Perché questa crisi (non) rappresenta un’opportunità di ripresa

di Luca Troiano

La storia ci insegna che l’andamento dei cicli economici si svolge secondo una caratteristica forma a V: ad ogni recessione segue una pronta ripresa. In altre parole, le crisi hanno sempre una sorta di “effetto molla” sulla crescita globale.
Eppure, a tre anni dalla crisi finanziaria, le prospettive di ripresa dell’economia globale sono ancora incerte, e nessun esperto ha finora saputo rispondere se e quando questa insicurezza passerà. I debiti sovrani, l’instabilità monetaria, le crisi alimentari ed energetiche accrescono tali dubbi. In un mondo postcrisi, sono segnali di un recupero fallito.
Il motivo è semplice. Il tipico ciclo dell’economia si manifesta come un meccanismo naturale di ammortizzazione tale da scongiurare gli eventi imprevisti. I quali non impediscono il recupero del sistema. Più profonda è la crisi, maggiore è la forza di ripresa. E più elastico è il rimbalzo della V.

Lo scenario attuale è molto diverso. Produzione e occupazione stentano a recuperare. In pratica, mancano del rimbalzo a V: il sistema non sta riuscendo ad assorbire i precedenti traumi, il che lo espone inevitabilmente shock ulteriori. Un autentico salasso per un’economia già indebolita e inchiodata alla velocità di stallo del 3% di crescita annua, che potrebbe aprire le porte (rectius: il baratro) di una nuova recessione.
Ad un primo sguardo, i numeri sembrano offrire segnali incoraggianti. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL mondiale ha avuto rimbalzo del 5,1% nel 2010 e dovrebbe aumentare del 4,3% per cento nel 2011. Ma poiché questi risultati seguono la pesante contrazione del biennio 2008-2009, sono ben lontani dal rappresentare la traiettoria di una autentica ripresa a V. Il PIL globale del 2012 dovrebbe attestarsi intorno al 2,2%, segno che per allora i postumi della crisi manifesteranno ancora i loro effetti. E non dimentichiamo che le previsioni sono sempre suscettibili di correzioni al ribasso. Lo stesso dato del 4,3% per il 2011 è inferiore di un decimo di punto percentuale a quello previsto appena due mesi fa.

La tempesta è passata, ma i venti contrari restano. La crisi del debito nell’eurozona (e negli Usa), la catastrofe biblica in Giappone, le tensioni nel mondo arabo, l’aumento dei prezzi di materie prime e generi alimentari, l’ombra della speculazione restano fattori altamente destabilizzanti. Singolarmente, nessuno di essi è in grado di far deragliare l’attuale ripresa globale, ma l’effetto combinato potrebbe avere conseguenze preoccupanti. Soprattutto in uno scenario congiunturale ancora convalescente.
L’ipotesi di una doppia recessione non è del tutto peregrina. I proclami di un’economia mondiale pronta a risorgere come un’Araba fenice dopo ogni fase critica è dettata più da un ingenuo ottimismo che da un’oculata analisi della realtà. La spinta attesa dalla ricostruzione in Giappone o sulla scoperta di nuove riserve petrolifere nell’Artico o a largo del Brasile possono essere sufficienti a risollevare gli entusiasmi, ma non a incoraggiare una vera rinascita. Una ricostruzione ha sempre dei costi occulti che secondo studi recenti ne annullano almeno in parte la virtuosità. La scoperta di nuovi giacimenti non è che uno dei molteplici fattori alla base delle oscillazioni dell’oro nero sui mercati.
La crescente debolezza degli Stati Uniti, la rinnovata volatilità finanziaria e il rischio di una nuova bolla immobiliare sono elementi che molti sapientoni dell’economia non avevano previsto. Eppure la crescita del debito federale, la presenza di ingenti quantità di derivati nei portafogli di banche ed enti pubblici e la nuova corsa al credito in conseguenza del taglio dei tassi erano fenomeni ampiamente pronosticabili. E all’indomani della peggiore recessione dei tempi moderni, potrebbero minare alla base la capacità di autorigenerazione del sistema.

Un punto va sottolineato: il mondo sta viaggiando a due velocità. La crescita dell’eurozona per il 2011 sarà del 2% (3,2% per la Germania) e quella degli Usa del 2,5%; quella cinese toccherà il 9,6%. Di fronte ad un Occidente debole e claudicante, c’è un (ex) Terzo Mondo che sembra correre senza freni. Eppure, nemmeno l’Asia può permettersi di sottovalutare gli shock esterni. Il FMI ha da tempo avvertito i Paesi emergenti del rischio di un surriscaldamento dell’economia. Inoltre, complessivamente essi dipendono per il 45% del PIL dalle esportazioni, nonostante siano tutti (eccetto la Russia) sovrappopolati. La domanda interna è in stallo, e le prospettive al riguardo sono più al ribasso che al rialzo, tenuto conto che tutti affrontano una spirale inflazionistica in rapida ascesa. Pensiamo alla Cina. Il recente rallentamento dell’attività industriale, l’aumento dell’inflazione e incertezze sul debito pubblico periferico sono i primi segnali di questi rischi.

Dall’altro lato, l’eccedenza dell’import sull’export in virtù della domanda di beni a basso costo genera deficit, dunque debito. Oltre ad una perdita di mercato e di competitività per le nostre imprese già provate dalla crisi.
Insomma, orientali o occidentali che siamo, ci troviamo tutti sulla stessa barca. E se un lato prende acqua, anche l’altro rischia di affondare.

Nel 2008, di fronte al disastro finanziario, l’azione della Bce si è rivelata tempestiva e inaspettatamente efficace, forse perché è l’unico organismo europeo dotato degli strumenti per svolgere appieno i suoi compiti senza dover passare sotto il vaglio degli Stati. La Federal Reserve, al contrario, è stata costretta ad intervenire attraverso le banche d’affari private, corresponsabili del crollo. Vi è però da dire che la seconda, a differenza della prima, oltre a mantenere la stabilità monetaria è gravata dell’ulteriore compito di contenere il tasso di disoccupazione. E il sostegno all’occupazione richiede politiche notoriamente antitetiche al controllo della stabilità.
In entrambi i casi, comunque, le misure tampone adottate dalle autorità monetarie sarebbero dovute essere la premessa per un serio piano di riforme che mettesse al riparo il sistema economico-finanziario da nuovi scossoni. è stata efficace per porre fine una crisi lacerante, il secondo turno ha fatto poco per sostenere la ripresa significativa del mercato del lavoro e dell’economia reale.
Ma le classi dirigenti si sono dimostrate impreparate ad affrontare questa fase post-crisi. I politici hanno continuato (e continuano) a favorire strategie aggressive per combattere la crisi, senza però passare alla fase successiva, ossia promuovere le necessarie riforme strutturali per traghettare l’economia in acque più tranquille.
Negli Stati Uniti gli incentivi alle imprese sono stati elargiti stampando moneta; qui in Europa si è scelto di salvare le banche nazionalizzandole. E su entrambe le sponde le iniezioni di liquidità non hanno dato gli effetti sperati, a parte quello più demagogico: guadagnare tempo. Ma il tempo non è una risposta. In compenso sono servite ad aggravare i bilanci pubblici a causa degli interessi sui debiti, riversando sulle generazioni future le conseguenze degli errori di quelle passate.

In conclusione, con dei governati succubi delle banche e preoccupati perlopiù di non perdere i pochi consensi rimasti in vista delle prossime scadenze elettorali, le prospettive per l’avvenire sono tutt’altro che rosse. I salvifici proclami che annunciano la luce in fondo al tunnel non possono surrogare la necessità di serie riforme strutturali. E questa riluttanza a concentrarsi su un concreto piano di rilancio espone un’economia tuttora traballante al pericolo di una nuova capitolazione.
Viste le premesse, l’attuale scenario postcrisi rappresenta un rischio di caduta, più che un’opportunità di ripresa.

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