Genova, dieci anni dopo. Quando quei ragazzi ci dissero che un altro mondo era possibile

di Luca Troiano

1. Una regola non scritta in architettura tramanda che “la tragedia migliora il progetto”. Trasposta sul piano sociopolitico, vuol dire dire che la morte di un uomo – se qualcosa di positivo può esserci – dovrebbe avere l’effetto di smuovere le coscienze dei singoli verso il cambiamento.
A dieci anni dal G8 di Genova, dalle devastazioni della città all’assalto della scuola Diaz, dalle torture di Bolzaneto al corpo di Carlo Giuliani disteso sull’asfalto, dovremmo chiederci se tutto questo sia almeno servito ad incoraggiare la naturale tendenza verso quegli ideali di giustizia, solidarietà, eguaglianza invocati dai giovani (quelli pacifici, si sottolinea) scesi in strada in quei giorni di fine luglio del 2001.

2. Nei giorni delle manifestazioni l’attenzione fu rivolta soltanto all’ordine pubblico, a quelle trecentomila persone che affollarono della strade del capoluogo ligure fino a farle straripare, lasciando inascoltato il pensiero di quanti si erano recati lì per gridare che “un altro mondo è possibile”. Lo scrittore Erri De Luca spiegò il fatto con una metafora idraulica: troppa acqua per così pochi vasi comunicanti, l’impianto si sfasciò.
Negli anni a seguire, l’esigenza di illuminare i fatti accaduti ha portato alla luce una realtà ancora più drammatica. Fin da subito la narrazione sui fatti di Genova è stata completamente risucchiata nella spirale della polarizzazione ideologica, specialità tutta italiana di considerare di argomenti di pubblico interesse. Con l’aggravante, però, uno strascico giudiziario di impunità che rappresenta uno scandalo nello scandalo.
Ma qual era la colpa di quei ragazzi guardati con sospetto, che nessun genitore davanti alla tv avrebbe voluto come amico del proprio figlio? Aver ardito proporre una propria agenda politica ai grandi della Terra.

3. Il decennale del G8 interviene in un momento storico tutt’altro che sereno. L’attacco speculativo contro il nostro debito pubblico testimonia che la crisi finanziaria esplosa nel 2008, è ancora lontana dal placarsi. Gli scontri tuttora in corso in Val di Susa ribadiscono la sudditanza della nostra classe dirigente alle lagnanze della cricca. I ricatti di Marchionne a Pomigliano e Mirafiori dimostrano come il diritto al lavoro debba ancora piegarsi alle esigenze del profitto. I continui ed incessanti tentativi del governo di boicottare i recenti quesiti referendari su acqua, nucleare e legittimo impedimento sottolineano la distanza tra le richieste della base e le decisioni prese dall’alto. La sproporzione esistente tra la miseria della gente comune e la prosperità di una classe dirigente non percepita come rappresentativa – non fosse altro perché non eletta.
La stagione in corso sta palesando come gli interrogativi che ci poniamo oggi sono gli stessi allora sollevati dai ragazzi di Genova, i quali però furono bollati solo come sognatori o figli della pappa pronta – quando non addirittura come criminali, senza distinguerli dai black bloc – per avere la forza di introdurli nell’agenda politica di “quelli che contano”.
Nel resto del mondo poi, il turbolento decennio appena concluso – gli Anni Zero, come la storia li ribattezzerà – ci ha drammaticamente aperto gli occhi sul fatto che le radici dei mali contemporanei vanno ricercate nelle profondità di una economia (sempre meno) reale e (sempre più) finanziaria caratterizzata da mezzo secolo di crescenti disuguaglianze.
Eppure eravamo stati avvisati.

4. Il movimento altromondista intendeva proporre un’alternativa alla globalizzazione come profitto a tutti costi a scapito dei diritti universali, proponendo un modello di sviluppo rivolto alla crescita senza dimenticare le esigenze primarie. Eppure ispirava alla gente comune sospetto e diffidenza. Nessun sig. Rossi prestava attenzione a quegli astrusi discorsi su “decrescita”, “globalizzazione”, “multinazionali”, “deregulation”, “speculazione”. Perché avrebbe dovuto? Eravamo tutti così affascinati dal privato “bello ed efficiente”, dalla “new economy”, dai miti sulla crescita infinita, così intimoriti da quei tabù propugnati dai soloni dell’economia. Nessuno osava porsi domande sulle conseguenze economiche e sociali di tale sfrenatezza, sugli effetti remoti di un sistema lasciato fuori controllo.
Scriveva il Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz: “Il malcontento nei confronti della globalizzazione deriva non soltanto dal fatto che le considerazioni di ordine economico sembrano prevalere su tutto il resto, ma anche dal predominio assoluto di una visione particolare dell’economia su tutte le altre: il fondamentalismo del mercato”. Un ragionamento sintetizzato nello stesso slogan del Genoa Social Forum: un altro mondo è possibile. Ma allora nessuno si preoccupò di ascoltare il grido d’allarme lanciato a Genova. Chi rispose lo fece con veemenza e pregiudizio verso quei giovani appassionati, ma con scarse argomentazioni.
Non a caso, a dieci anni dopo dal quel 20 luglio che fu l’ultimo giorno sulla Terra di Carlo Giuliani, parte di quel movimento altromondista si è ritrovato di nuovo a Genova sotto l’evocativo nome di Cassandra, come la profetessa inascoltata.

5. Al termine della presente riflessione, la risposta alla domanda iniziale non può che essere negativa. La tragedia non è servita a nulla: a conti fatti nulla è cambiato – se non in peggio.
L’uomo è un animale più affine alla cicala che alla formica. E se c’è una cosa peggiore rispetto a non saper prevenire è non saper curare. Ancora non abbiamo conosciuto tutti gli effetti nefasti della crisi, del terrorismo, della precarietà e delle altre piaghe che il Duemila, a cui noi da piccoli guardavamo con fideistica speranza, ci ha portato in dono. Quel che è peggio è non avere la più pallida idea (a cominciare dalle nostre classi dirigenti) su cosa fare per invertire la tendenza.
Tra qualche anno la crisi finirà, forse l’Italia non fallirà, forse il cantiere in Val di Susa si fermerà come per magia e forse la legge elettorale sarà cambiata. Allargano lo sguardo, forse i mercati saranno davvero regolamentati, forse il terrorismo ci colpirà un po’ di meno, forse i giovani laureati nordafricani non avranno più bisogno di rischiare la vita in mare per poter lavorare, e forse l’Europa non diventerà una succursale della Cina. Forse.
Ora che gli Anni Zero hanno spazzato via le nostre rassicuranti certezze, polverizzato i nostri risparmi, indebitato noi e i nostri governi, annientato i proclami sulle virtù salvifiche del mercato e della deregulation, noi tutti paghiamo sulla nostra pelle l’elevato prezzo di quella stagione di illusioni.
Come in un incubo, il convulso risveglio dai nostri sogni di ricchezza ci lascia immersi nel buio di una realtà incerta. Con sconvolgente puntualità la crisi del 2008, naturale conclusione di un decennio vissuto all’insegna della paura e dell’instabilità, ha demolito in un attimo il castello di carte delle nostre illusioni del presente – e di speranze per il futuro, il che è più inquietante.
Eppure eravamo stati avvisati.

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