Il futuro dell’economia mondiale sarà multipolare

1. Quando la crisi sarà definitivamente alle nostra spalle, l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.

In un’epoca in cui l’economia globale soffre una crisi di fiducia, gli squilibri strutturali vacillano e le prospettive di ripresa paiono ancora aldilà dell’orizzonte, avanzare previsioni sul futuro sembra quantomeno azzardato. Per non cadere in facili supposizioni col rischio (certezza?) di essere smentiti subito dopo, ciò che serve è un approccio multiforme, fondato su un’attenta analisi delle dinamiche attuali senza dimenticare gli insegnamenti della storia.
Possiamo evidenziare due premesse, di cui la seconda è deduzione logica della prima.
La prima è lo spostamento in atto dell’ago della bilancia verso il mondo emergente. La seconda, di conseguenza, è la comprensione di come le economie avanzate si stanno adattando a questo cambiamento epocale.

Nel corso della storia, i paradigmi del potere economico sono stati sanciti e poi ridisegnati dall’ascesa e successiva caduta dei Paesi più estesi e più influenti di ciascuna epoca. Duemila anni fa un quarto del genere umano viveva sotto il dominio di Roma; nel Cinquecento la Cina produceva il 30% della ricchezza mondiale. Ciascuna transitoria potenza ha guidato la crescita e fornito uno stimolo all’intera economia globale, orientando il polo talvolta in Occidente e talaltra in Oriente. Ma in nessun momento della storia i Paesi in via di sviluppo sono stati in prima linea, a braccetto con quelli industrializzati, nel sistema multipolare economico.
La conclusione, quasi superflua, è l’economia mondiale è in via transizione verso un ordine multipolare.

2. Entro i prossimi quindici anni, le otto maggiori economie emergenti – Brasile, Russia, India, e Cina (i cosiddetti Bric), ma anche Sudafrica, Indonesia, Corea del Sud e Turchia – insieme rappresenteranno più della metà della crescita globale. Solo la Turchia, ad esempio, per soffermarci sull’attore a noi più vicino, entro quarant’anni potrebbe diventare la terza economia del Vecchio Continente e la nona al mondo.
Di fronte a questa rivoluzione copernicana degli equilibri globali, è necessario un ripensamento dell’approccio convenzionale alla tradizionale governance geoeconomica. L’attuale paradigma si basa su tre pilastri: il legame tra la concentrazione del potere economico e la stabilità monetaria, i movimenti di capitale secondo l’asse Nord – Sud, la centralità del dollaro nel sistema valutario internazionale.
Partendo dall’ultimo punto, è ormai certo che il sistema delle quotazioni e degli scambi cesserà di essere monopolio di un’unica valuta. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’ordine economico americocentrico è stato costruito su un tacito patto, economico e militare, tra gli Stati Uniti e l’insieme dei suoi partner principali (l’Europa, e in seguito anche il Giappone), con le economie emergenti relegate ad un ruolo periferico. In cambio del ruolo internazionale del dollaro come valuta di quotazione delle materie prime, gli Stati Uniti si sono assunti la responsabilità di assicurare il funzionamento del sistema. Sul piano concreto, per gli Usa significava profondità strategica, illimitata capacità di indebitamento e massima discrezionalità nelle politiche macroeconomiche. Presupposti indefettibili per attribuirsi il controllo dell’ordine globale.
Inoltre la stabilità monetaria, in naturale correlazione con la cronica instabilità delle economie più deboli, ha garantito per decenni una bilancia commerciale sempre in attivo: profitti per le imprese e benessere per i cittadini. In ultimo la delocalizzazione, inaugurata dalle riforme liberiste di Reagan a metà degli anni Ottanta, ha permesso di incrementare i ricavi attraverso il drastico abbattimento dei costi di produzione.
La crisi finanziaria del 2008, l’indebitamento Usa a livelli record e la debolezza strutturale dell’euro hanno messo in crisi questo sistema, aprendo la strada all’emergere di altre valute quali espressione di nuove economie.

3. Il primo corollario di un’economia multipolare è il radicale cambiamento dei modelli in cui si intrattengono i rapporti commerciali internazionali. Fino ad oggi le imprese occidentali hanno dominato i mercati globali, lasciando alle economie di sviluppo un ruolo di appendice, se non proprio di sfruttamento. D’ora in poi, al contrario, saranno le imprese orientali, forti dei minori costi di produzione, a dettare i tempi della crescita globale, favorendo nel contempo una maggiore integrazione con il sistema euroamericano. Il rapporto non sarà più verticale, da dominante a sulbalterno, bensì orizzontale, secondo una rete di reciproche influenze.
L’affermazione di nuove aziende sui dinamici scenari dei mercati emergenti è stata incoraggiata, da un alto, dalle audaci politiche governative, svincolate dai rigidi standard ambientali e sindacali tipici delle nostre latitudini, e dall’altro, dalle opportunità di investimento rinvenibili nei Paesi avanzati in un contesto post-crisi. Fattori che nel prossimo futuro agevoleranno il cammino verso una posizione dominante a livello globale nei rispettivi settori industriali. Probabilmente, molto più di quanto non sia stato per le società dei Paesi industrializzati. negli ultimi cinquant’anni.
Prima o poi, comunque, anche le economie emergenti dovranno porsi gli stessi problemi che hanno frenato lo sbilanciamento in avanti delle governance nostrane: aumenti salariali, sicurezza sul lavoro, sviluppo sostenibile.
La Cina ad esempio, sta adeguando le retribuzioni al crescente costo della vita, oltre a ridurre il carico fiscale sulle fasce più basse. Il basso costo del lavoro è un indubbio vantaggio in un contesto economico stabile, a crescita irrisoria. Ma in fase ascendente diventa un’arma a doppio taglio, perché la riduzione del peso reale degli oneri di produzione per le aziende si traduce nella perdita di potere d’acquisto per gli operai, potenziale focolaio di tensioni sociali. L’adeguamento dei salari al costo della vita, che in parte ridimensionerà la competitività dei prodotti cinesi, avrà due fondamentali conseguenze. La prima è restituire una boccata d’ossigeno al sistema produttivo euroamericano, ormai sempre più importatore perché tuttora oppresso da quella che considera una concorrenza sleale da parte della Cina. La seconda sarà incoraggiare la delocalizzazione in altri Paesi asiatici, dove il costo del lavoro è inferiore. Il fenomeno è già in atto: sempre più imprese occidentali scelgono di aprire stabilimenti in Vietnam o nelle Filippine, dove i costi ammontano alla metà di quelli cinesi.
La conclusione è evidente. Non è azzardato affermare che la spinta del cambiamento in Asia partirà dall’interno, attraverso una serie di necessarie riforme strutturali, piuttosto che in risposta agli inviti dell’Occidente.

4. Le valute dei paesi in via di sviluppo diventeranno sempre più importanti nel lungo termine, ma senza scalzare quelle tradizionali.
Nel suo ultimo bollettino, la Banca mondiale configura quello che ritiene essere lo scenario monetario globale più probabile nel 2025: un sistema tripartito centrato su dollaro, euro e renminbi e renminbi cinese.
Le dimensioni e il dinamismo dell’economia cinese, in combinazione con la rapida globalizzazione sia delle sue aziende che delle sue banche, proietterà il renminbi verso una posizione di primo piano nel sistema economico-finanziario mondiale.
L’euro rappresenta allo stesso tempo il maggior concorrente e il miglior complementare del dollaro, prendendo il posto che nel secondo dopoguerra sarebbe dovuto essere appannaggio della sterlina inglese. A patto però che l’eurozona affronti con successo l’attuale crisi dei debiti sovrani attraverso le indispensabili riforme istituzionali, più che con i salvataggi, tutelando i mercati sulla base di un unico progetto europeo e non di tanti progetti quanti sono gli Stati aderenti.
Benché il primato del biglietto verde sia al momento in calo, il dollaro rimane (e rimarrà) ancora la prima valuta a livello internazionale. Non tanto per merito degli Usa, piuttosto – ed è questa la novità – per merito della Cina.
La delocalizzazione partita da Reagan, se da un lato ha quasi azzerato i costi di produzione delle aziende Usa, dall’altro ha potenziato l’industria manifatturiera di Pechino, portando la Cina ad essere l’opificio del mondo. Pechino impiega i suoi surplus commerciali (in dollari) in poderosi progetti di investimento sia in Africa che in America Latina, inondandoli di dollari. Il processo di dollarizzazione del Sud America, tentato dagli Usa negli anni Settanta, sta oggi trovando realizzazione grazie alla politica espansiva della Cina. La cui bolla speculativa si incastra a meraviglia con l’economia statunitense e con la politica obamiana del denaro alle banche a costo zero.
Si comprende dunque perché l’ascesa della Cina non potrà mai comportare un conseguente declino degli Usa: America e Cina sono due mondi complementari in cui l’una non può fare a meno dell’altra. La prima per mantenere in piedi un’industria sempre più finanziaria e sempre meno manifatturiera e per rifinanziare i propri deficit di bilancio; la seconda per continuare la sua crescita e reinvestire i propri profitti in una moneta universalmente accettata.
Mantenendo artificiosamente in piedi l’ordine economico globale.

5. Infine, la comunità finanziaria internazionale dovrà assumersi la responsabilità di garantire che l’agenda dello sviluppo rimanga una priorità. Nel mondo multipolare i paesi detentori del potere economico globale, siano essi del Primo o del Terzo Mondo, non potranno ignorare le ricadute che le loro azioni potranno avere sugli altri Paesi. Le iniziative di politica monetaria, ad esempio, se da un lato assicurano la stabilità delle valute, dall’altro possono rappresentare un ostacolo per la crescita. È necessaria una maggiore collaborazione tra le banche centrali per mantenere la prima senza sacrificare le irrinunciabili esigenze della seconda. Le sconfortanti esperienze dei cambi fissi tra il dollaro e le valute dei Paesi latinoamericani dovrebbero averci insegnato qualcosa.
La crescente integrazione dei Paesi in via di sviluppo nel commercio e nella finanza internazionali comporta la condivisione degli oneri di manutenzione del sistema. Questo è un punto sul quale i Paesi emergenti dimostrano ancora qualche insofferenza, forse memori dello sfruttamento a cui sono stati troppo a lungo soggetti. Ma adesso che il paradigma dei rapporti globali sta passando dalla dipendenza all’interdipendenza, la cooperazione dovrà divenire la regola per accrescere la prosperità nel mondo.
Il colonialismo è ormai un retaggio del passato. È compito di tutti fare in modo che la collaborazione sia lo strumento del futuro.

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