invece alla frustrazione per la mancanza dei frutti sperati si aggiunge ora il sospetto (certezza?) che parte di quei soldi abbia sostenuto le milizie ribelli.
Quanti, di preciso? Impossibile da stabilire.
L’inchiesta riferita dal WP dimostra comunque che gli Stati Uniti non sono in grado di monitorare tutti i contanti generosamente elargiti in Afghanistan. Un rapporto a cura dello Special Inspector General for Afgahnistan Reconstruction (SIGAR) ha riferito che una quantità incalcolabile di dollari dei contribuenti americani sono irrintracciabili, dunque passibili di essere stati liquidati nelle tasche dei ribelli. Non è solo perché i funzionari Usa sono finora stati poco diligenti (si vedano i 6 miliardi destinati alla ricostruzione in Iraq svaporati nel nulla senza che nessuno sappia come); è lo stesso sistema dei tracciamenti in Afghanistan ad essere disfunzionale.
Le agenzie governative americane non hanno grandi possibilità di tracciare il denaro che entra nell’economia afghana, anche a causa della scarsa collaborazione prestata dalla Banca centrale afghana, un ambiente che lo stesso Tesoro americano definisce “ostile”. L’esercito ha drasticamente ridotto i pagamenti in contanti (solo il 5,9% in febbraio), ma nessuno si occupa di registrare i numeri seriali delle banconote o di seguire le transazioni bancarie. Dunque gli Stati Uniti incontrano non poche difficoltà ad individuare eventuali comportamenti fraudolenti, e quando ci riescono i funzionari afghani si mostrano sempre riluttanti a perseguirli.
Parte di quei soldi è incamerata dagli stessi funzionari afghani. Non è un mistero che corruzione e malversazione rappresentino di fatto la maggiore fonte di reddito dei burocrati di Kabul e della cricca di Karzai in particolare. Ma c’è il rischio concreto che qualche liquido venga deviato verso le casse dell’insurrezione.
Ora americani e afghani si lanciano reciproche accuse su chi abbia la responsabilità della perdita di questi soldi. Va detto comunque che il sistema bancario afghano è sotto pressione da diversi mesi. Già lo scorso settembre la corsa del pubblico agli sportelli stava per provocare una seria crisi di liquidità. Il recente scandalo che ha coinvolto la Banca di Kabul (che già in gennaio aveva subito perdite per 900 milioni di dollari) palesa tutta la precarietà di un apparato finanziario tutt’altro che affidabile. Non a caso il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di bloccare il proprio programma di aiuti al Paese. Inoltre, il SIGAR riferisce che i dirigenti afghani sembrano restii all’adozione dei programmi di controllo e stabilità monetaria promossi dalla US Agency for International Development, ufficialmente perché troppo “difficili da implementare” – e da frodare, aggiungerei.

3. In questi anni gli Stati Uniti hanno sprecato miliardi di dollari di aiuti in un Paese dove corruzione, guerriglia e traffico di stupefacenti sono dei mali incancreniti a tutti i livelli. Gli aiuti per la ricostruzione sono strettamente legati all’impegno militare e gli Stati Uniti, che hanno 98.000 soldati schierati sul terreno, sono chiaramente i principali contributori. Con quale aggravio sul bilancio pubblico, è facile immaginare.
Considerato che gli aiuti internazionali costituiscono il 97% del PIL afghano, è facile intuire come l’economia afghana non sia ancora in grado di stare in piedi sulle proprie gambe. Quel che è peggio è che la dipendenza dall’aiuto esterno ha creato una classe parassitaria che si appropria di tali risorse ad esclusivo beneficio personale, in barba ai nostri ingenui programmi di sviluppo. Già lo scorso anno l’eurodeputato Idv Pino Arlacchi aveva denunciato che solo il 6% dei fondi all’Afghanistan è arrivato nelle mani di Kabul, mentre del 70-80% si è letteralmente persa ogni traccia.
Gli afghani temono che il piano di ritiro della forza Isaf coincida con una parallela riduzione degli aiuti internazionali. Dal 2009 il contributo annuale degli Usa ha già subito una riduzione del 22% ed entro il 2014, in coincidenza con il completamento del ritiro delle truppe, i rubinetti saranno del tutto chiusi. In un Paese dove regna l’anarchia, gli effetti sull’economia sarebbero disastrosi. I ricavi attesi dalla promettente settore minerario – rame, minerale di ferro e litio – stimati in circa 750 milioni all’anno, non saranno disponibili per i prossimi dieci anni. Ma ad allarmare i burocrati è la prospettiva di non ricevere più entrate extra. Ora capiamo perché essi vorrebbero tenere gli americani inchiodati a Kabul per sempre.
A conti fatti, il protrarsi dell’impegno americano in Afghanistan conviene a tutti: a Karzai, che senza Washington non avrebbe molte alternative all’esilio (o all’omicidio); ai governanti afghani, per i quali l’America è una gallina dalle uova d’oro; al Pakistan, per lo stesso motivo; all’Iran, chea attraverso il sostegno agli insorti prosegue la guerra infinita al Grande Satana; alla Russia, che considera la missione Usa la continuazione dell’invasione sovietica sotto altri mezzi (e a spese di altri); alla Cina, che dalla debolezza americana causata dal salasso economico della guerra ha tutto da guadagnare; infine ai taliban, che continuano indisturbati a sfiancare la maggiore potenza al mondo, come già fecero con l’Urss.
Rimane una speranza. Un calo degli aiuti potrebbe costringere il governo afghano a trovare soluzioni concrete per rendere il Paese meno dipendente dall’esterno. Corruzione, guerriglia e traffico di stupefacenti permettendo.

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