Democrazia, buona solo quando esportata

di Luca Troiano

Nei decenni della Guerra Fredda, la retorica occidentale ripeteva fino alla nausea la necessità di promuovere la democrazia nel mondo. Questo perché il modello socialista di marca Urss guadagnava consensi presso molti paesi in Asia e Africa, mettendo il primato mondiale degli Usa in forse. Per i Paesi emergenti il modello sovietico rispondeva ad una duplice esigenza: sbarazzarsi del giogo del colonialismo e concentrare tutto il potere nelle mani di pochi.

La caduta del blocco sovietico non ha mutato questo approccio. Il pretesto di “esportare la democrazia” è rimasto la ragione principe alla base delle missioni umanitarie nel mondo – espressione gentile per trasfigurare l’invio massiccio di armi e soldati nei quattro angoli di un mondo in crisi. Iraq e Afghanistan, e prima ancora Somalia e Bosnia, sono gli esempi più eclatanti. Milioni di morti – purché non propri, s’intende – in nome della democrazia erano considerati un prezzo accettabile nella lotta contro il comunismo. E due eventi sono sempre stati propagandati come vittorie in nome della democrazia: la caduta dell’Unione Sovietica (con la conseguente “democratizzazione” della Europa orientale) e la fine dell’apartheid in Sudafrica.

La primavera araba sarà il terzo passo nel tortuoso cammino verso la redenzione dell’umanità? Non proprio. Almeno non nell’opinione degli Usa.
In questi mesi, al di là delle dichiarazioni di facciata, il Dipartimento di Stato americano ha incontrato non poche difficoltà nel fare buon viso a cattivo gioco. Il sostegno alle ragioni del popolo in Egitto è valso all’America lo sdegno dell’Arabia Saudita; l’intervento in Libia (al prezzo di un miliardo di dollari entro settembre) avvenuto controvoglia, e solo in qualità di capofila della Nato. Sulla questione Siria non si è andati oltre alle belle parole di pace. In Bahrein non ci sono state neppure quelle, coperte da un coscienzioso silenzio per non irritare di nuovo la Casa di Saud.
Come dire che l’America ha almeno quattro facce sotto la stessa maschera.

La parola “democrazia”, lo sanno anche i bambini, nasce dal greco demos (popolo) kratos (potere). Perciò, tradotta nel linguaggio comune significa “potere del popolo”. Tralasciando l’analisi delle interpretazioni (cos’è il popolo? Potere su chi? In quale forma e misura?) che fin dal V sec. a.c. hanno contornato questa espressione, una cosa è fuori discussione: la democrazia deve nascere dal basso e dall’interno. Dalla collettività stessa cioè deve partire la spinta verso l’autonomia, e quindi l’autogoverno. Non può essere imposta dall’alto o importata da fuori.
Tuttavia l’Occidente, latitudine in cui questa spinta ha richiesto una gestazione lunga un millennio, non ritiene i popoli contigui abbastanza maturi per provvedere sa sé al cambiamento. Perciò si prodiga in sempre nuove iniziative, tutte doverosamente assicurate dalla necessaria copertura legislativa, per guidare le genti verso una strada che (a suo dire) da sole non saprebbero percorrere.
E poco importa che in Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, ci siano voluti sette mesi dalle elezioni (e solo quando è rientrato in gioco l’Iran) per riuscire a formare un governo. Senza di noi, la democrazia lì non sarebbe mai arrivata. E neppure al-Qa’ida.

Qui nasce la contraddizione.
Il pensiero occidentale insegna che la democrazia, ossia il diritto del popolo di governare (il popolo) perché governato (dalle leggi), nasce spontaneamente (dal popolo). L’azione dei governi invece,  la considera cosa buona e giusta solo quando “esportata”, quasi che il marchio occidentale fosse una garanzia di qualità. Come per qualunque altro prodotto di fabbrica.
Se la democrazia fiorisse in Cina (come i gelsomini?) qualcuno non mancherà di bollarla come taroccata, al pari delle merci con cui il Paese giallo inonda i nostri mercati.
L’Occidente è così. La griffe prima di tutto, siamo formalisti.

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