L’Australia teme la Cina, in mare e sui mercati

Le recenti tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale potrebbero coinvolgere anche l’Australia. Da giorni la marina di Canberra sta riposizionando alcune vedette lungo le coste a nord e ad ovest, sia per proteggere le fonti di energia in mare aperto che per opporre la propria presenza alla possibile espansione della Cina.


Il governo di Canberra segue l’evolversi della controversia sulle isole Spartly con una certa preoccupazione. L’arcipelago racchiude più di 750 isole, isolotti e atolli, custodi di un ricco forziere di idrocarburi celato nei fondali, e ci si chiede fino a dove arriverà l’invadenza della marina cinese pur di far valere le proprie pretese di sovranità. E di riflesso, come si comporteranno Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei, tutti pretendenti del medesimo tesoro.
In proposito, il Ministro della Difesa Stephen Smith ha recentemente annunciato una revisione dell’attuale concetto strategico del Paese. Egli ha osservato che la percezione di nuove minacce sarà determinante nelle decisioni sul posizionamento dei propri hardware militari, compresi i cacciabombardieri, la flotta e i mezzi anfibi d’assalto.

Nel governo australiano si sta facendo strada la consapevolezza che le future sfide strategiche e sulla sicurezza proverranno da Nord. Durante la Seconda Guerra Mondiale, località come Townsville e Cairns , Darwin e Perth rappresentavano essenzialmente zone di difesa secondaria. Da allora le cose sono molto cambiate. L’ascesa della macroregione asiatica nello scacchiere degli equilibri globali, la crescente importanza del semicerchio dell’Oceano Indiano, in cui si concentrano potenze emergenti (India e Cina), riserve energetiche (Golfo Persico), focolai dello jihadismo (Somalia, Yemen, Paesi arabi, Pakistan), e l’influenza sempre maggiore esercitata dalla Cina hanno da tempo concentrato l’attenzione del mondo su quest’area a lungo trascurata. Da cui discende la duplice esigenza dell’Australia di perseguire una maggiore integrazione politica ed economica con il continente asiatico, tenendosi però al riparo da potenziali ingerenze.

In questo contesto, mantenere un’adeguata postura militare rappresenta un elemento imprescindibile nel quadro di una politica estera propositiva. Ovviamente, Canberra non vuole fare la guerra a nessuno; vuole solo fare in modo che la sua forza sia concentrata secondo una linea coerente con i propri interessi. Ossia ad Ovest.
Il Paese non si trova di fronte ad una minaccia per la sua sicurezza in senso tradizionale. Nessuno sta cercando di invadere l’Australia. Ma il pensiero geostrategico moderno impone serie considerazioni riguardo ad altre forme di sicurezza, prima fra tutte quella energetica. Difendere i giacimenti di petrolio e di gas naturale al largo della costa nordoccidentale e nel Mare di Timor è il punto di partenza per assicurarsi una crescita stabile e senza scossoni.
Canberra punta molto sulle ricchezze dei fondali. Il governo ha annunciato un piano da 245 miliardi di dollari per promuovere nuovi investimenti nelle proprie riserve offshore. Se avrà successo, il valore delle esportazioni di Gnl del Paese dovrebbe crescere ad un tasso medio annuo del 27%, garantendo introiti per 19 miliardi di dollari l’anno a partire dai prossimi cinque anni. Gli investimenti nelle fonti energetiche, così come nelle fonti minerarie, potranno aiutare il Paese ad allontanare definitivamente lo spettro della crisi.
Si comprende perché Canberra voglia cautelarsi anche militarmente, blindando l’accesso alle proprie acque.

Tuttavia, l’Australia è legata a doppio filo alla Cina. La Terra dei canguri è anzi l’esempio più lampante di come l’erogazione di capitali cinesi finisca per “drogare” le economie locali attraverso l’immissione di liquidità a costo zero.
Secondo l’Economist, l’impennata del dollaro australiano ha proiettato le quattro metropoli del Paese ai vertici della classifica mondiale per il costo della vita. Sidney e Melbourne sono rispettivamente la sesta e la settima città più costose al mondo. Perth e Brisbane, i centri che più hanno beneficiato del boom minerario australiano, occupano il tredicesimo e il quattordicesimo posto. Dieci anni fa le città erano rispettivamente al 71esimo, 80esimo, 91esimo e 93esimo posto. Tanto per avere un’idea, oggi è più conveniente vivere a Londra, Vienna, Roma o Berlino piuttosto che nelle quattro maggiori località dell’Australia.
Ogni cosa ha il suo perché. Il boom australiano è dovuto al fatto che buona parte degli sopraccennati investimenti minerari proviene da Pechino. All’indomani della crisi, l’iniezione di capitali cinesi ha rilanciato la domanda interna, compresa quella del credito. Il valore degli immobili ha subito ripreso a salire. Il successivo aumento dei tassi, deciso dalla banca centrale per evitare una spirale inflazionistica, ha richiamato ulteriori investimenti, alimentando di fatto un circolo vizioso.

In sintesi, l’economia di Canberra è stata assorbita dalla bolla speculativa di Pechino. Con la conseguenza che anche una modesta flessione congiunturale della seconda potrebbe avere conseguenze traumatiche per il sistema finanziario la prima. E l’instabilità politica interna non aiuta il governo ad elaborare una via d’uscita.
Perciò l’Australia si augura che le tensioni nel Sudest asiatico possano smorzarsi al più presto. O comunque prima che sia l’economia della Cina a decrescere.