L’Europa è vittima (consapevole) delle agenzie di rating

di Luca Troiano

L’Europa deve biasimare solo se stessa per il caos provocato dalle agenzie di rating.
Importanti personalità quali Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, e Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, hanno aspramente criticato il downgrade del Portogallo da parte di Moody’s e i declassamenti a catena della agonizzante Grecia. Ma di fatto è stata proprio l’Europa a consegnare il futuro di alcuni suoi membri (e, di riflesso, della stessa moneta unica) al pollice verso delle agenzie di rating. L’approccio della Bce alla crisi greca è sintomatico.
Tralasciamo le debolezze strutturali della moneta unica, espressione di tante economie troppo diverse tra loro per funzionare a regime sotto gli stessi parametri.

Da anni è evidente quanto l’universo della finanziario paghi un caro prezzo per l’eccessiva attenzione prestata alle tre grandi agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch). I loro giudizi dovrebbero essere considerati come qualsiasi altra opinione sul mercato, invece la loro peculiare posizione di giudice della solvibilità altrui le eleva ad arbitri dell’ordine e del caos.
Non è tanto l’accettazione acritica delle loro valutazioni da parte degli investitori ad elevarle a ciò, quanto il fatto che tali giudizi sono incorporati nel sistema di regolazione delle banche e altri meccanismi ufficiali.
Eppure, più di una volta le agenzie si sono mostrate incapaci di valutare adeguatamente lo stato di salute degli operatori economici (come nel 2008); altre, invece, hanno finito per dare il colpo di grazia a soggetti già agonizzanti (come la Grecia), con il risultato di compromettere situazioni che con un pò di diligenza – e meno egoismo politico – si sarebbero potute aggiustare.

Già l’esperienza della New economy nel 1999-2000 e la conseguente bolla delle dot-com aveva suggerito l’opportunità di rivedere il ruolo delle agenzie nel contesto economico. La crisi del credito nel 2008 ne è stata una rumorosa conferma. Ma non si è fatto nulla comunque.
In un mondo dove le aspettative contano più dei risultati, non c’è da stupirsi se gli investitori manifestino una fiducia quasi fideistica nelle capacità divinatorie delle agenzie. Le stesse  banche centrali non potrebbero fare granché per incoraggiare il resto del sistema a trattare i rating per ciò che realmente sono – opinioni, non certezze.

A proposito di banche centrali, l’errore più eclatante è stata la decisione della BCE di correlare la soluzione della crisi greca – e, per estensione, il futuro della moneta unica – ai giudizi formulati da queste agenzie. La Banca centrale aveva detto che non avrebbe accettato il debito greco in garanzia se le tre sorelle del rating avessero mostrato il pollice verso in merito alla solvibilità di Atene. Geniale. Non solo l’affermazione suonava come una minaccia, tale da mandare a gambe all’aria l’intero sistema bancario greco – ed europeo -, e nel contempo rappresenta di fatto un’abdicazione della propria autorità.
Francoforte non dovrebbe fare affidamento sulle agenzie private per sapere se la Grecia sarà adempiente o meno: dispone già di un personale selezionatissimo, proveniente dalle banche centrali nazionali, per questo genere di valutazioni. Affidarsi alle agenzie vuol dire rinunciare ad avere una propria visione, dunque al proprio ruolo.
Non c’è da meravigliarsi se il mercato appare come una forza onnipotente alla quale ogni altra potestà umana deve piegarsi, se è la potestà stessa a farsi da parte.

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